Límites

La mia traduzione amatoriale di Límites, una poesia di Borges, e di seguito la versione originale e poi altre traduzioni, molto diverse fra loro: una molto bella che prova con linguaggio arcaico a mantenerne le rime, un’altra più comprensibile ma meno poetica, un’altra in inglese che sovra-interpreta e inventa.

Limiti
Jorge Luis Borges (da El otro, el mismo, 1964)

Di queste vie che affondano a ponente
Dev’essercene una (non so quale) che ho percorso
già una volta, indifferente e senza presagire
che fosse l’ultima, sottomesso

a chi prefissa onnipotenti norme
e un arcano e invalicabile confine
alle ombre, ai sogni, alle forme
che sciolgono e riannodano questa vita.

Se ogni cosa ha un termine e ha un prezzo
e una conclusione e un mai più e un oblio
Chi ci dirà da chi, in questa casa,
inconsapevoli, ci siamo separati?

Oltre la finestra già grigia termina la notte
e nella torre di libri che una tronca
ombra proiettano sul ripiano sfocato,
ce ne sarà qualcuno che mai leggeremo.

C’è nel Sud più di un varco diroccato
con i suoi vasi in muratura
e fichi d’India, precluso al mio cammino
come fosse una litografia.

Alcune porte hai chiuso per sempre
e c’è uno specchio che ti attende invano;
il crocevia ti appare libero
e lo vigila, quadrifronte, Giano.

C’è, fra tutte le tue memorie,
un ricordo perso irrimediabilmente;
non ti vedranno scendere a quella fonte
né il bianco sole né la gialla luna.

Non rammenterà la tua voce quel che il persiano
disse in una lingua di volatili e rose,
quando al crepuscolo, nella luce diffusa,
vorrai citare cose eterne.

E l’incessante Rodano e il lago,
tutto quell’ieri su cui oggi m’inchino?
Perduto sarà come Cartagine
che con fuoco e sale fu annientata dai latini.

Credo nell’alba di udire un indaffarato
brusio di moltitudini che se ne vanno;
sono quelli che mi hanno benvoluto e dimenticato;
spazio, tempo e Borges già mi lasciano.

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Límites
Jorge Luis Borges (da El otro, el mismo, 1964)

De estas calles que ahondan el poniente,
una habrá (no sé cuál) que he recorrido
ya por última vez, indiferente
y sin adivinarlo, sometido

a quien prefija omnipotentes normas
y una secreta y rígida medida
a las sombras, los sueños y las formas
que destejen y tejen esta vida.

Si para todo hay término y hay tasa
y última vez y nunca más y olvido
¿Quién nos dirá de quién, en esta casa,
sin saberlo, nos hemos despedido?

Tras el cristal ya gris la noche cesa
y del alto de libros que una trunca
sombra dilata por la vaga mesa,
alguno habrá que no leeremos nunca.

Hay en el Sur más de un portón gastado
con sus jarrones de mampostería
y tunas, que a mi paso está vedado
como si fuera una litografía.

Para siempre cerraste alguna puerta
y hay un espejo que te aguarda en vano;
la encrucijada te parece abierta
y la vigila, cuadrifonte, Jano.

Hay, entre todas tus memorias,
una que se ha perdido irreparablemente;
no te verán bajar a aquella fuente
ni el blanco sol ni la amarilla luna.

No volverá tu voz a lo que el persa
dijo en su lengua de aves y de rosas,
cuando al ocaso, ante la luz dispersa,
quieras decir inolvidables cosas.

¿Y el incesante Ródano y el lago,
todo ese ayer sobre el cual hoy me inclino?
Tan perdido estará como Cartago
que con fuego y con sal borró el latino.

Creo en el alba oír un atareado
rumor de multitudes que se alejan;
son los que me ha querido y olvidado;
espacio, tiempo y Borges ya me dejan.

