All religions are one

Offro una traduzione amatoriale di “All religions are one”, di William Blake.

Il grido di un uomo solitario immerso nella natura

TUTTE LE RELIGIONI SONO UNA

OGGETTO
Poiché la vera via per conoscere è esperire, la vera attitudine alla conoscenza dev’essere l’attitudine all’esperienza. Io tratto questa attitudine.

1° PRINCIPIO
Per il quale il Genio Poetico è il Vero Uomo, e il corpo o forma esteriore dell’Uomo discende dal Genio Poetico. Allo stesso modo la forma di ogni cosa discende dal rispettivo Genio, dagli Antichi chiamato Angelo e Spirito e Demone.

2° PRINCIPIO
Come tutti gli uomini sono affini nella forma esteriore, Così (e con la stessa infinita varietà) tutti sono affini nel Genio Poetico

3° PRINCIPIO
Nessun uomo può pensare scrivere o parlare dal cuore, se non per esprimere verità. Quindi tutte le branche della Filosofia provengono dal Genio Poetico, adattandosi alle fallibilità individuali.

4° PRINCIPIO
Come l’ignoto non si può scovare esplorando terre note, Così da conoscenze già acquisite non se ne ottengono di nuove; perciò un Genio Poetico universale esiste

5° PRINCIPIO
Le Religioni di ogni Nazione derivano dal modo in cui ogni Nazione recepisce il Genio Poetico che ovunque viene chiamato Spirito di Profezia

6° PRINCIPIO
Le Scritture Ebraiche e Cristiane sono Una discendenza diretta del Genio Poetico: provengono necessariamente dalla natura limitata dei sensi corporali

7° PRINCIPIO
Come tutti gli uomini sono affini (seppur nell’infinita varietà), Lo sono tutte le Religioni: E poiché tutto ciò che è affine ha un’origine comune, Il vero Uomo è l’origine, essendo Genio Poetico

 

The Voice of one crying in the Wilderness

ALL RELIGIONS ARE ONE

THE ARGUEMENT
As the true method of knowledge is experiment, the true faculty of knowing must be the faculty which experiences. This faculty I treat of.

PRINCIPLE 1ST
That the Poetic Genius is the True Man, and that the body or outward form of Man is derived from the Poetic Genius. Likewise that the forms of all things are derived from their Genius, which by the Ancients was calld an Angel & Spirit & Demon.

PRINCIPLE 2ND
As all men are alike in outward form, So (and with the same infinite variety) all are alike in the Poetic Genius

PRINCIPLE 3RD
No man can think write or speak from his heart, but he must intend truth. Thus all sects of Philosophy are from the Poetic Genius, adapted to the weaknesses of every individual.

PRINCIPLE 4TH
As none by traveling over known lands can find out the unknown, So, from already acquired knowledge Man could not acquire more; therefore an universal Poetic Genius exists

PRINCIPLE 5TH
The Religions of all Nations are derived from each Nations different reception of the Poetic Genius which is everywhere call’d the Spirit of Prophecy

PRINCIPLE 6TH
The Jewish & Christian Testaments are An original derivation from the Poetic Genius: this is necessary from the confined nature of bodily sensation

PRINCIPLE 7TH
As all men are alike (tho’ infinitely various) So all Religions: & as all similars have one source, The true Man is the source, he being the Poetic Genius

[fonte del testo inglese: Wikipedia]

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Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo, scrittore che ho scoperto perché originario di Sant’Agata di Militello (Messina), un paesello a cui sono legato.

la ferita dell'aprile

Ed era una vera musica negli orecchi, una melodia quello scorrere dolcissimo di parlar toscano. Volete ammansire un violento, levargli il coltello dalla mano, volete ciurmarlo come i vermi nella pancia dei bambini? Parlate, parlate continentale. Qui, dove tutto è aspro spesso e forte, la campagna il sole i visi e le parole, patre e matre rumori di pietre che cozzano tra loro, qui ci incantiamo per le cose lievi, i bambini le donne i suoni sciolti, fruscianti come seta.

