Those of the fourth dimension

Estratti da “The Dreams in the Witch House” di H. P. Lovecraft, con una mia traduzione amatoriale.
Il racconto completo si trova on line.
Le immagini sono tratte da un libro del 1904 scoperto grazie ad un breve saggio.

fourth dimension - hinton

H. Hinton – The fourth dimension

 

Gilman’s dreams consisted largely in plunges through limitless abysses of inexplicably coloured twilight and bafflingly disordered sound; abysses whose material and gravitational properties, and whose relation to his own entity, he could not even begin to explain. He did not walk or climb, fly or swim, crawl or wriggle; yet always experienced a mode of motion partly voluntary and partly involuntary. Of his own condition he could not well judge, for sight of his arms, legs, and torso seemed always cut off by some odd disarrangement of perspective; but he felt that his physical organisation and faculties were somehow marvellously transmuted and obliquely projected — though not without a certain grotesque relationship to his normal proportions and properties.

I sogni di Gilman consistevano principalmente nello sprofondare in abissi sconfinati dai colori crepuscolari incomprensibili e dai suoni sconcertanti e confusi; abissi le cui proprietà materiche e gravitazionali, e la cui relazione con la propria essenza, non poteva nemmeno provare a spiegare. Non si trattava di camminare né arrampicarsi o volare, nuotare, strisciare, contorcersi; eppure esperiva ogni volta un tipo di moto in parte volontario e in parte involontario. Non poteva ben valutare la sua condizione, poiché la visione delle sue stesse braccia, delle gambe e del busto, appariva sempre alterata da una sorta di strana deviazione prospettica; ma sentiva che l’organizzazione e le facoltà del suo fisico venivano in qualche modo meravigliosamente trasmutate e riprogettate in modo trasversale — benché non senza una certa relazione grottesca con le sue normali proporzioni e proprietà.

The abysses were by no means vacant, being crowded with indescribably angled masses of alien-hued substance, some of which appeared to be organic while others seemed inorganic. A few of the organic objects tended to awake vague memories in the back of his mind, though he could form no conscious idea of what they mockingly resembled or suggested. In the later dreams he began to distinguish separate categories into which the organic objects appeared to be divided, and which seemed to involve in each case a radically different species of conduct-pattern and basic motivation. Of these categories one seemed to him to include objects slightly less illogical and irrelevant in their motions than the members of the other categories.

Quegli abissi erano tutt’altro che vuoti, affollati da indescrivibili masse spigolose di sostanza aliena, alcune delle quali sembravano essere organiche, mentre altre sembravano inorganiche. Alcuni degli oggetti organici tendevano a risvegliare vaghi ricordi nel profondo della sua mente, benché non fosse in grado di formulare alcuna idea conscia di ciò che essi parodiavano o suggerivano. Negli sogni più recenti prese a distinguere diverse categorie in cui gli oggetti organici parevano dividersi, e che sembravano implicare ognuna una specie radicalmente differente di modello comportamentale e di stimolo elementare. Di queste categorie una gli sembrava includesse oggetti lievemente meno illogici e insensati nei movimenti rispetto ai componenti delle altre categorie.

All the objects — organic and inorganic alike — were totally beyond description or even comprehension. Gilman sometimes compared the inorganic masses to prisms, labyrinths, clusters of cubes and planes, and Cyclopean buildings; and the organic things struck him variously as groups of bubbles, octopi, centipedes, living Hindoo idols, and intricate Arabesques roused into a kind of ophidian animation. Everything he saw was unspeakably menacing and horrible; and whenever one of the organic entities appeared by its motions to be noticing him, he felt a stark, hideous fright which generally jolted him awake. Of how the organic entities moved, he could tell no more than of how he moved himself. In time he observed a further mystery — the tendency of certain entities to appear suddenly out of empty space, or to disappear totally with equal suddenness. The shrieking, roaring confusion of sound which permeated the abysses was past all analysis as to pitch, timbre, or rhythm; but seemed to be synchronous with vague visual changes in all the indefinite objects, organic and inorganic alike. Gilman had a constant sense of dread that it might rise to some unbearable degree of intensity during one or another of its obscure, relentlessly inevitable fluctuations.

Tutti quegli oggetti — sia organici che inorganici — erano totalmente al di là di ogni possibile descrizione o comprensione. Talvolta Gilman comparava le masse inorganiche a prismi, labirinti, agglomerati di cubi e di superfici, costruzioni ciclopiche; e quelle organiche gli si paravano innanzi come grappoli di bolle, polpi, millepiedi, idoli Indu viventi, ed intricati arabeschi animati da una sorta di risveglio serpentino. Tutto ciò che vedeva era indicibilmente minaccioso ed orrorifico; e quando una delle entità organiche mostrava dai movimenti di averlo notato, lui sentiva un’improvvisa, tremenda paura, che solitamente lo svegliava di soprassalto. Di come si muovessero le entità organiche, non sapeva più di quanto poteva dire di se stesso. Col tempo osservò un ulteriore mistero — la tendenza di certe entità ad uscire all’improvviso da uno spazio vuoto, o scomparire completamente con pari immediatezza. L’urlante, ruggente confusione di suoni che permeava gli abissi andava oltre ogni analisi di intonazione, timbro o ritmo; ma sembrava sincronizzata con i casuali cambi di aspetto di quegli oggetti indefiniti, organici o inorganici che fossero. Gilman provava un senso costante di terrore che poteva intensificarsi fino ad un livello insopportabile durante una qualsiasi delle sue misteriose ed implacabili fluttuazioni.