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Limiti
(traduzione di Umberto Cianciòlo trovata su un vecchio Mondadori)

Di queste vie che inseguono il ponente,
una v’ha (quale, ignoro) che ho varcato
per la postrema volta, indifferente
e senza presagirlo, assoggettato

a Chi prefigge onnipotenti norme
e una misura rigida ed arcana
alle ombre, alle chimere ed alle forme
che ordiscono e disfanno questa trama.

Se a ogni cosa v’è un termine e un precetto
e un postremo e un mai più e uno smemorare,
chi a noi dirà da chi questa dimora,
ignari, ci avrà visti accomiatare?

Dietro i vetri in grigior la notte cessa
e nel monte di libri che una tronca
ombra propagan sul vago ripiano,
qualcuno v’ha che mai leggeremo.

Nel Sud v’è più di un portone negletto
con le sue grandi giare in pietra scabra
e i suoi cacti, che al mio àdito è interdetto
come se fosse una litografia.

Per sempre richiudesti qualche porta
e v’è uno specchio che ti attende invano;
il crocevìa ti si disvela franco
e lo sorveglia un quadrifronte Giano.

Fra le tue rimembranze ve n’ha una
che s’è perduta irreparabilmente;
non ti vedrà calare a quella fonte
né il bianco sole né la gialla luna.

Fioca sarà tua voce a quel che il Pèrsa
disse in un suo idioma d’uccelli e di rose,
quando al tramonto, nell’effusa luce,
tu agogni dire sempiterne cose.

E l’incessante Rodano ed il lago,
tutto quell’ieri su cui oggi mi chino?
Tanto avulso sarà come Cartago
che a fuoco e a sale cancellò il latino.

Parmi nell’alba udire un concitato
romor di molte turbe che dileguano:
son ciò che mi dilesse e m’ha obliato;
me spazio e tempo e Borges già disertano.

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Limiti
(traduzione di Livio Bacchi Wilcock trovata in rete)

Di queste strade che sfondano il tramonto,
una ce ne sarà (non so quale) che ho percorso
già per l’ultima volta, indifferente
e senza indovinarlo, sottomesso

a Colui che prefissa onnipotenti norme
e una segreta e rigida misura
alle ombre, ai sogni e alle forme
che intessono e che stessono questa vita.

Se per tutto c’è termine e punto fermo
e ultima volta e mai più e oblio,
chi ci dirà a chi, in questa casa,
senza saperlo abbiamo detto addio?

Dietro il vetro ormai grigio la notte cessa,
e in quel mucchio di libri che una tronca
ombra dilata sulla vaga tavola
qualcuno ce ne sarà che non leggeremo mai.

C’è verso Sud più di un cancello logoro
con i suoi vasi di cemento e sabbia
e fichidindia, che al mio passo è vietato
come se fosse una litografia.

Per sempre hai richiuso qualche porta
e c’è uno specchio che ti attende invano;
il crocevia ti sembrava troppo aperto
ma n’è vigile il quadrifronte Giano.

Fra tutti i tuoi ricordi, ce n’è uno
che si è perduto irremissibilmente;
non ti vedranno scendere a quella fonte
né il bianco sole né la gialla luna.

Non tornerà la tua voce a quel che il persiano
disse nella sua lingua di uccelli e di rose,
quando al tramonto, davanti alla luce sparsa,
vorrai dire cose indimenticabili.

E l’incessante Rodano e il lago,
tutto quel ieri al quale oggi m’inchino?
Perduto ormai sarà come Cartagine
che a fuoco e sale cancellò il latino.

Credo nell’alba di udire un operoso
tramestio di folle che si allontanano:
tutti quelli che mi hanno amato e dimenticato;
già spazio e tempo e Borges mi abbandonano.

– – –

Versione inglese trovata su poetryfoundation.org:

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Immagini di H. Rousseau.

