“Adì 3 d’aprile feci quella gamba dal ginochio in giù, con gran fatica di buio e di vento e d’intonico; e la sera cenai once 14 di pane, radichio e huova.
Giovedì cenai once 10 di pane, due huova afrettellate, radichio.
Venerdì cominciai una hore inanzi dì quelle schiene che sono sotto a quella, cenai una libra di pane, sparagi e huova, e fu uno bello dì.”
Ancora frugando in certi cassetti, abbiamo ritrovato delle pagine di un po’ di anni fa in cui appuntavo le mie abitudini alimentari. Non avevo motivi particolari per scrivere ciò che mangiavo a pranzo, non seguivo alcuna dieta né avevo disturbi. Semplicemente lo trovavo una cosa divertente. Di sicuro aveva a che fare con un libro conosciuto tempo prima grazie ad un mio amico studioso d’arte: si tratta del Libro mio di Jacopo da Pontormo, pittore fiorentino del Cinquecento. E’ un diario scritto negli ultimi anni di vita, in cui si intrecciano la descrizione del lavoro di artista con quelle del suo regime alimentare e del suo stato fisico precario.
Sono andato a ripescarlo in rete a questo link: Libro mio. L’anteprima non è completa, ma si riescono a sfogliare un bel po’ di pagine. E’ un documento davvero stupendo.
“Mercole, cenai once 14 di pane, arista, una insalata d’invidia e cacio e fichi secchi.
Giovedì cenai once 15 di pane.
Venerdì once 14 di pane.
Sabato non cenai.
Domenica matina desinai e cenai con Bronzino migliaci e fegategli e ‘l porco.
Lunedì sera cenai once 14 di pane, arista, uva e cacio e una insalata d’invidia.”
“Giovedì mattina cacai dua stronzoli non liquidi e drento n’usciva che se fusino lucignoli lunghi di bambagia, cioè grasso bianco; e asai bene cenai in San Lorenzo un poco di lesso asai buono e fini¡ la figura.”
Oggi avrei voluto un’ispirazione, un sentimento alto e sublime che mi permettesse di scrivere qualcosa del genere:
Come a volte, tra i rami ancor di fronde
privi, si leva un mattino ch’è già tutto
in primavera: così nulla appare
dal capo ad impedir che lo splendore
di poesie ci colpisca quasi a morte;
ché nel suo sguardo ancora non c’è ombra,
troppo fredda è la fronte per l’alloro
e soltanto più tardi dalle ciglia
si leverà un giardino alto di rose,
da cui le foglie, sciolte ad una ad una,
verranno sul tremore della bocca,
ch’è ancor quieta, lucente, mai usata,
e un poco beve solo col sorriso
quasi il canto fluendo in lei scendesse.
Invece niente. O meglio: sono rimasta imbottigliata in un traffico bagnato e isterico, poi ho visto un uomo che urinava (a dire la verità stava pisciando) sui rifiuti abbandonati accanto al cassonetto davanti alla porta del mio palazzo. Ho dovuto cercare le Nuove Poesie di Rilke per provare ad immaginare i resti di un sentimento che non fosse lo schifo.
KCRW è una radio di Los Angeles che mette a disposizione sul proprio sito tutti i video delle band, o solisti, ingaggiati per i live in studio. Sono tantissimi. Io l’ho scoperta per caso su youtube e mi sembra impossibile che non venga pubblicizzata qui da noi, forse non seguo abbastanza le riviste specializzate.
Il sito è un po’ incasinato, quindi metto i collegamenti qui sotto. Si possono vedere le singole canzoni oppure le puntate complete di Morning Becomes Eclectic che durano più di mezz’ora con le interviste.
Sono stato in Islanda nel 2001, proprio mentre stava per sbocciare la mania dei gruppi islandesi (era uscito da poco Agaetis Byrjun dei Sigur Ròs ma rimaneva ancora abbastanza di nicchia). A Reykjavìk ho comprato Gling-glò di Bjork, Love in the time of science di Emiliana Torrini e Yesterday was dramatic, today is OK dei Mùm e mi sentivo veramente fico.
Questo era un opuscolo informativo per i turisti, l’ho ritrovato in un cassetto (click per ingrandire):
Poi il sound serioso, epico, malinconico, ripetitivo dei Sigur Ròs e dei vari imitatori mi ha stancato subito, ma i tre dischi sopraccitati sono belli ancora oggi.
Le città in cui si respira un’aria di “fermento” artistico fanno sempre invidia. Abbiamo già parlato anche troppo di Brooklyn, comunque su Internazionale di questa settimana c’è un articolo salla “capitale dell’indie-rock” con una foto dei Dirty Projectors che suonano su un prato, come fosse un festival in stile picnic. Non trovo il testo in rete, ma sul sito di Les Inrockuptibles c’è l’originale francese: Spécial New York : Brooklyn, capitale rock
Si dice che il quartiere di Williamsburg sia già troppo inflazionato, che le band si spostano verso Los Angeles, però sono d’accordo con la conclusione dell’articolo (che nella traduzione italiana è stata tagliata): “A voir le réservoir de choses passionnantes qui continuent à sortir des briques de Brooklyn, on n’en est pas encore là”.