tesseract - hinton

H. Hinton – The fourth dimension

In the deeper dreams everything was likewise more distinct, and Gilman felt that the twilight abysses around him were those of the fourth dimension. Those organic entities whose motions seemed least flagrantly irrelevant and unmotivated were probably projections of life-forms from our own planet, including human beings. What the others were in their own dimensional sphere or spheres he dared not try to think. Two of the less irrelevantly moving things — a rather large congeries of iridescent, prolately spheroidal bubbles and a very much smaller polyhedron of unknown colours and rapidly shifting surface angles — seemed to take notice of him and follow him about or float ahead as he changed position among the titan prisms, labyrinths, cube-and-plane clusters, and quasi-buildings; and all the while the vague shrieking and roaring waxed louder and louder, as if approaching some monstrous climax of utterly unendurable intensity.

Nella profondità dei sogni era tutto sempre più definito, e Gilman percepì che gli abissi crepuscolari intorno a lui appartenevano alla quarta dimensione. Le entità organiche i cui movimenti si palesavano più rilevanti e sensati erano probabilmente una proiezione delle forme di vita del nostro pianeta, esseri umani inclusi. A cosa quelle restanti corrispondessero nella rispettiva sfera dimensionale — o sfere — non s’azzardava a immaginarlo. Due delle entità il cui moto era meno insensato — una congerie piuttosto ampia di ovoidi iridescenti ed un poliedro molto più piccolo dai colori indefiniti e dalle facce in continua trasmutazione — parvero accorgersi di lui e seguire i suoi movimenti fluttuando mentre cambiava posizione fra i prismi giganti, i labirinti, gli agglomerati di solidi e piani, le pseudo-costruzioni; e nel mentre il frastuono si faceva sempre più assordante, come a raggiungere un mostruoso climax d’intensità assolutamente insopportabile.

During the night of April 19–20 the new development occurred. Gilman was half-involuntarily moving about in the twilight abysses with the bubble-mass and the small polyhedron floating ahead, when he noticed the peculiarly regular angles formed by the edges of some gigantic neighbouring prism-clusters. In another second he was out of the abyss and standing tremulously on a rocky hillside bathed in intense, diffused green light. He was barefooted and in his night-clothes, and when he tried to walk discovered that he could scarcely lift his feet. A swirling vapour hid everything but the immediate sloping terrain from sight, and he shrank from the thought of the sounds that might surge out of that vapour.

Nella notte fra il 19 e il 20 aprile si manifestò l’ulteriore sviluppo. Gilman si spostava semi-involontariamente negli abissi crepuscolari accompagnato dalle fluttuazioni dell’ammasso di bolle e del piccolo poliedro, quando fu colpito dalla peculiare regolarità degli angoli formati dalle facce di un agglomerato gigante di prismi in avvicinamento. Passò un secondo e si ritrovò in piedi al di fuori dell’abisso, tremante su sul declivio roccioso di una collina avvolta da un’intensa e diffusa luce verde. Era scalzo e in abiti da notte, e quando provò a camminare scoprì di potere a mala pena sollevare i piedi. Un vortice di nebbia celò ogni cosa al di là di quel poco terreno scosceso, e lui si ritrasse dal pensiero dei suoni che avrebbero potuto scaturire da quella nebbia.

He was glad to sink into the vaguely roaring twilight abysses, though the pursuit of that iridescent bubble-congeries and that kaleidoscopic little polyhedron was menacing and irritating. Then came the shift as vast converging planes of a slippery-looking substance loomed above and below him — a shift which ended in a flash of delirium and a blaze of unknown, alien light in which yellow, carmine, and indigo were madly and inextricably blended.

Era lieto di sprofondare nell’indistinto frastuono degli abissi crepuscolari, benché minacciato e irritato dall’inseguimento di quella congerie di bolle iridescenti e di quel piccolo poliedro caleidoscopico. Poi avvenne il cambiamento quando vasti piani convergenti di una sostanza apparentemente scivolosa si profilarono sopra e sotto di lui — un cambiamento che convogliò in un lampo delirante e in una vampa d’ignoto, luce aliena in cui giallo, carminio e indaco erano follemente e inestricabilmente miscelati.

He was half lying on a high, fantastically balustraded terrace above a boundless jungle of outlandish, incredible peaks, balanced planes, domes, minarets, horizontal discs poised on pinnacles, and numberless forms of still greater wildness — some of stone and some of metal — which glittered gorgeously in the mixed, almost blistering glare from a polychromatic sky. Looking upward he saw three stupendous discs of flame, each of a different hue, and at a different height above an infinitely distant curving horizon of low mountains. Behind him tiers of higher terraces towered aloft as far as he could see. The city below stretched away to the limits of vision, and he hoped that no sound would well up from it.

Stava mezzo sdraiato su di un’alta terrazza cintata da una fantastica balaustra, che affacciava su una giungla esotica e sconfinata di vette, altipiani, cupole, minareti, dischi orizzontali in equilibrio su pinnacoli, e innumerevoli forme di natura ancor più grande — talune di pietra e altre di metallo — che riflettevano magnificamente il bagliore diffuso, quasi accecante, di un cielo policromo. Alzando lo sguardo vide tre stupendi dischi infuocati, di tre tinte diverse, e a diverse altezze sopra la curva infinitamente distante delle montagne basse all’orizzonte. Dietro di lui torreggiavano a perdita d’occhio livelli sempre più alti di terrazze. La città si stendeva fino ai limiti del visibile, e lui si trovò a sperare che nessun suono potesse mai scaturire da essa.