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Jacques Callot, due opere consultabili

Jacques Callot: La vie de la Mère de Dieu représentée par des emblèmes (Open Access Image from the Davison Art Center, Wesleyan University, photo: M. Johnston)

– – –

ELOGIO DI GIACOMO CALLOT, dalla Serie degli uomini i più illustri nella pittura, scultura, e architettura, con i loro elogi e ritratti incisi in rame cominciando dalla sua prima restaurazione fino ai tempi presenti TOMO DECIMO…, ebook gratuito su Google libri, pag.68 e seguenti (https://books.google.it/books?id=m42jTiXBjRgC&hl=it&pg=PA38-IA1#v=onepage&q&f=false)

 

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Schubertiadi e altri dipinti di musica

Galleria di dipinti ripresi da alcune copertine di vecchi dischi di musica classica e barocca (Telemann, Schubert, Chopin, Brahms).

bartolomeo-veneto-suonatrice-di-liuto-pinacoteca-di-brera

Bartolomeo Veneto, Suonatrice di Liuto, 1520, Pinacoteca di Brera

Schubertiade bei Spaun / Schwind 1868 - Schubertiade at Spaun's / Schwind - Schubertiade a Spaun / Schwind 1868

Moritz von Schwind, Schubertiade at Spauns, Wien Schubert Museum

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Gustav Klimt, Schubert at the piano, 1899, opera andata distrutta nella seconda guerra mondiale, comparsa sulla copertina di The Etude magazine nel 1934 (fonte: crimes against art – click sull’immagine)

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Schubertiade, Julius Schmid – Wikimedia Commons Link

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Schubertiade by Moritz von Schwind – Wikimedia Commons Link

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Schubert and his friends – The Etude music magazine

Tutte le copertine di The Etude su etudemagazine.com

Tutti i numeri di Etude con Schubert in copertina

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Ritratto di oboista, Musikinstrumenten-museum Berlino, via Wikimedia Commons

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L’enseigne de Gersant, par Antoine Watteau, Louvre Paris— Wikimedia Commons Link

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La Pompadour (particolare dell’impresa di Gersant), Antoine Watteau, Louvre Paris — link

camille-corot-le-pont-de-mantes

Camille Corot, Le pont de Mantes, Louvre Paris – attraverso Wikimedia Commons

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Portrait of Violette Heymann, by Odilon Redon 1910 – Wikimedia Commons Link

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Breve ricerca sulle origini di un pianoforte

pianoforte.jpg

Non c’è alcuna marca stampigliata, forse si è cancellata con il tempo o forse è scomparsa sotto la vernice scura (il colore originale è visibile nell’impronta dei due candelabri mancanti). Partendo dalla targhetta che dichiara “Goldene Medaille Brüx 1898” ho fatto una piccola ricerca.

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Innanzitutto Brüx non è Bruxelles ma una città della Boemia, che oggi si chiama Most (Repubblica Ceca). Nel 1898 vi si tenne un’esposizione di artigianato e industria in cui il produttore di pianoforti Wilhelm Schimmel di Lipsia ottenne il riconoscimento:

Fonte, “Au clavier bien tempéré” (http://auclavier-bientempere.fr/sauver-les-pianos-anciens/histoire-piano-schimmel/):

Extrait du livre “Les Facteurs de Pianos et leurs Recherches” d’André Chenaud, 1970

Wilhelm Schimmel avait appris le métier de menuisier et dès sa deuxième année d’apprentissage, il s’était adonné à la construction d’accordéons et de violons. A 23 ans, il fut déjà contremaître dans une importante menuiserie de Riesa en Saxe. Mais il abandonna bientôt ce poste pour accomplir un apprentissage complet dans la fabrique de pianos Stigel à Leipzig. Le 2 mai 1885 à l’âge de 31 ans, il construisit son premier piano dans un modeste atelier de Neuschönefeld près de Leipzig. A peine un an plus tard, il dut s’installer dans un atelier plus vaste à Leipzig Reudnitz. En 1888 un local de 200m2 lui était devenu nécessaire et trois ans plus tard, naissait sa première usine de Luisenstrasse à Reudnitz.
Le 1er mars 1894, sa maison existe depuis neuf ans, et sort le millième piano. En 1899 elle sort le trois millième. Puis c’est l’édification de vastes installations dans la banlieue de Leipzig à Stötteritz et viennent les récompenses : prix d’honneur de la ville de Leipzig, médaille d’or à l’exposition artisanale et industrielle de Brüx.