La ferita dell’Aprile è ambientato ad Acquedolci, lo si capisce anche se il paese non viene mai nominato.

Esercizi di cronaca invece è una raccolta di articoli, bellissima la sezione sul “processo Vinci”.

esercizi di cronaca

E poi, l’incipit di Retablo, che richiama così tanto quello di Lolita di Nabokov:

Rosalia. Rosa e lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha ròso, il mio cervello s’è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia. Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera opalina, e l’aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello del giardino, scorre fra colonnette e palme del chiostro in clausura, coglie coinvolge, spande odorosi fiati, olezzi distillati, balsami grommosi. Rosa che punto m’ha, con la sua spina velenosa in su nel cuore.
Lia che m’ha liato la vita come il cedro o la lumìa il dente, liana di tormento, catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio dell’inferno che credei divino, lima che sordamente mi corrose l’ossa, limaccia che m’invischiò nelle sue spire, lingua che m’attassò come angue che guizza dal pietrame, lioparda imperiosa, lippo dell’alma mia, liquame nero, pece dov’affogai, per mia dannazione. Corona di delizia e di tormento, serpe che addenta la sua coda, serto senza inizio e senza fine, rosario d’estasi, replica viziosa, bujo precipizio, pozzo di sonnolenza, cieco vagolare, vacua notte senza lume, Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei?

[Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta. She was Lo, plain Lo, in the morning, standing four feet ten in one sock. She was Lola in slacks. She was Dolly at school. She was Dolores on the dotted line. But in my arms she was always Lolita. Did she have a precursor? She did, indeed she did. In point of fact, there might have been no Lolita at all had I not loved, one summer, an initial girl-child. In a princedom by the sea. Oh when? About as many years before Lolita was born as my age was that summer. You can always count on a murderer for a fancy prose style. Ladies and gentlemen of the jury, exhibit number one is what the seraphs, the misinformed, simple, noble-winged seraphs, envied. Look at this tangle of thorns.]

_ _ _ _ _

Curiosando su parole siciliane utilizzate da Consolo, appunto qui l’interessante spiegazione dell’àccipe (da L’accipe e il colibrì – linguaggio ed ethos in Andrea Camilleri, di Tullio De Mauro):

Accipe.png

1 Commento

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Spoon River illustrata (1919)

E.L.Masters – Spoon River Anthology – illustrated by Oliver Herford – PDF

(fonte: http://darrow.law.umn.edu)

spoon river

Mrs Merritt

Lucinda Matlock

masters articolo

Poesie di Masters su Poetry Foundation (link)

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Divers

 

Offro una traduzione amatoriale (testo orginiale qui: Divers).

Palombari

Il palombaro è il mio amore
(ed io il suo, se non mi ha tradito),
che prende un solo respiro, per ogni ora sotto il mare;
che mi diede un gioiello
del valore doppio della vita di questa donna (ma le sarebbe costato meno
che giacere durante la bassa marea,
per vedere il suo vero amore illuminarsi al fosforo).
E in un’infinita regressione:
Dimmi, perché il dolore della nascita
è più leggero del dolore della morte?
Non dico che sei stato il mio primo amore,
ma sei stato quello migliore.
So che ci dobbiamo sopportare
secondo le regole che ci legano qui:
i palombari, e i marinai, e le donne sul molo.
Ma come scegli la tua forma?
Come scegli il tuo nome? Come scegli la tua vita?
Come scegli il tempo per spirare,
scalciare, e salire?
E in un infinito capovolgimento:
Come un toro che sfonda gli argini,
doppi scafi con doppi alberi-
Non so se sempre mi hai amata, ma alla fine mi hai amata.
Ricorda la parola che hai dato:
di calcolare il tuo tragitto fra le profondità di questo arido mondo,
dove avresti soggiogato le onde,
e steso un letto di perle lucenti!
Lo sogno tutte le notti:
il tintinnio del secchio,
i granelli di sabbia rimossi,
lo sgusciare, rapido e luminoso;
i gusci di conchiglia appaiati e gettati via rivelano un unico cuore bianco.
E in un infinito ritorno:
Antico confine, sprofondato oltre l’Ovest,
[like a sword at the bearer’s fall.]*
Non posso affermare di averti conosciuto appieno,
ma tu mi conoscevi almeno?
Una donna è viva!
Una donna è viva;
non la prendi per un simbolo in madreperla su una pietra,
sola, grezza, e fine.
E mai mariterò.
Scoverò la perla della morte sul fondo della mia vita,
trattenendo il fiato,
fino a diventare sposa del palombaro.
Vedi come l’infinito separa:
e i palombari non hanno colpa
per le faglie, che dividono maree distanti.
Tu non sai il mio nome,
ma io so il tuo.