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We are seven

Versi di Wordsworth e mia dilettantesca traduzione.

– – –

We Are Seven

A simple Child, dear brother Jim,
That lightly draws its breath,
And feels its life in every limb,
What should it know of death?

I met a little cottage Girl:
She was eight years old, she said;
Her hair was thick with many a curl
That clustered round her head.

She had a rustic, woodland air,
And she was wildly clad:
Her eyes were fair, and very fair;
— Her beauty made me glad.

“Sisters and brothers, little Maid,
How many may you be?”
“How many? Seven in all,” she said,
And wondering looked at me.

“And where are they? I pray you tell.”
She answered, “Seven are we;
And two of us at Conway dwell,
And two are gone to sea.

“Two of us in the church-yard lie,
My sister and my brother;
And, in the church-yard cottage, I
Dwell near them with my mother.”

“You say that two at Conway dwell,
And two are gone to sea,
Yet ye are seven! I pray you tell,
Sweet Maid, how this may be.”

Then did the little Maid reply,
“Seven boys and girls are we;
Two of us in the church-yard lie,
Beneath the church-yard tree.”

“You run about, my little Maid,
Your limbs they are alive;
If two are in the church-yard laid,
Then ye are only five.”

“Their graves are green, they may be seen,”
The little Maid replied,
“Twelve steps or more from my mother’s door,
And they are side by side.

“My stockings there I often knit,
My kerchief there I hem;
And there upon the ground I sit,
And sing a song to them.

“And often after sun-set, Sir,
When it is light and fair,
I take my little porringer,
And eat my supper there.

“The first that died was sister Jane;
In bed she moaning lay,
Till God released her of her pain;
And then she went away.

“So in the church-yard she was laid;
And, when the grass was dry,
Together round her grave we played,
My brother John and I.

“And when the ground was white with snow,
And I could run and slide,
My brother John was forced to go,
And he lies by her side.”

“How many are you, then,” said I,
“If they two are in heaven?”
Quick was the little Maid’s reply,
“O Master! we are seven.”

“But they are dead; those two are dead!
Their spirits are in heaven!”
’Twas throwing words away; for still
The little Maid would have her will,
And said, “Nay, we are seven!”

 

Conway Churchyard

 

Siamo Sette

Una bambina, caro fratello Jim,
Che respirando con leggerezza
Colma di vita i propri arti,
Che può saperne della morte?

Incontrai una ragazzina di campagna:
Aveva otto anni, mi disse;
I suoi capelli erano folti
E i ricci le circondavano il capo.

Aveva un’aria rustica, boscaiola,
E vestiva disordinatamente:
I suoi occhi erano sinceri, molto sinceri;
— La sua bellezza mi rese felice.

“Tra sorelle e fratelli, piccola Signorina,
Quanti sareste in tutto?”
“Quanti? Siamo sette,” disse lei,
E mi scrutò meravigliata.

“E dove sono gli altri? Dimmi, te ne prego.”
Rispose lei, “Siamo sette in tutto;
E due di noi abitano a Conway,
E due sono andati per mare.

“Due stanno al camposanto,
Mia sorella e mio fratello;
E, nel cascinale del camposanto, io
Abito accanto a loro con mia madre.”

“Hai detto che due abitano a Conwell,
E due sono per mare,
Eppure fanno sette! Per favore spiegami,
Signorina, come può essere così.”

Rispose quindi la Signorina,
“Siamo sette fra maschi e femmine;
Due stanno al camposanto,
Sotto l’albero del camposanto.”

“Ci giri intorno, Signorina mia,
Tu sei viva e vegeta;
Se due stanno al camposanto,
Fanno in tutto solo cinque.”

“Le tombe sono verdi, si vedono,”
Replicò la Signorina,
“A una dozzina di passi dalla porta di mia madre,
Si trovano l’una accanto all’altra.

“Ci vado spesso a fare la maglia,
A fare gli orli ai fazzoletti;
Mi siedo là per terra,
E canto loro le canzoni.

“E spesso al tramonto, Signore,
Quando il tempo è bello,
Mi porto la scodella,
E ceno là.

“La prima a morire fu mia sorella Jane;
Gemeva sdraiata in un letto,
Finché Iddio la liberò dal dolore;
Così se ne andò.

“Fu quindi sistemata nel camposanto;
E, quando il prato fu asciutto,
Giocavamo intorno alla sua tomba,
Io e mio fratello John.

“E quando il terreno fu coperto di neve,
E si poteva correre e scivolare,
A mio fratello capitò di andarsene,
E giace ora accanto a lei.”

“Dunque, quanti siete,” dissi,
“Se quei due sono in cielo?”
La bambina tosto rispose,
“O Signore! siamo sette.”

“Ma sono morti; quei due sono morti!
Il loro spirito è in cielo!”
Parlavo al vento; poiché
La Signorina insisteva ancora,
Dicendo, “No, siamo sette!”

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“Lines Written at a Small…”

Poesia di William Wordsworth e mia dilettantesca traduzione.

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Giacomo Grosso - Fiori per l_onomastico della mamma, 1927

Giacomo Grosso – Fiori per l’onomastico della mamma, 1927

– – –

Lines Written at a Small Distance from my House, And Sent by my Little Boy to the Person to Whom They Are Addressed.