En 1889 W. Schimmel fut nommé fournisseur de S.A.R. le grand duc de Saxe-Weimar, et en 1909 de S.M. le roi de Roumanie.
En 1901, pour son vingt-cinquième anniversaire la firme reçoit la médaille d’or de l’exposition universelle de Turin.
En 1925, âgé de 71 ans, toujours plein d’énergie et de projets nouveaux, il continuait avec ses deux fils comme collaborateurs.
En 1929, l’usine fut transférée à Brunswick et sinistrée pendant la dernière guerre.
Le fondateur W. Schimmel mourut en 1946 et l’usine se releva lentement de ses ruines en 1947. Le fils Wilhelm organisa une publicité efficace, l’usine a été agrandie et actuellement elle est en Europe une de celles qui ont la plus grande production annuelle. Elle en est au N° 108 000.
En 1969, elle est encore agrandie, et c’est M. Klaus Schimmel Qui représente la 3° génération et préside aux destinées de la marque avec une exportation importante.

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Il pianoforte è dunque uno Schimmel. Considerando il numero di serie 3666 visibile all’interno, in base al testo citato potremmo datarlo intorno all’anno 1900.

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Wilh. Schimmel & co. 1885 (fonte: http://www.schimmel-pianos.de)

 

Wilh. Schimmel & co. è un produttore ancora attivo. Sul sito internet sono elencati per anno i numeri di serie. Il 3666 è probabilmente del 1901:

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E infine, ecco la medaglia d’oro. Sul fronte, in primo piano, uno scudo con lo stemma della città, e in basso quello che dovrebbe essere un simbolo di arti e mestieri; sul retro, la scritta “Brüx 1898 – Nordwestböhmischen Ausstellung für deutsche Industrie, Gewerbe und Landwirtschaft” (Esposizione dell’indutria, del commercio e dell’agricoltura nella Boemia del nordest)

medaille

Fonte: coinarchives.com (http://www.coinarchives.com/w/lotviewer.php?LotID=2525493&AucID=2446&Lot=1379&Val=e7f41d4f7e8f0573d5bda5c5429464a4)

 

 

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Il piacere

 

La dedica a Francesco Paolo Michetti:

