Essere una radice, un minerale, uno strato di sabbia o una corteccia. Resistere alle stagioni, agli umori e agli enigmi. Essere tutt’uno con la finitezza, abbracciare il l tempo che passa senza rilasciare dichiarazioni. Dove c’era il mare ci siamo noi che passiamo guardando fuori dal finestrino, scendiamo un attimo e con un legno spostiamo la terra, la sabbia, per vedere quello che ci sembrava di aver visto. C’era il mare, dentro, sotto, i delfini, le balene, le conchiglie come in mare vero. Adesso ci sono io che mi graffio le dita tra i rovi mentre raccolgo un guscio e me lo infilo in tasca. Mi sporco l’orlo dei pantaloni e le scarpe e dico qualcosa.
C’erano davvero le balene e la domenica pomeriggio se si fa una passeggiata in collina si trovano davvero le conchiglie.
Segnalo un’artista piacentina che ha fatto rivivere le balene che nuotavano da queste parti nella preistoria. Si chiama Claudia Losi e questo è il suo Balena Project. Per me è un lavoro fondamentale e la ringrazio perchè è capace di parlare davvero a tutti.
Questo è il sito del Museo Geologico di Castell’Arquato, per chi vollesse saperne di più sul Golfo delle Balene e su quello che c’era molto prima che ci fossimo noi.
Per non abusare della parola “artista” in questo breve articolo, scriverò semplicemente “a.”
Parto da una frase che ho letto nell’introduzione a un libro di poesie di Sylvia Plath, la scrive il traduttore Giovanni Giudici: “[Si tende] spesso a considerare il suicidio di un poeta come corollario e addirittura parte integrante dell’opera, che ne diventerebbe pertanto una più o meno consapevole preparazione.”
L’autore usa questa premessa per sostenere che la morte di Sylvia Plath, al contrario, non fu un suicidio “letterario”. Ma l’intenzione non è ciò che mi interessa, perché la frase mi colpisce così com’è, decontestualizzata. L’ho portata con me alcuni giorni, come un oggetto dimenticato in tasca, che mi accorgo di non aver ancora riposto. Mi vengono in mente tante cose. Per esempio, come andiamo a cercare le ragioni del suicidio nell’opera di un a. Come un suicidio influenza la nostra percezione dell’opera. Per estensione, anche una morte naturale diventa, in qualche modo, parte integrante dell’opera di un a. Probabilmente se Lhasa De Sela non fosse morta giovane non mi sarebbe mai capitato di ascoltare le sue canzoni. E’ un pensiero molto brutto, ma anche meraviglioso, oppure indifferente. La morte di un a. è un punto di partenza irresistibile per idealizzarlo, almeno per quanto mi riguarda, volente o no. Sta di fatto che a volte si raggiunge un livello di intimità talmente immediato e profondo con un a. che alla notizia della sua morte il dispiacere è reale.
In vicolo Bartoli avevamo un tavolo quadrato in salotto e un altro piccolo tavolino in cucina ma non ricordo dove mio padre si sistemasse per dipingere. In via Badiaschi avevamo un tavolo con il piano di formica verde e le gambe di acciaio a cui era attaccata una lampada con il braccio estendibile. Mio padre dipingeva lì, quello era il suo studio. In via Emilia Pavese il tavolo della cucina era l’unico in tutta la casa, il suo metro e venti per ottanta centimetri era la superficie piana più contesa durante le ore serali. Ora, in via Puccini, mio padre non ha più soltamto un tavolo su cui dipingere ma un’intera casa-studio. Io, qui in via Pozzo, ho un enorme tavolo allungabile degli anni trenta che viene dalla Germania Est.
Tutto quello che ho saputo guardare, tutto quello che le mie mani hanno messo sulla carta, tutto quello che ho immaginato di poter disegnare, dipingere e inventare lo devo a mio padre.
Io e Fabrizio l’abbiamo convinto a crearsi un blog in cui mettere le foto dei suoi lavori, è stata dura ma ce l’abbiamo fatta. Se avete un poco di tempo e di voglia vi invito a dargli un’occhiata.
Gli ultimi film visti sono tre, uno dei quali, molto semplice e buonista, al cinema. Era Tra le nuvole/Up in the air, spettacolo pomeridiano del lunedì. Gli altri due, al noleggio gratuito della biblioteca, molto più belli. You, the living / Du levande (trailer)e L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford / The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford. Quest’ultimo, fantastico. Il giorno successivo alla visione, che sarebbe oggi, sono sopraffatto da una strana malinconia.
Il ricordo di questa scena, intercettata per caso in Tv alcuni mesi fa, mi ha spinto a noleggiare il Dvd.