_ _ _ _ _

*frase che non capisco

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Il portale di Moissac

Riporto parte di un capitolo del Nome della rosa di Umberto Eco (Primo giorno – sesta – Dove Adso ammira il portale della chiesa…) con abbinate le corrispondenti immagini dell’abbazia di Saint Pierre de Moissac a cui si ispira la descrizione.

_ _ _

La chiesa non era maestosa come altre che vidi in seguito a Strasburgo, a Chartres, a Bamberga e a Parigi. Assomigliava piuttosto a quelle che già avevo visto in Italia, poco inclini a elevarsi vertiginosamente verso il cielo e saldamente posate a terra, spesso più larghe che alte; se non che a un primo livello essa era sormontata, come una rocca, da una serie di merli quadrati, e sopra a questo piano si elevava una seconda costruzione, più che una torre, una solida seconda chiesa, sovrastata da un tetto a punta e traforata di severe finestre. Robusta chiesa abbaziale come ne costruivano i nostri antichi in Provenza e Linguadoca, lontana dalle arditezze e dall’eccesso di ricami propri dello stile moderno, che solo in tempi più recenti, credo, si era arricchita, sopra il coro, di una guglia arditamente puntata verso la volta celeste.

Moissac - portale

Saint Pierre de Moissac – portale

Due colonne diritte e pulite antistavano l’ingresso, che appariva a prima vista come un solo grande arco: ma dalle colonne si dipartivano due contrafforti che, sormontati da altri e molteplici archi, conducevano lo sguardo, come nel cuore di un abisso, verso il portale vero e proprio, che si intravvedeva nell’ombra, sovrastato da un gran timpano, retto ai lati da due piedritti e al centro da un pilastro scolpito, che suddivideva l’entrata in due aperture, difese da porte di quercia rinforzate di metallo. In quell’ora del giorno il sole pallido batteva quasi a picco sul tetto e la luce cadeva di sghimbescio sulla facciata senza illuminare il timpano: così che, superate le due colonne, ci trovammo di colpo sotto la volta quasi silvestre delle arcate che si dipartivano dalla sequenza di colonne minori che proporzionalmente rinforzavano i contrafforti. Abituati finalmente gli occhi alla penombra, di colpo il muto discorso della pietra istoriata, accessibile com’era immediatamente alla vista e alla fantasia di chiunque (perché pictura est laicorum literatura), folgorò il mio sguardo e mi immerse in una visione di cui ancor oggi a stento la mia lingua riesce a dire.

Moissac - timpano HD.JPG

Saint Pierre de Moissac – timpano (HD)