A Francesco Paolo Michetti
Questo libro, composto nella tua casa dall’ospite bene accetto, viene a te come un rendimento di grazie, come un ex-voto.
Nella stanchezza della lunga e grave fatica, la tua presenza m’era fortificante e consolante come il mare. Nei disgusti che seguivano il doloroso e capzioso artifizio dello stile, la limpida semplicità del tuo ragionamento m’era esempio ed emendazione. Ne’ dubbii che seguivano lo sforzo dell’analisi, non di rado una tua sentenza profonda m’era di lume.
A te che studii tutte le forme e tutte le mutazioni dello spirito come studii tutte le forme e tutte le mutazioni delle cose, a te che intendi le leggi per cui si svolge l’interior vita dell’uomo come intendi le leggi del disegno e del colore, a te che sei tanto acuto conoscitor di anime quanto grande artefice di pittura io debbo l’esercizio e lo sviluppo della più nobile tra le facoltà dell’intelletto: debbo l’abitudine dell’osservazione e debbo, in ispecie, il metodo. Io sono ora, come te, convinto che c’è per noi un solo oggetto di studii: la Vita.
Siamo, in verità, assai lontani dal tempo in cui, mentre tu nella Galleria Sciarra eri intento a penetrare i segreti del Vinci e del Tiziano, io ti rivolgeva un saluto di rime sospiranti
all’Ideale che non ha tramonti,
alla Bellezza che non sa dolori!
Ben, però, un vóto di quel tempo s’è compiuto. Siam tornati insieme alla dolce patria, alla tua « vasta casa ». Non gli arazzi medìcei pendono alle pareti, né convengono dame ai nostri decameroni, né i coppieri e i levrieri di Paolo Veronese girano intorno alle mense, né
i frutti soprannaturali empiono i vasellami che Galeazzo Maria Sforza ordinò a Maffeo di Clivate. Il nostro desiderio è men superbo: e il nostro vivere è più primitivo, forse anche più omerico e più eroico se valgono i pasti lungo il risonante mare, degni d’Ajace, che interrompono i digiuni laboriosi.
Sorrido quando penso che questo libro, nel quale io studio, non senza tristezza, tanta corruzione e tanta depravazione e tanta sottilità e falsità e crudeltà vane, è stato scritto in mezzo alla semplice e serena pace della tua casa, fra gli ultimi stornelli della messe e le prime pastorali della neve, mentre insieme con le mie pagine cresceva la cara vita del tuo figliuolo.
Certo, se nel mio libro è qualche pietà umana e qualche bontà, rendo mercede al tuo figliuolo. Nessuna cosa intenerisce e solleva quanto lo spettacolo d’una vita che si schiude. Perfino lo spettacolo dell’aurora cede a quella meraviglia.
Ecco, dunque, il volume. Se, leggendolo, l’occhio ti corra più oltre e veda tu Giorgio porgerti le mani e dal tondo viso riderti, come nella divina strofe di Catullo, semihiante labello, interrompi la lettura. E le piccole calcagna rosee, dinanzi a te, premano le pagine dov’è rappresentata tutta la miseria del Piacere; e quel premere inconsapevole sia simbolo e augurio.
Ave, Giorgio. Amico e maestro, gran mercé.
Dal Convento: secondo Carmine, 1889.
G. D’A.

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Francesco Michetti, Ritratto di D’Annunzio

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Le impressioni dell’organismo mal definite:

Il malessere vago proveniva forse anche dalla mutazione del clima, delle abitudini, degli usi. L’anima converte in fenomeni psichici le impressioni dell’organismo mal definite, a quella guisa che il sogno trasforma secondo la sua natura gli incidenti del sonno.

Un elemento intermedio del nostro essere:

E da allora in poi gli avorii, gli smalti, i gioielli passarono dalle dita dell’amata in quelle dell’amante, comunicando un indefinibile diletto. Pareva ch’entrasse in loro una particella dell’amoroso fascino di quella donna, come entra nel ferro un poco della virtù d’una calamita. Era veramente una sensazione magnetica di diletto, una di quelle sensazioni acute e profonde che si provan quasi soltanto negli inizii di un amore e che non paiono avere né una sede fisica né una sede spirituale, a simiglianza di tutte le altre, ma sì bene una sede in un elemento neutro del nostro essere, in un elemento quasi direi intermedio, di natura ignota, men semplice d’uno spirito, più sottile d’una forma, ove la passione si raccoglie come in un ricettacolo, onde la passione s’irradia come da un focolare.

Il presentimento tragico della tristezza:

La sua tristezza s’aggravò. Egli si trovava in una disposizion di spirito strana. La sensibilità de’ suoi nervi era così acuta che ogni minima sensazione a lui data dalle cose esteriori pareva una ferita profonda. Mentre un pensiero fisso occupava e tormentava tutto il suo essere, egli aveva tutto il suo essere esposto agli urti della vita circostante. Contro ogni alienazione della mente ed ogni inerzia della volontà, i suoi sensi rimanevano vigili ed attivi; e di quell’attività egli aveva una conscienza non esatta. I gruppi delle sensazioni gli attraversavano d’improvviso lo spirito, simili a grandi fantasmagorie in una oscurità; e lo turbavano e sbigottivano. Le nuvole del tramonto, la forma del Tritone cupa in un cerchio di fanali smorti, quella discesa barbarica d’uomini bestiali e di giumenti enormi, quelle grida, quelle canzoni, quelle bestemmie esasperavano la sua tristezza, gli suscitavano nel cuore un timor vago, non so che presentimento tragico.