Via Roma, dal monumento della Lupa, zona stazione, giù fino al centro, un tempo rinomata, oggi ha una considerazione bassissima. Case piene di stranieri e tanti negozi sfitti. Tutti storcono il naso o sorridono ironici perché pensano ai marocchini, alle bottiglie rotte, ai pochi anziani rimasti. Mia zia dice che vivo “nella camorra e nella questura”. Ieri, domenica, all’ora dell’aperitivo ero già in pigiama e in strada stavano succedendo due cose. Dalla finestra vedevamo sfrecciare auto ai duecento all’ora con persone sedute sulla capotta e fuori dai finestrini, che suonavano le trombe e sventolavano bandiere dell’Egitto. Da un po’ di giorni gli egiziani riempivano il bar della Lupa per vedere le partite della Coppa d’Africa, ogni volta era una scena stupenda perché stavano ammassati sotto la tenda esterna, ipnotizzati dal televisore, nessuno che avesse in mano una consumazione. Ieri io e Claudia abbiamo capito subito che l’Egitto aveva vinto la coppa e siamo scesi in strada, anche perché da via Roma proveniva una musica ad altissimo volume e c’era in ballo qualcos’altro. I negozi sfitti del Quartiere Roma da tempo sono occupati da mostre temporanee d’arte giovanile, un tentativo germinale di riqualificazione. Le vetrine hanno dei neon blu e un volantino esplicativo. Il tentativo è di qualità discutibile, si può pensare che ci voglia ben altro, però spero sinceramente che non sia del tutto inutile. In questi mesi, camminando davanti alle esposizioni, inconsciamente o ingenuamente penso alla nascita di nuovi movimenti, lontano dalle gallerie dei ricchi, sogno un fermento artistico povero e indipendente (poi mi risveglio). Bene, ieri sera ci siamo trovati in mezzo ad una apertura al pubblico/ festeggiamento di tutti questi spazi, via Roma chiusa al traffico, tanti piccoli capannelli di persone davanti alle vetrine e dentro gli ex-negozi. In ognuno c’era un DJ. Il più bello ospitava una jam session di un gruppo di ragazzi che conosco, che improvvisavano con un vocalist nero al microfono. Per un minuto abbiamo avuto l’illusione di essere a New York, davvero. Ho fatto qualche foto. Ho sentito un ragazzo straniero in impermeabile dire al chitarrista: “quando faccio festa con mia moglie venite voi a suonare”. In lontananza riecheggiava il carosello egiziano, E-git-tò, E-git-tò… Abbiamo passeggiato per tutta la via, sotto la tuta indossavo ancora il pigiama e ridevo.
Fu forse l’innocente Chicco tostato a farli tutti d’umor così scorbutico? [...] Il fumo ch’esce dalle lustre pipe chiare resta sospeso come nebbia domestica, attraverso cui, scintillando, l’argenteria e la terraglia tinniscono e acciottolano. I camerieri in moto perpetuo recano in spalla dalla cantina sacchi di caffè, o volgono le manopole di enormi macinini, mentre l’Assemblea reclama una tazza dopo l’altra della stimolante Bevanda. Alla fine di ogni giornata, la polvere finemente tritata avrà trovato a libbre la strada delle nari e quindi del cervello di questi giovini allora assai vispi, elargendo una febbrile intonazione a tutto quanto dicono e fanno. Conversar di politica sotto un tale stimulus si sarebbe mostrato già abbastanza vivace, senza metter sul conto anche gli effetti del bere, del tabacco – il cui fumo ciascuno, lo voglia o no, inala qui a ogni fiato – e dello zucchero, posto a portata d’ogni mano in lucenti coni bruni grandi e piccoli, dei piatti colmi di Dolciumi Glassati, d’ogni sorta di punch e bevanda calda, e pasticcini del luogo, crullers, muffins e custards… [...] Ogni giorno la sala, per ore e ore, ondula sul”orlo della rissa. Forse il consumo smodato e simultaneo di tutte queste sostanze moderne, un’abitudine senza precedenti nella storia, sta creando qui un nuovo tipo d’Europeo? Meno ossequente alle forme che in passato han tenuto coesa la Società, più propenso a manifestar la propria opinione, sia esso uomo o donna, su qualsiasi argomento gli garbi, e a difender la posizione con qual violenza si renda necessaria?
(Thomas Pynchon, Mason & Dixon)
Nel frattempo trovato un’enciclopedia on-line su Thomas Pynchon e un paio di altri link che mi hanno aiutato a superare i capitoli 53-54 su cui ero un poco arenato.