It is the first mild day of March:
Each minute sweeter than before,
The red-breast sings from the tall larch
That stands beside our door.

There is a blessing in the air,
Which seems a sense of joy to yield
To the bare trees, and mountains bare,
And grass in the green field.

My Sister! (‘tis a wish of mine)
Now that our morning meal is done,
Make haste, your morning task resign;
Come forth and feel the sun.

Edward will come with you, and pray,
Put on with speed your woodland dress,
And bring no book, for this one day
We’ll give to idleness.

No joyless forms shall regulate
Our living Calendar:
We from to-day, my friend, will date
The opening of the year.

Love, now an universal birth,
From heart to heart is stealing,
From earth to man, from man to earth,
— It is the hour of feeling.

One moment now may give us more
Than fifty years of reason;
Our minds shall drink at every pore
The spirit of the season.

Some silent laws our hearts may make,
Which they shall long obey;
We for the year to come may take
Our temper from to-day.

And from the blessed power that rolls
About, below, above;
We’ll frame the measure of our souls,
They shall be tuned to love.

Then come, my sister! come, I pray,
With speed put on your woodland dress,
And bring no book; for this one day
We’ll give to idleness.

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Giacomo Grosso - Ritratto di bambina con ermellino, 1911.jpg

Giacomo Grosso – Ritratto di bambina con ermellino, 1911

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Versi scritti poco distante da casa mia, e inviati mediante il mio figliuolo alla persona cui sono destinati.

E’ il primo giorno mite di Marzo:
Sempre più dolce a ogni minuto,
Canta il pettirosso sul grande larice
Di fronte alla soglia di casa nostra.

C’è una benedizione nell’aria,
Che sembra uno sprazzo di gioia concesso
Agli alberi spogli, alle montagne nude,
All’erba verde dei prati.

Sorella mia! (lo desidero)
Ora che è finita la colazione,
Licenziati subito dai compiti mattutini;
Vieni qui a goderti il sole.

Edward ti accompagnerà, e ti prego,
Vesti in fretta panni campagnoli,
E niente libri; poiché oggi
Ci dedichiamo all’ozio.

Mai più una sciatta agenda scandirà
Il Calendario delle nostre vite:
Oggi, amica mia, per noi
E’ un nuovo capodanno.

L’amore, come rinascita universale,
Muove furtivo da cuore a cuore,
Dalla terra all’uomo, dall’uomo alla terra,
— E’ l’ora del sentimento.

Un istante vissuto ora può darci più
Di cinquant’anni passati a ragionare;
Ogni poro della nostra mente s’abbevera
Dello spirito di questa stagione.

I nostri cuori stringono taciti accordi
Che dovranno sempre mantenere;
Nell’anno a venire ci porteremo appresso
Il temperamento di oggi.

E con l’energia benefica sprigionata
In volteggi, salti, capriole,
Calcoleremo la frequenza delle nostre anime,
Intonate in amorevole armonia.

E allora vieni, sorella! vieni, ti prego,
Vesti subito i panni campagnoli,
E niente libri; poiché oggi
Ci dedichiamo all’ozio.

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Funghi di Yuggoth (XV-XXXVI)

Traduzione amatoriale in versi liberi dei sonetti di Lovecraft Fungi from Yuggoth (seconda parte).

L’originale on line qui: hplovecraft.com
L’originale in pdf qui: Fungi from Yuggoth
Traduzione sonetti da I a XIV qui: Funghi di Yuggoth (I-XIV)
Immagini da incisioni di Bruegel il vecchio.

bruegel il vecchio 3

XV. Antarktos

Nel mio strano sogno il grande uccello mormorava
Dell’oscura forma conica situata nella vastità polare;
Gravante sulla calotta di ghiaccio, isolata e torva,
Battuta e deturpata da impetuose tempeste di eoni.

Non v’è forma di vita che si aggiri lassù,
E nient’altro che aurore pallide e fiochi raggi solari
Raggiungono quella roccia erosa, le cui origini ancestrali
Sono vagamente intuibili solo dagli Antichi.

Se mai uomo dovesse avvistarla, potrebbe soltanto meravigliarsi
Di come la Natura abbia potuto edificare un siffatto rilievo;
Ma l’uccello parlava di parti ancor più ampie, che un miglio

Sotto la crosta di ghiaccio si celano e covano e attendono.
Dio aiuti il sognatore a cui le folli visioni rivelano
Lo sguardo morto appostato negli abissi di cristallo!

XVI. La finestra

La casa era antica, e da essa si diramavano ali intricate,
In cui nessuno avrebbe potuto orientarsi,
E c’era, in una stanzetta più o meno sul retro,
Una peculiare finestra anticamente murata con pietre.

Là, in un’infanzia da incubo, ero solito andare
Solo, nel regno oscuro e nebuloso della notte;
Fra le ragnatele mi facevo strada stranamente senza
Alcuna paura, e con sempre crescente meraviglia.

Vi portai un giorno dei muratori, intento a scoprire
La vista che i miei sconosciuti antenati si erano preclusi,
Ma appena sfondarono la pietra, un soffio d’aria

Irruppe dai vuoti alieni che si spalancavano dietro di essa.
Loro fuggirono — io invece guardai e vi trovai sviscerati
Tutti i mondi selvaggi di cui parlavano i miei sogni.