La tristezza ancora, nella descrizione più incredibile che abbia mai sentito:

… la occupò l’oscura tristezza che è in fondo a tutte le felicità umane, come alla foce di tutti i fiumi è l’acqua amara.

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Le bocche di donna del Botticelli e del Vinci:

Ci sono bocche di donne le quali paiono accendere d’amore il respiro che le apre. Le invermigli un sangue ricco più d’una porpora o le geli un pallor d’agonia, le illumini la bontà d’un consenso o le oscuri un’ombra di disdegno, le dischiuda il piacere o le torca la sofferenza, portano sempre in loro un enigma che turba gli uomini intellettuali e li attira e li captiva. Un’assidua discordia tra l’espression delle labbra e quella degli occhi genera il mistero; per che un’anima duplice vi si riveli con diversa bellezza, lieta e triste, gelida e passionata, crudele e misericorde, umile e orgogliosa, ridente e irridente; e l’ambiguità suscita l’inquietudine nello spirito che si compiace delle cose oscure. Due quattrocentisti meditativi, perseguitori infaticabili d’un Ideale raro e superno, psicologi acutissimi a cui si debbon forse le più sottili analisi della fisionomia umana, immersi di continuo nello studio e nella ricerca delle difficoltà più ardue e de’ segreti più occulti, il Botticelli e il Vinci, compresero e resero per vario modo nell’arte loro tutta l’indefinibile seduzione di tali bocche.

Botticelli - La nascita di Venere - Google Art Project.png

Botticelli, La nascita di Venere, dettaglio – google art project

Leonardo Da Vinci - Testa di Leda - dettaglio.png

Leonardo Da Vinci, Testa di Leda, dettaglio – google art project

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Una galleria di ritratti:

E vennero altre, talvolta in coppia: Barbarella Viti, la mascula, che aveva una superba testa di giovinetto, tutta quanta dorata e fulgente come certe teste giudee del Rembrandt; la contessa di Lùcoli, la dama delle turchesi, una Circe di Dosso Dossi, con due bellissimi occhi pieni di perfidia, varianti come i mari d’autunno, grigi, azzurri, verdi, indefinibili; Liliana Theed, una lady di ventidue anni, risplendente di quella prodigiosa carnagione, composta di luce, di rose e di latte, che han soltanto i babies delle grandi famiglie inglesi nelle tele del Reynolds, del Gainsborough e del Lawrence…

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Rembrandt, The jewish bride, dettaglio – google art project

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Maga Circe Di Dosso Dossi – http://www.atlantedellarteitaliana.it/artwork-8064.html, Pubblico dominio, Collegamento

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Thomas Gainsborough, The Marsham children, dettaglio – google art project

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Joshua Reynolds, A young girl and her dog, dettaglio – google art project

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La convalescenza (incipit del Libro Secondo):