Perché mi è piaciuto questo concerto? Perché non avevo più motivi al mondo per appassionarmi di un gruppo inglese. Ma qualcosa incominciava a cambiare già da ieri mattina, quando ho sentito questa frase: “Londra è una di quelle città che, rispetto alle nostre, hanno ancora una grandissima comunicazione tra la cosiddetta cultura alta e la cultura bassa. Gli scrittori, gli intellettuali, gli artisti, si muovono tra Dickens e i Blur senza grandi limitazioni” (Alaska del 26/01/2010). Sono d’accordo e penso che la musica in Italia sia davvero considerata “bassa”, e che ne risenta molto.
La band denominata Arctic Monkeys non è di Londra, è di Sheffield, comunque ha qualcosa a che fare con questo discorso. Mi piace. Secondo me incarna lo stesso spirito dell’underground inglese dei tempi dei Joy Division. Gli ascoltatori hanno capito in qualche modo il loro talento. Adesso è una band famosa.
Il parcheggio puzza di fritto e di scarico ed è pieno di bagarini senza denti e bancarelle con le maglie taroccate. Il palazzetto è squallido, il pubblico è un ammasso di carne da macello che fuma al chiuso e calpesta i bicchieri di birra buttati sul pavimento. I giovani limonano felici, il gruppo spalla è noioso, c’è caldo, ma poi inizia il concerto, io e mio fratello ci mettiamo più in disparte, sopra uno scalino, e mi dimentico di tutto. Ai lati del palco ci sono due schermi video che mandano le immagini degli Arctic Monkeys presi in diretta e sono talmente belle che avrei voluto inventarle io.
Domenica sono andata a pranzo dai miei nonni Maria e Sergio. Abbiamo mangiato molto guardando linea verde e abbiamo chiacchierato di questo e di quello. La nonna si siede sempre a capotavola, mangia alla svelta seduta sul bordo del suo sgabello. Il nonno dall’altra parte del tavolo cerca di mangiare il più possibile, di ascoltare la tv e cerca di intervenire in ogni discorso. In mezzo io e mio padre ridiamo con l’uno e diamo spiegazioni all’altro. La nonna d’un tratto mi dice a voce bassa: “Sai, ho fatto un sogno questa notte. Avevo delle uova in mano e sentivo i pulcini che pigolavano dentro. Allora con il dito provavo a picchiare piano per rompere il guscio ma non sapevo come dovevo fare e i pulcini continuavano a pigolare”. Ho pensato a mia nonna Anatolia che è morta due anni fa. Durante l’ultimo anno di vita sognava spesso sua madre mentre spazzava il pavimento della casa in cui avevano vissuto insieme. La semplicità di questi sogni mi colpisce profondamente.
Adesso vorrei scrivere qualcosa sugli anziani e la vecchiaia ma non sono capace. Quello che mi sento di poter dire è che se conoscete qualche persona anziana, andate e trovarla e passate un po’ di tempo con lei.
Qui sotto ci sono il nonno Angelo con la nonna Anatolia detta Tolia, la prima dei miei quattro nonni che se ne è andata.
Se avete voglia qui trovate un bellissimo articolo di Ceronetti che parla degli anziani.
Ripetizione ossessiva delle stesse scene, personaggi divertenti, bellissimi. La mia educazione sulla Storia dell’Arte essendo carente, quasi inesistente, mi stupisco di fronte a certi autori dell’antichità che sembrano attuali, contemporanei. Sfogliando la collezione di Art e Dossier di Claudia ho tenuto da parte il volume su Brueghel. A quanto apprendo, i Brueghel erano una famiglia di artisti del Cinquecento fiammingo. Pieter Brueghel il Giovane realizzò tantissime copie dei dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio (senza acca). Sono tutte uguali e diverse allo stesso tempo.
State bene attenti a quello che adesso vi dico. Per la nostra sezione “cibo o bevande” questo libro è perfetto. Lo legge su radio tre Fausto Paravidino e si ascolta per intero qui: Ho servito il Re d’Inghilterra. E’ un libro eccezionale di questo autore ceco, che non conoscevo, Bohumil Hrabal. Il protagonista narra aneddoti tragicomici della sua vita da apprendista cameriere, nell’Europa degli anni Trenta, ogni volta cominciando così: “State bene attenti a quello che adesso vi dico”. Consiglio di ascoltare qualche puntata a caso e in particolare la numero 10.
Sei ore intere lavorarono col menù e il signor Brandeis poi fece mettere nei suoi magazzini frigorifero cinquanta cosciotti di vitello, sei vacche per la minestra, tre puledre per le bistecche e uno castrato per la salsa, sessanta porcelli di peso non superiore a sessanta chilogrammi, dieci porcellini, trecento polli, per non contare poi i caprioli e due cervi. Col maitre Skrivanek scesi per la prima volta nelle nostre cantine e il cantiniere, sempre sotto il controllo del maitre, calcolò le riserve di vini e cognac e altri liquori. Restai annichilito.