XVII. Un ricordo

Steppe vastissime e pianure rocciose
Sconfinate si stendevano sotto la notte stellata,
Ove dei falò alieni illuminavano flebilmente
Mandrie di bestie pelose con i loro campanacci.

A meridione la piana ampia declinava
Verso la linea scura e irregolare di un muro di cinta
Steso come un immenso pitone di certe epoche remote
Congelato e fossilizzato dal tempo.

Un brivido sinistro mi scosse nell’aria gelida e penetrante,
E mentre mi chiedevo dove fossi e come vi fossi giunto,
Una sagoma ammantata si stagliò dinnanzi ai fuochi del campo,

Prese ad avvicinarsi, e mi chiamò per nome.
Fissando sotto il cappuccio quel volto morto,
Cessai di sperare — poiché compresi.

XVIII. I giardini dello Yin

Oltre quella cinta, le cui torri muschiose
Furono innalzate quasi al cielo dagli antichi massoni,
Avrebbero dovuto esservi terrazzamenti fioriti, ricchi giardini,
E svolazzamento d’api, uccelli e farfalle.

Avrebbero dovuto esservi sentieri, ponti su laghetti di ninfee,
Templi riflessi sulla superficie dell’acqua tiepida,
E ciliegi dal fogliame delicato e i rami protesi
Verso gli aironi in volo nel cielo rosa.

Tutto ciò avrebbe dovuto esservi, poiché non è forse vero
Che l’impeto dei sogni spalanca le porte di quel labirinto di pietra
In cui i ruscelli tracciano pigri le proprie anse,

Trovando la via fra i grappoli sporgenti dai vitigni?
Mi affrettai — ma di fronte all’alto muro, sinistro e immane,
Scoprii che più non v’era alcun accesso.

bruegel il vecchio 6

XIX. Le campane

Per anni ho sentito in lontananza quel suono cupo
Di campane portato dal vento tetro di mezzanotte;
Rintocchi di un campanile a me sconosciuto,
Che giungevano alterati, come da un’ampia traiettoria nel vuoto.

Cercavo indizi nei miei sogni e ricordi,
Nella mia mente risuonavano numerose visioni;
La tranquilla Innsmouth, dove i gabbiani indugiavano
Presso l’antica guglia che un tempo mi fu familiare.

Perplesso stavo a sentire quelle note lontane,
Finché la pioggia gelida e tremenda di una notte di Marzo
Mi riportò attraverso le spire della memoria

Ai battacchi impazziti di antiche torri campanarie.
Rintoccavano — ma i rintocchi provenivano dai fondali
Dimenticati e sommersi delle tenebrose maree notturne.

XX. Aridità notturne

Da che cripta siano strisciate fuori, non lo so,
Ma tutte le notti vedo quelle cose gommose,
Nere, cornute e agili, dotate di ali membranose,
E di code bifide simili a barbigli infernali.

Arrivano in legioni sospinte dal vento del nord,
E con una presa malefica che irrita e punge
Mi sequestrano per un viaggio mostruoso
Nelle grigie segrete dei mondi dell’incubo.

Vagano tra i picchi frastagliati di Thok,
Indifferenti ai miei tentativi di gridare,
E giù verso le profondità di quel turpe lago

In cui gonfi e sonnolenti si tuffano gli shoggoth.
Ma ehi! Se solo emettessero un suono riconoscibile,
O avessero un volto degno d’essere definito tale!

XXI. Nyarlathotep

Ed infine dall’entroterra d’Egitto venne
Lo strano Signore oscuro a cui s’inchinavano i fellahin;
Magro, silenzioso, misteriosamente fiero,
Avvolto di stoffe rosse come il sole infuocato.

Le folle lo circondavano, bramose dei suoi ordini,
Che difficilmente avrebbero potuto sentire in quella calca;
Ma il suo temuto verbo veniva diffuso in ogni nazione
E le bestie selvagge lo seguivano e gli leccavano le mani.

Ben presto dal mare sorse qualcosa di nocivo;
Lande dimenticate e guglie d’oro ammuffite;
Il terreno era crepato, e folli aurore crollavano

Tra le fortezze terremotate dell’uomo.
Poi, devastando ciò che avrebbe potuto modellare,
L’ignorante Caos soffiò via le ceneri della Terra.

XXII. Azathoth

Nell’insipiente vuoto il demone mi trasportò,
Oltre la massa lucente di spazio dimensionale,
Finché non fu più tempo né materia dinanzi a me,
Ma solo Caos, senza alcun luogo o forma.

In quell’oscurità il Dio di Ogni Cosa borbottò
Cose che aveva sognato e non poteva comprendere,
Mentre intorno a lui pipistrelli deformi e goffi svolazzavano
In volute ignoranti abbandonate alle correnti d’aria.

Danzavano come folli l’acuta e tagliente nenia
Suonata da zampe mostruose su un flauto crepato
Le cui insensate frequenze fluiscono in combinazioni casuali

Che determinano la legge eterna di ogni fragile cosmo.
“Io sono il Suo Messaggero,” disse il demone,
E come per spregio colpì la testa del suo Maestro.

bruegel il vecchio 2

XXIII. Miraggio

Non so se mai sia esistito —
Quel mondo perduto che fluisce sulle correnti del tempo —
Eppure lo vedo spesso, in un’aura viola,
Risplendere sulla scia di certi sogni indefiniti.