La convalescenza e’ una purificazione e un rinascimento. Non mai il senso della vita è soave come dopo l’angoscia del male; e non mai l’anima umana più inclina alla bontà e alla fede come dopo aver guardato negli abissi della morte. Comprende l’uomo, nel guarire, che il pensiero, il desiderio, la volontà, la conscienza della vita non sono la vita. Qualche cosa è in lui più vigile del pensiero, più continua del desiderio, più potente della volontà, più profonda anche della conscienza; ed è la sostanza, la natura dell’essere suo. Comprende egli che la sua vita reale è quella, dirò così, non vissuta da lui; è il complesso delle sensazioni involontarie, spontanee, incoscienti, istintive; è l’attività armoniosa e misteriosa della vegetazione animale; è l’impercettibile sviluppo di tutte le metamorfosi e di tutte le rinnovellazioni. Quella vita appunto in lui compie i miracoli della convalescenza: richiude le piaghe, ripara le perdite, riallaccia le trame infrante, rammenda i tessuti lacerati, ristaura i congegni degli organi, rinfonde nelle vene la ricchezza del sangue, riannoda su gli occhi la benda dell’amore, rintreccia d’intorno al capo la corona de’ sogni, riaccende nel cuore la fiamma della speranza, riapre le ali alle chimere della fantasia.
Dopo la mortale ferita, dopo una specie di lunga e lenta agonia, Andrea Sperelli ora a poco a poco rinasceva, quasi con un altro corpo e con un altro spirito, come un uomo nuovo, come una creatura uscita da un fresco bagno letèo, immemore e vacua. Parevagli d’essere entrato in una forma più elementare. Il passato per la sua memoria aveva una sola lontananza, come per la vista il cielo stellato è un campo eguale e diffuso sebbene gli astri sian diversamente distanti. I tumulti si pacificavano, il fango scendeva dall’imo, l’anima facevasi monda; ed egli rientrava nel grembo della natura madre, sentivasi da lei maternamente infondere la bontà e la forza.

[…]

Il convalescente rinveniva sensazioni obliate della puerizia, quell’impression di freschezza che dànno al sangue puerile gli aliti del vento salso, quegli inesprimibili effetti che fanno le luci, le ombre, i colori, gli odori delle acque su l’anima vergine. Il mare non soltanto era per lui una delizia degli occhi, ma era una perenne onda di pace a cui si abbeveravano i suoi pensieri, una magica fonte di giovinezza in cui il suo corpo riprendeva la salute e il suo spirito la nobiltà. Il mare aveva per lui l’attrazion misteriosa d’una patria; ed egli vi si abbandonava con una confidenza filiale, come un figliuol debole nelle braccia d’un padre onnipossente. E ne riceveva conforto; poiché nessuno mai ha confidato il suo dolore, il suo desiderio, il suo sogno al mare invano.

– – –

Ricerca:

Era in fondo il suo cuore il desiderio di darsi, liberamente e per riconoscenza, a un essere più alto e più puro. Ma dov’era questo essere?

“Il verso è tutto”:

Il verso è tutto. Nella imitazion della Natura nessun istrumento d’arte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obediente, sensibile, fedele. Più compatto del marmo, più malleabile della cera, più sottile d’un fluido, più vibrante d’una corda, più luminoso d’una gemma, più fragrante d’un fiore, più tagliente d’una spada, più flessibile d’un virgulto, più carezzevole d’un murmure, più terribile d’un tuono, il verso è tutto e può tutto. Può rendere i minimi moti del sentimento e i minimi moti della sensazione; può definire l’indefinibile e dire l’ineffabile; può abbracciare l’illimitato e penetrare l’abisso; può avere dimensioni d’eternità; può rappresentare il sopraumano, il soprannaturale, l’oltramirabile; può inebriare come un vino, rapire come un’estasi; può nel tempo medesimo posseder il nostro intelletto, il nostro spirito, il nostro corpo; può, infine, raggiungere l’Assoluto. Un verso perfetto e assoluto, immutabile, immortale; tiene in sé le parole con la coerenza d’un diamante; chiude il pensiero come in un cerchio preciso che nessuna forza mai riuscirà a rompere; diviene indipendente da ogni legame da ogni dominio; non appartiene più all’artefice, ma è di tutti e di nessuno, come lo spazio, come la luce, come le cose immanenti e perpetue. Un pensiero esattamente espresso in un verso perfetto è un pensiero che già esisteva preformato nella oscura profondità della lingua. Estratto dal poeta, séguita ad esistere nella conscienza degli uomini. Maggior poeta è dunque colui che sa discoprire, disviluppare, estrarre un maggior numero di codeste preformazioni ideali. Quando il poeta è prossimo alla scoperta d’uno di tali versi eterni, è avvertito da un divino torrente di gioia che gli invade d’improvviso tutto l’essere.