Vidi un trono posto nel cielo e uno assiso sul trono. Il volto dell’Assiso era severo e impassibile, gli occhi spalancati e dardeggianti su di una umanità terrestre giunta alla fine della sua vicenda, i capelli e la barba maestosi che ricadevano sul volto e sul petto come le acque di un fiume, in rivoli tutti uguali e simmetricamente bipartiti. La corona che portava sul capo era ricca di smalti e di gemme, la tunica imperiale color porpora gli si disponeva in ampie volute sulle ginocchia, intessuta di ricami e merletti in fili d’oro e d’argento. La mano sinistra, ferma sulle ginocchia, teneva un libro sigillato, la destra si levava in attitudine non so se benedicente o minacciosa. Il volto era illuminato dalla tremenda bellezza di un nimbo cruciforme e fiorito, e vidi brillare intorno al trono e sopra il capo dell’Assiso un arcobaleno di smeraldo. Davanti al trono, sotto i piedi dell’Assiso, scorreva un mare di cristallo e intorno all’Assiso, intorno al trono e sopra il trono, quattro animali terribili – vidi – terribili per me che li guardavo rapito, ma docili e dolcissimi per l’Assiso, di cui cantavano le lodi senza riposo.

dettaglio centrale.png

Saint Pierre de Moissac – timpano – dettaglio

Ovvero, non tutti potevano dirsi terribili, perché bello e gentile mi apparve l’uomo che alla mia sinistra (e alla destra dell’Assiso) porgeva un libro. Ma orrenda mi parve dal lato opposto un’aquila, il becco dilatato, le piume irte disposte a lorìca, gli artigli possenti, le grandi ali aperte. E ai piedi dell’Assiso, sotto alle due prime figure, altre due, un toro e un leone, ciascuno dei due mostri serrando tra gli artigli e gli zoccoli un libro, il corpo volto all’esterno del trono ma il capo verso il trono, come torcendo le spalle e il collo in un impeto feroce, i fianchi palpitanti, gli arti di bestia che agonizzi, le fauci spalancate, le code avvolte e ritorte come serpenti e terminanti all’apice in lingue di fiamma. Entrambi alati, entrambi coronati da un nimbo, malgrado l’apparenza formidabile non erano creature dell’inferno, ma del cielo, e se tremendi apparivano era perché ruggivano in adorazione di un Venturo che avrebbe giudicato i vivi e i morti.
Attorno al trono, a fianco dei quattro animali e sotto i piedi dell’Assiso, come visti in trasparenza sotto le acque del mare di cristallo, quasi a riempire tutto lo spazio della visione, composti secondo la struttura triangolare del timpano, elevandosi da una base di sette più sette, poi a tre più tre e quindi a due più due, a lato del trono, stavano ventiquattro vegliardi, su ventiquattro piccoli troni, rivestiti di vesti bianche e coronati d’oro.

timpano - dettaglio.png

Saint Pierre de Moissac – timpano – dettaglio dei vegliardi

Chi aveva in mano una viola, chi una coppa di profumi, e uno solo suonava, tutti gli altri rapiti in estasi, il volto rivolto all’Assiso di cui cantavano le lodi, le membra anch’esse contorte come quelle degli animali, in modo da poter tutti vedere l’Assiso, ma non in modo belluino, bensì con movenze di danza estatica – come dovette danzare Davide intorno all’arca – in modo che dovunque essi fossero le loro pupille, contro la legge che governava la statura dei corpi, convergessero nello stesso fulgidissimo punto. Oh, quale concento di abbandoni e di slanci, di posture innaturali eppure aggraziate, in quel mistico linguaggio di membra miracolosamente liberate dal peso della materia corporale, signata quantità infusa di nuova forma sostanziale, come se il sacro stuolo fosse battuto da un vento impetuoso, soffio di vita, frenesia di dilettazione, giubilo allelujatico divenuto prodigiosamente, da suono che era, immagine.
Corpi e membra abitati dallo Spirito, illuminati dalla rivelazione, sconvolti i volti dallo stupore, esaltati gli sguardi dall’entusiasmo, infiammate le gote dall’amore, dilatate le pupille dalla beatitudine, folgorato l’uno da una dilettosa costernazione, trafitto l’altro da un costernato diletto, chi trasfigurato dalla meraviglia, chi ringiovanito dal gaudio, eccoli tutti cantare con l’espressione dei visi, col panneggio delle tuniche, col piglio e la tensione degli arti, un cantico nuovo, le labbra semiaperte in un sorriso di lode perenne.