V’erano strane torri e fiumi in piena,
Labirinti del mistero e arcobaleni,
E cieli accesi di fiammate rosse, simili a rami tremanti
Di malinconia al calar di una notte d’inverno.

Vaste brughiere delimitate da coste erbose disabitate,
Ove planavano enormi volatili, e su un colle spazzato dal vento
Stava un antico villaggio dal campanile bianco,

I cui rintocchi serali sento ancora echeggiare.
Non so dove si trovi quel paese — né trovo il coraggio
Di chiedermi quando o perché vi andai, o vi andrò.

XXIV. Il canale

Sperduto nei sogni c’è un luogo maledetto
I cui edifici alti e abbandonati si susseguono
Lungo un canale profondo, angusto, oscuro, odorante
Di oscenità, le cui correnti fluiscono oleose.

Vicoli stretti fra vecchi muri che quasi si toccano
Convogliano in strade note o forse ignote,
Mentre il chiaro di luna traccia tenui riflessi spettrali
Su lunghe file di finestre altrimenti buie e inanimate.

Non s’ode un passo, l’unico suono leggero
E’ quello dell’acqua oleosa che scivola
Sotto i ponti di pietra, e fra le sponde artificiali

Del suo letto inclinato verso un oceano ignoto.
Nessuno è sopravvissuto per raccontare l’inondazione
Che spazzò via quella regione persa nel mondo dei sogni.

XXV. San Toad

“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Lo udii gridare
Mentre mi arrischiavo in quei vicoli folli
Che degenerano negli oscuri e indefiniti labirinti
A sud del fiume in cui sta il sogno dei secoli antichi.

Era un figuro furtivo, gobbo e cencioso,
E in un lampo, barcollando, sparì dalla vista,
Così proseguii nella notte verso le ombre dei tetti
Degli edifici che si stagliavano maligni e irregolari.

Non esiste una guida su cui stia scritto cosa aspettarsi —
Ma ad un tratto udii le grida d’un altro uomo:
“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Mi sentii mancare,

E mi fermai, al che un terzo saggio gracchiò impaurito:
“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Inorridito, corsi —
Finché all’improvviso comparve il campanile nero.

XXVI. I famigliari

John Whateley viveva a circa un miglio dalla città,
Lassù dove le colline si facevano impervie;
Pensavamo che avesse qualche rotella fuori posto,
Considerando lo stato di decadenza della sua fattoria.

Sprecava i suoi giorni su libri bizzarri
Recuperati da qualche parte in soffitta,
Finché strane rughe solcarono il suo volto,
Che a detta dei cittadini ora metteva a disagio.

Quando prese a ululare di notte, decidemmo
Di farlo rinchiudere prima che potesse nuocere,
Così tre uomini della fattoria di Aylesbury

Andarono a prenderlo — ma tornarono spaventati e senza di lui.
L’avevano sorpreso a parlare con due esseri rannicchiati
Che al loro ingresso spiccarono il volo con grandi ali nere.

bruegel il vecchio 4

 

XXVII. Il faro dell’Anziano

Da Leng, dove le alture rocciose salgono desolate e spoglie
Sotto stelle fredde invisibili all’uomo,
Scaturisce al crepuscolo un singolo fascio di luce blu
I cui riflessi remoti fanno crollare in preghiera i pastori.

Si dice (ma non per esperienza) che provenga
Da un faro situato in una torre di pietra,
Ove l’Anziano trascorre la vita in solitudine,
Parlando al Caos mediante colpi di tamburo.

La Cosa, si mormora, indossa una maschera di seta
Gialla, le cui insolite pieghe sembrano nascondere
Un volto non di questa terra, benché nessuno osi

Anche solo immaginare le fattezze ivi celate.
Molti, durante la prima giovinezza, videro quel bagliore,
Ma ciò che scopersero nessuno saprà mai.

XXVIII. Aspettazione

Non so dire perché certe cose mi diano
L’impressione d’insondate e incombenti meraviglie,
O di un’incrinatura nel muro dell’orizzonte
Che si apre su mondi appartenenti ai soli dei.

C’è una soffocante, vaga aspettazione,
Come di grandi sfarzi che a mala pena ricordo,
O di avventure selvagge, incorporee,
Gravide d’estasi, libere come un sogno lucido.

Si può trovare in tramonti e strane guglie,
Antichi villaggi e boschi e rilievi brumosi,
Venti del sud, mare, basse colline e città illuminate,

Vecchi giardini, strofe di canti e vampe lunari.
Ma benché una tale chiamata valga il senso della vita,
Nessuno la riceve o immagina quale sia la contropartita.

XXIX. Nostalgia

Una volta all’anno, presi dalla malinconia autunnale,
Gli uccelli spiccano il volo sull’oceano deserto,
Chiamandosi e cinguettando con gioiosa frenesia
Alla ricerca di terre note alla propria memoria profonda.

Immensi giardini terrazzati in cui abbondano le fioriture
E filari di mango dal sapore delizioso,
E templi creati dagli intrecci degli alberi sopra freschi sentieri —
Tutte queste cose furono rivelate loro in sogno.

Perlustrano il mare in cerca della costa ancestrale —
Dell’alta città, chiara e turrita —
Ma solo una distesa d’acqua scorre dinanzi a loro,

Finché ad un certo punto si voltano per tornare.
Ancora una volta, nel fondo dell’abisso affollato da polipi alieni,
Non giunge alle antiche torri il canto perduto e mai dimenticato.