Smontando un mobile ho trovato della strana muffa tra uno specchio e un’asse di legno, mi sono allarmato e ho detto: “E’ proprio come quando in Dottor House vanno a casa del paziente e trovano le muffe tossiche all’origine dell’infezione!”. Volente o no, questa è una mania della Generazione X chiamata Tele-parabola.
Tele-parabole: insegnamenti morali derivati dalle serie televisive e applicati alla realtà quotidiana. “E’ proprio come nell’episodio in cui Jan perdeva gli occhiali!” (Douglas Coupland, Generazione X)
Mi è sembrato incredibile scoprire che l’equivalente americano della nostra “par condicio”, che ossessiona tanto il mondo politico, negli Stati Uniti è stato abolito verso la fine degli anni Ottanta da Ronald Reagan. Si chiamava “Dottrina dell’imparzialità” e durava dal 1949.
[...] le emittenti di talk-radio dovevano produrre e trasmettere programmi “simmetrici”: se passavi una trasmissione di tre ore il cui presentatore aveva un’opinione a un lato dello spettro ideologico, poi dovevi fare una trasmissione il cui presentatore parlasse più o meno per l’altro lato. Per quanto strano, fino a metà degli anni Ottanta fu in genere la destra a beneficiare della Dottrina.
Ciò nonostante, fu un’amministrazione conservatrice ad abolire la regola (con il risultato, fra l’altro, che oggi dilagano i talk show radiofonici di stampo ultra-conservatore).
D’altro canto:
Quali che siano gli effetti delle talk radio o i fini faziosi di certi commentatori, è sbagliato credere che le talk radio politiche siano motivate dall’ideologia. Non è così. Una talk radio politica è un business, e come tale è motivata dalla logica del profitto. Oggi il conservatorismo domina le onde radio AM perché genera indici di ascolto elevati, tariffe pubblicitarie elevate e massimi profitti.
Queste cose mi fanno pensare a dei paralleli con l’Italia, anche se oggi è difficile immaginarsi delle radio ancor più selvaggiamente commerciali.
(Citazioni da D.F.Wallace: Commentatore, in Considera l’aragosta)
Un ventenne e un sessantenne si stavano spintonando come due lottatori di sumo, fra le loro macchine accostate sul ciglio di una strada trafficata, all’ora di punta, io passavo in bicicletta, mi sono intromesso, li ho divisi, ma ho capito che non volevano davvero menarsi.
Il ventenne ha detto: Ma cosa fa? un sessantenne alza le mani con un ventenne?
Il sessantenne ha detto: Ma cosa fa? Un ventenne mi dà dell’ignorante?
Io ho detto: Ma cosa fate? una rissa in mezzo alla strada?
A quel punto sono arrivati contemporaneamente cinque rappresentanti delle forze dell’ordine: due finanzieri a manganello spianato e la tripla pattuglia pedonale governativa per la sicurezza cittadina, o come diavolo si chiama, mi sono venute in mente Les triplettes di Belleville (due soldati e un poliziotto).
Il finanziere ha detto: Documenti! Documenti!
Io ho detto: Chiede i documenti a me, che ho sedato una rissa?
Uno dei soldati dell’esercito avrà avuto diciotto anni, guardava, non diceva niente. Forse si rendeva conto che quell’intervento massiccio era leggermente sovradimensionato.
Questa notte ho sognato i White Stripes. Niente concerti sensazionali o roba simile. Dal momento che si tratta di un sogno abuserò dell’imperfetto per raccontarlo.
Ho sognato che mi ero dimenticata di essere amica dei White Stripes. Li incontravo per strada e Jack White mi salutava calorosamente e mi diceva “Ti ricordi di me?”. E questo chi cazzo è, pensavo. “Sono quello dei White Stripes”. Poi ricordavamo insieme i bei vecchi tempi andati, Meg mi faceva qualche confidenza da donne e bevevamo parecchia birra. Poi la cosa degenerava, com’è ovvio. Andavamo a fare una gita in montagna con anche altri amici. Gli uomini avevano la mania di correre come dei dannati e ci lasciavano indietro. Io e Meg ci fermavamo ad una cascata per rinfrescarci, lei scivolava, cadeva in acqua, io mi tuffavo e le salvavo la vita. A causa dello shock i White Stripes si scioglievano, Meg se ne andava e Jack rimaneva a vivere con noi abbruttendosi sul nostro divano. Poi ci incontravamo tutti per caso ad una sagra di paese e i due, sentendo della musica e ricordando di nuovo i bei vecchi tempi andati decidevano di rimettere insieme il gruppo.
Se c’è una cosa veramente noiosa è leggere i sogni che hanno fatto gli altri. Scusate.