dettaglio decorazioni vegetali

Saint Pierre de Moissac – timpano – dettaglio delle foglie

E sotto i piedi dei vegliardi, e inarcati sopra di essi e sopra il trono e sopra il gruppo tetramorfo, disposti in bande simmetriche, a fatica distinguibili l’uno dall’altro tanto la sapienza dell’arte li aveva resi tutti mutuamente proporzionati, uguali nella varietà e variegati nell’unità, unici nella diversità e diversi nella loro atta coadunazione, in mirabile congruenza delle parti con dilettevole soavità di tinte, miracolo di consonanza e concordia di voci tra sé dissimili, compagine disposta a modo delle corde della cetra, consenziente e cospirante continuata cognazione per profonda e interna forza atta a operare l’univoco nel gioco stesso alterno degli equivoci, ornato e collazione di creature irreducibili a vicenda e a vicenda ridotte, opera di amorosa connessione retta da una regola celeste e mondana a un tempo (vincolo e stabile nesso di pace, amore, virtù, regime, potestà, ordine, origine, vita, luce, splendore, specie e figura), equalità numerosa risplendente per il rilucere della forma sopra le parti proporzionate della materia – ecco che si intrecciavano tutti i fiori e le foglie e i viticci e i cespi e i corimbi di tutte le erbe di cui si adornano i giardini della terra e del cielo, la viola, il citiso, la serpilla, il giglio, il ligustro, il narciso, la colocasia, l’acanto, il malobatro, la mirra e gli opobalsami.

colonna

Saint Pierre de Moissac – la colonna centrale

Ma, mentre l’anima mia, rapita da quel concerto di bellezze terrene e di maestosi segnali soprannaturali, stava per esplodere in un cantico di gioia, l’occhio, accompagnando il ritmo proporzionato dei rosoni fioriti ai piedi dei vegliardi, cadde sulle figure che, intrecciate, facevano tutt’uno con il pilastro centrale che sosteneva il timpano. Cos’erano e che simbolico messaggio comunicavano quelle tre coppie di leoni intrecciati a croce trasversalmente disposta, rampanti come archi, puntando le zampe posteriori sul terreno e poggiando le anteriori sul dorso del proprio compagno, la criniera arruffata in volute anguiformi, la bocca aperta in un ringhio minaccioso, legati al corpo stesso del pilastro da una pasta, o un nido, di viticci?

colonna_

Saint Pierre de Moissac – la colonna centrale

A calmare il mio spirito, come erano forse posti ad ammaestrare la natura diabolica dei leoni e a trasformarla in simbolica allusione alle cose superiori, sui lati del pilastro, erano due figure umane, innaturalmente lunghe quanto la stessa colonna e gemelle di altre due che simmetricamente da ambo i lati le fronteggiavano sui piedritti istoriati ai lati esterni, ove ciascuna delle porte di quercia aveva i propri stipiti: erano dunque quattro figure di vegliardi, dai cui parafernali riconobbi Pietro e Paolo, Geremia e Isaia, contorti anch’essi come in un passo di danza, le lunghe mani ossute levate a dita tese come ali, e come ali le barbe e i capelli mossi da un vento profetico, le pieghe delle vesti lunghissime agitate dalle lunghissime gambe dando vita a onde e volute, opposti ai leoni ma della stessa materia dei leoni.