XXX. Retroterra

Non è possibile legarmi a cose nuove e fredde,
Poiché venni alla luce in una vecchia cittadina,
Dove dalla finestra scorgevo solo tetti delle case declinare
Giù fino ad un porto pittoresco foriero di visioni.

Strade con soglie di pietra dove i riflessi del tramonto
Inondavano i vetri di vecchie lunette e finestrelle,
E campanili Georgiani rifiniti con imposte dorate —
Queste erano le vedute che modellavano i miei sogni infantili.

Un tale patrimonio, custodito a lievitare per molto tempo,
Può sciogliere non soltanto le fragili catene dei fantasmi
Che spiccano il volo verso destini instabili e disordinati

Attraverso i confini immutabili della terra e del cielo.
Ma può strappare anche i legacci del tempo e rendermi libero
Di affrontare solitario l’eternità.

bruegel il vecchio 5

XXXI. L’abitante

E’ stata antica quando Babilonia era nuova;
Nessuno sa per quanto abbia riposato sotto quei monti,
In cui i nostri scavi ne scoprirono infine
Gli edifici di granito e li riportarono alla luce.

C’erano ampi pavimenti e muri di fondazione,
Piani diroccati e statue, prova scolpita dell’esistenza
Di esseri fantastici di un tempo passato
Più remoto di quanto l’umanità possa ricordare.

E poi vedemmo quei gradini di pietra che portavano,
Attraverso un ingresso sigillato con dolomite istoriata,
Giù fino ad un rifugio avvolto in un’infinita notte

Turbata da iscrizioni ancestrali e segreti primitivi.
Sgomberammo un accesso — ma battemmo in ritirata
Quando da là sotto provenne un frastuono di passi.

XXXII. Alienazione

Il suo corpo carnale non si era mai allontanato,
Poiché ad ogni alba si ritrovava al solito posto,
Ma durante la notte il suo spirito amava scorrazzare
Fra insenature e luoghi lontani dal mondo comune.

Vide Yaddith, o così riteneva la sua mente,
E pure sopravvisse alla zona di Ghoor,
Quando in una notte calma fu scagliata dai vuoti abissali
La conduttura che risucchia nella curvatura dello spazio.

Si svegliò quel mattino come un uomo invecchiato,
E niente per lui fu più come prima.
Le cose gli fluttuano intorno opache e spente —

False, pallide imitazioni di una dimensione più vasta.
La sua gente e i suoi amici sono ora una folla aliena
A cui cercare di appartenere di nuovo è vana fatica.

XXXIII. Sirene portuali

Al di sopra dei vecchi tetti e delle guglie diroccate
Le sirene portuali fischiano per tutta la notte;
Strane bocche di porto, e spiagge lontane e chiare,
E oceani favolosi, organizzate in cori eterogenei.

Ciascuna estranea e sconosciuta all’altra, benché tutte,
Mediante una sorta di forza misteriosamente concentrata
Scaturita da insenature estranee alla rotta dello Zodiaco,
Siano fuse in un unica arcana vibrazione cosmica.

Tramite sogni oscuri inviano una serie scandita
Di ancor più oscuri disegni e cenni e scorci;
Echi dal vuoto spaziale, e indizi sottili

Di cose che in sé non potrebbero essere definite.
E sempre in quel coro, appena percettibili,
Cogliamo note mai emesse da alcuna nave terrestre.

XXXIV. Riconquista

La via seguiva un’oscura brughiera semi-boscosa
Puntellata dalle gobbe muschiose dei massi grigi,
E strane gocce, inquietanti e fredde,
Zampillavano da ruscelli nascosti in bacini sotterranei.

Non v’era alcuna traccia del vento, né di un suono
Fra i cespugli intricati, o fra quegli alberi dalle fattezze aliene,
Né alcuna veduta degna di nota — quando a un tratto,
Dritto in fronte a me, vidi un tumulo immane.

Quasi dall’alto del cielo incombevano le ripide pendici,
La cui armonia erbosa era interrotta da una scalinata
Di lava che arrampicava quell’altura del terrore

Con gradini troppo ampi per qualunque uso umano.
Gridai — e riconobbi la stella e l’era primitive
Che mi avevano rapito dall’effimera sfera dei sogni umani

bruegel il vecchio 1

XXXV. Stella serale

La vidi da quella posizione nascosta e quieta
Dove il vecchio bosco racchiude una radura.
Splendeva fra tutte le glorie del tramonto — fioca
In principio, ma con un volto sempre più acceso.

Venne la notte, e quel faro solitario, color ambra,
Si impresse nei miei occhi come mai niente prima;
La stella serale — era divenuta nel frattempo un’ossessione
Mille volte più grande nel silenzio della solitudine.

Tracciava strane figure nell’aria tremolante —
Vaghi ricordi che hanno sempre colmato i miei occhi —
Grandi torri e giardini; mari e cieli curiosi

Dalla vitalità incerta — non saprei dire in che luogo.
Ma ora so che quei raggi, attraverso la volta del cosmo,
Erano un richiamo dalla mia casa lontana e perduta.

XXXVI. Continuità

V’è in certe cose antiche come una traccia vaga
Di essenza — più che di forma o di sostanza;
Un etere lieve, indeterminato,
Benché vincolato alle leggi di tempo e spazio.

Il debole, velato segnale delle continuità
Che un osservatore esterno non saprebbe descrivere;
Delle dimensioni rinchiuse contenenti gli anni trascorsi,
Accessibili solo mediante chiavi occulte.