donna e diavolo.png

Saint Pierre de Moissac – la donna e il satiro

E mentre ritraevo l’occhio affascinato da quella enigmatica polifonia di membra sante e di lacerti infernali, vidi a lato del portale, e sotto le arcate profonde, talora istoriati sui contrafforti nello spazio tra le esili colonne che li sostenevano e adornavano, e ancora sulla folta vegetazione dei capitelli di ciascuna colonna, e di lì ramificandosi verso la volta silvestre delle multiple arcate, altre visioni orribili a vedersi, e giustificate in quel luogo solo per la loro forza parabolica e allegorica o per l’insegnamento morale che trasmettevano: e vidi una femmina lussuriosa nuda e scarnificata, rosa da rospi immondi, succhiata da serpenti, accoppiata a un satiro dal ventre rigonfio e dalle gambe di grifo coperte di ispidi peli, la gola oscena, che urlava la propria dannazione, e vidi un avaro, rigido della rigidità della morte sul suo letto sontuosamente colonnato, ormai preda imbelle di una coorte di demoni di cui uno gli strappava dalla bocca rantolante l’anima in forma di infante (ahimè mai più nascituro alla vita eterna), e vidi un orgoglioso cui un demone s’installava sulle spalle ficcandogli gli artigli negli occhi, mentre altri due golosi si straziavano in un corpo a corpo ripugnante, e altre creature ancora, testa di capro, pelo di leone, fauci di pantera, prigionieri in una selva di fiamme di cui quasi potevi sentire l’alito ardente.

uomo tormentato.png

Saint Pierre de Moissac – l’avaro tormentato dai demoni

E intorno a loro, frammisti a loro, sopra di loro e sotto ai loro piedi, altri volti e altre membra, un uomo e una donna che si afferravano per i capelli, due aspidi che risucchiavano gli occhi di un dannato, un uomo ghignante che dilatava con le mani adunche le fauci di un’idra, e tutti gli animali del bestiario di Satana, riuniti a concistoro e posti a guardia e corona del trono che li fronteggiava, a cantarne la gloria con la loro sconfitta, fauni, esseri dal doppio sesso, bruti dalle mani con sei dita, sirene, ippocentauri, gorgoni, arpie, incubi, dracontopodi, minotauri, linci, pardi, chimere, cenoperi dal muso di cane che lanciavano fuoco dalle narici, dentetiranni, policaudati, serpenti pelosi, salamandre, ceraste, chelidri, colubri, bicipiti dalla schiena armata di denti, iene, lontre, cornacchie, coccodrilli, idropi dalle corna a sega, rane, grifoni, scimmie, cinocefali, leucroti, manticore, avvoltoi, parandri, donnole, draghi, upupe, civette, basilischi, ypnali, presteri, spectafichi, scorpioni, sauri, cetacei, scitali, anfisbene, jaculi, dipsadi, ramarri, remore, polipi, murene e testuggini.

laterale.jpg

Saint Pierre de Moissac – vista del lato sinistro del portale

L’intera popolazione degli inferi pareva essersi data convegno per far da vestibolo, selva oscura, landa disperata dell’esclusione, all’apparizione dell’Assiso del timpano, al suo volto promettente e minaccioso, essi, gli sconfitti dell’Armageddon, di fronte a chi verrà a separare definitivamente i vivi dai morti. E tramortito (quasi) da quella visione, incerto ormai se mi trovassi in un luogo amico o nella valle del giudizio finale, sbigottii, e a stento trattenni il pianto, e mi parve di udire (o udii davvero?) quella voce e vidi quelle visioni che avevano accompagnato la mia fanciullezza di novizio, le mie prime letture dei libri sacri e le notti di meditazione nel coro di Melk, e nel deliquio dei miei sensi debolissimi e indeboliti udii una voce potente come di tromba che diceva “quello che vedi scrivilo in un libro” (e questo ora sto facendo), e vidi sette lampade d’oro e in mezzo alle lampade Uno simile a figlio d’uomo, cinto al petto con una fascia d’oro, candidi la testa e i capelli come lana candida, gli occhi come fiamma di fuoco, i piedi come bronzo ardente nella fornace, la voce come il fragore di molte acque, teneva nella destra sette stelle e dalla bocca gli usciva una spada a doppio taglio. E vidi una porta aperta nel cielo e Colui che era assiso mi parve come diaspro e sardonio e un’iride avvolgeva il trono e dal trono uscivano lampi e tuoni. E l’Assiso prese nelle mani una falce affilata e gridò: “Vibra la tua falce e mieti, è giunta l’ora di mietere perché è matura la messe della terra”; e Colui che era assiso vibrò la sua falce e la terra fu mietuta.
Fu allora che compresi che d’altro non parlava la visione, se non di quanto stava avvenendo nell’abbazia e avevamo colto dalle labbra reticenti dell’Abate – e quante volte nei giorni seguenti non tornai a contemplare il portale, sicuro di vivere la vicenda stessa che esso raccontava. E compresi che ivi eravamo saliti per essere testimoni di una grande e celeste carneficina.
Tremai, come fossi bagnato dalla pioggia gelida d’inverno…