La mia maggiore emozione è vedere i raggi del sole
Splendere sulle vecchie fattorie di una collina,
E colorare di vita le forme che indugiano da secoli

Su un sogno più reale del nostro qui presente.
In quella luce strana sento di non essere lontano
Dalla massa immobile sui cui lati poggiano le ere.

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Ballate liriche, nota e prefazione

Nota di un traduttore italiano delle Ballate Liriche di Wordsworth e Coleridge (click per ingrandire):

nota traduttore

William Wordsworth, prefazione alle Ballate Liriche di Wordsworth e Coleridge, 1800,  considerata una specie di manifesto (click per sfogliare):

 

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Canto per l’Ebreo Errante

The Pedlar

Hieronymus Bosch – The Pedlar

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Song for the Wandering Jew
BY WILLIAM WORDSWORTH

Though the torrents from their fountains
Roar down many a craggy steep,
Yet they find among the mountains
Resting-places calm and deep.

Clouds that love through air to hasten,
Ere the storm its fury stills,
Helmet-like themselves will fasten
On the heads of towering hills.

What, if through the frozen centre
Of the Alps the Chamois bound,
Yet he has a home to enter
In some nook of chosen ground:

And the Sea-horse, though the ocean
Yield him no domestic cave,
Slumbers without sense of motion,
Couched upon the rocking wave.

If on windy days the Raven
Gambol like a dancing skiff,
Not the less she loves her haven
In the bosom of the cliff.

The fleet Ostrich, till day closes,
Vagrant over desert sands,
Brooding on her eggs reposes
When chill night that care demands.

Day and night my toils redouble,
Never nearer to the goal;
Night and day, I feel the trouble
Of the Wanderer in my soul.

– – –

William Wordsworth after Daniel Maclise


 William Wordsworth after Daniel Maclise – National Portrait Gallery – Londra

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Traduzione amatoriale:

Canto per l’Ebreo Errante
DI WILLIAM WORDSWORTH

Per quanto i torrenti dalle loro fonti
Si gettino con frastuono lungo pendii scoscesi,
Trovano sempre fra le montagne
Anse profonde e calme in cui riposare.

Le nubi che amano correre nel vento
Mentre imperversa la furia della tempesta,
Come elmi potranno adagiarsi
In capo alle più alte colline.

Sia quel che sia, se nel bel mezzo
Delle gelide Alpi un Camoscio s’accuccia,
Trova sempre un nascondiglio
In qualche meandro del terreno:

E un Cavalluccio, benché l’oceano
Non gli favorisca un rifugio adatto,
Può dormire incurante del movimento,
Adagiato e cullato fra le onde.

Se in giorni ventosi la Cornacchia
Sobbalza come una barchetta,
Tanto più apprezza il porto sicuro
Ch’è in seno alla scogliera.

L’agile Struzzo, che tutto il giorno
Ha vagato sulle sabbie desertiche,
Si ferma quieto a covare le sue uova,
Come richiesto dal gelo della notte.

Giorno e notte le mie fatiche aumentano,
Senza mai avvicinarsi a una meta;
Giorno e notte, sento il travaglio
Dell’Errante che c’è in me.

– – –

William Wordsworth after Robert Hancock

William Wordsworth after Robert Hancock – National Portrait Gallery – Londra

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If

La poesia “If” di R. Kipling con una traduzione amatoriale in dodecasillabi ideata per mantenere le rime.

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If

If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you;
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too:
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
And yet don’t look too good, nor talk too wise;

If you can dream — and not make dreams your master;
If you can think — and not make thoughts your aim,
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same:
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build ‘em up with worn-out tools;

If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss:
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: “Hold on!”

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings — nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much:
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds’ worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that’s in it,
And — which is more — you’ll be a Man, my son!

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Se…

… Non perdi la testa ma tutti lo fanno
E della disgrazia la colpa ti danno;
Se ascolti te stesso perché hai buon istinto
E rispetti anche chi sembra meno convinto:
Se sai aver pazienza e non temi l’attesa,
Se un uomo ti offende e non rendi l’offesa,
Se non assecondi un bugiardo che mente,
Eppur non ti mostri mai troppo saccente;

Se sei un sognator — ma coi piedi per terra;
Se adopri il cervello — ma non per la guerra,
Se incontri per strada un Trionfo o uno Smacco
E tratti ambedue con eguale distacco:
Non cedi alla rabbia a veder dei furfanti
Che sfruttan tue idee ma ne imbrogliano tanti,
Se quando son rotte le cose a te care,
Ti metti d’impegno per ricominciare;

Se puoi fare un mucchio di ciò che possiedi,
Giocartelo tutto così su due piedi
E perderlo e poi ritrovarti da zero
E non farne un lamento e non farne un mistero:
Se chiedi al tuo cuore — ai tuoi tendini e nervi
Che oltre ogni sforzo rimangan tuoi servi,
E corri anche quando nel corpo non hai
Che un grido che dice così: “Ce la fai!”

Se parli alla gente restando virtuoso,
Se i Re tu frequenti e non sei pretenzioso,
Se amici e nemici non sono un intoppo,
D’ognun tieni conto, ma invero mai troppo:
Se poi sai riempire i minuti impietosi
Con tutti i sessanta secondi preziosi,
E’ tua già la Terra, con ciò che contiene,
E tu — mio figliuolo — sei un Uomo per bene!

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