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Fonte abbazia di Moissac: luzappy.eu

Fonte immagini del timpano: wikipedia; e del portale: wga.hu

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Rostropovič

Un piccolo documentario sulla vita e musica di Mstislav Rostropovič. Contiene un breve intervento di Dmitrij Šostakovič.

Altri video molto belli con Rostropovič al violoncello: prove per una sonata di Šostakovič; due concerti per violoncello sempre di Šostakovič (n°1 e 2, op.107 e 126).

 

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anyone lived in a pretty how town

Offro una traduzione amatoriale di “anyone lived in a pretty how town” di E. E. Cummings, la triste storia di alcuno e nessuno. L’originale qui: poetry foundation (include audio con lettura dell’autore) e anche qui sotto a seguire. L’analisi qui: shmoop.

alcuno viveva in una cittadina come carina
(tante campanelle lassù che volano giù)
primavera estate autunno inverno
cantava i suoi no danzava i suoi sì.

Donne e uomini(siano piccoli o pochi)
non si curavano affatto di alcuno
seminavano i loro non è mietevano i loro stessi
sole luna stelle pioggia

bambini intuivano(ma solo alcuni
e poi giù a dimenticare e su a crescere
autunno inverno primavera estate)
che nessuno lo amava più dopo più

di quando in quando di foglia in albero
lei gli rideva la gioia lei gli piangeva il dolore
di uccello in neve di caos in calma
il tutto di alcuno era tutto per lei

i qualcuno sposavano i loro chiunque
ridevano pianti e danzavano danze
(dormi veglia spera e poi)dicevano
i loro mai e dormivano il loro sogno

stelle pioggia sole luna
(e solo la neve può iniziare a spiegare
come i bambini siano atti a dimenticare di ricordare
tante campanelle lassù che volano giù)

immagino un giorno alcuno morì
(e nessuno si abbassò a baciarlo in volto)
gente indaffarata li seppelliva fianco a fianco
poco a poco e fu dopo fu

tutto dopo tutto e fondo dopo fondo
e di più in più si sognano il sonno
nessuno e alcuno di terra in aprile
di desiderio in spirito e di se in sì.

Uomini e donne(sia tiri che tera)
estate autunno inverno primavera
mietevano il seminare e andavano i venire
sole luna pioggia stelle

Grant Wood, Gotico Americano

Grant Wood, “Gotico Americano”

anyone lived in a pretty how town
(with up so floating many bells down)
spring summer autumn winter
he sang his didn’t he danced his did.

Women and men(both little and small)
cared for anyone not at all
they sowed their isn’t they reaped their same
sun moon stars rain

children guessed(but only a few
and down they forgot as up they grew
autumn winter spring summer)
that noone loved him more by more

when by now and tree by leaf
she laughed his joy she cried his grief
bird by snow and stir by still
anyone’s any was all to her

someones married their everyones
laughed their cryings and did their dance
(sleep wake hope and then)they
said their nevers they slept their dream

stars rain sun moon
(and only the snow can begin to explain
how children are apt to forget to remember
with up so floating many bells down)

one day anyone died i guess
(and noone stooped to kiss his face)
busy folk buried them side by side
little by little and was by was

all by all and deep by deep
and more by more they dream their sleep
noone and anyone earth by april
wish by spirit and if by yes.

Women and men(both dong and ding)
summer autumn winter spring
reaped their sowing and went their came
sun moon stars rain

 – – –

E E Cummings – Complete Poems 1904-1962 (PDF)

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