– – –

Ella parlava di musica:

Ella parlava di musica con sottilità d’intenditrice; e per rendere il sentimento, che una data composizione o l’intera arte di un dato maestro suscitava in lei, aveva espressioni ingegnose ed imagini ardite.
– Io ho eseguita ed ascoltata molta musica – diceva ella. – E di ogni Sinfonia, di ogni Sonata, di ogni Notturno, di ogni singolo pezzo insomma, conservo una imagine visibile, un’impressione di forma e di colore, una figura, un gruppo di figure, un paesaggio; tanto che tutti i miei pezzi prediletti portano un nome, secondo l’imagine. Io ho, per esempio, la Sonata delle quaranta nuore di Priamo, il Notturno della Bella addormentata nel bosco, la Gavotta delle dame gialle, la Giga del mulino, il Preludio della goccia d’acqua, e così via.
Ella si mise a ridere, d’un tenue riso che su quella bocca afflitta aveva una indicibile grazia e sorprendeva come un baleno inatteso.
– Ti ricordi, Francesca, in collegio, di quanti commenti in margine affliggemmo la musica di quel povero Chopin, del nostro divino Federico? Tu eri la mia complice. Un giorno mutammo tutti i titoli allo Schumann, con gravi discussioni; e tutti i titoli avevano una lunga nota esplicativa. Conservo ancóra quelle carte, per memoria. Ora, quando risuono i Myrthen e le Albumblätter, tutte quelle significazioni misteriose mi sono incomprensibili; la commozione e la visione sono assai diverse; ed è un fino piacere questo, di poter paragonare il sentimento presente con il passato, la nuova imagine con l’antica.

[…]

Ella cantò ancóra un’Arietta di Antonio Salieri. Poi sonò una Toccata di Leonardo Leo, una Gavotta del Rameau e una Giga di Sebastiano Bach. Riviveva meravigliosamente sotto le sue dita la musica del XVIII secolo, così malinconica nelle arie di danza: che paion composte per esser danzate in un pomeriggio languido d’una estate di San Martino, entro un parco abbandonato, tra fontane ammutolite, tra piedestalli senza statue, sopra un tappeto di rose morte, da coppie di amanti prossimi a non amar più.

La voce dei bambini:

Delfina ora parlava, parlava abondantemente, ripetendo senza fine le stesse cose, infatuata della cerva, mescolando le più strane fantasie, inventando lunghe storie monotone, confondendo una favola con l’altra, componendo intrichi ne’ quali si smarriva ella stessa. Parlava, parlava, con una specie d’inconscienza, quasi che l’aria del mattino l’avesse inebriata; e intorno a quella sua cerva chiamava figli e figlie di re, cenerentole, reginelle, maghi, mostri, tutti i personaggi de’ regni imaginarii, in folla, in tumulto, come nella metamorfosi continua d’un sogno. Parlava allo stesso modo che un uccello gorgheggia, con modulazioni canore, talvolta con successioni di suoni che non eran parole, ne’ quali esalavasi l’onda musicale già iniziata, come il fremito d’una corda nella pausa, quando in quello spirito infantile il legame tra il segno verbale e l’idea rimaneva interrotto.

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Torture nel sonno:

Oscuramente, a traverso il mio cervello, come ombre spesse, guizzavano terribili pensieri, imagini di dolore insostenibili; e il mio cuore aveva urti e sussulti improvvisi, e io mi ritrovava con gli occhi aperti nelle tenebre, senza sapere se uscivo da un sogno o se fino allora ero stata desta a pensare e a imaginare. E questa specie di dubbio dormiveglia, assai più torturante dell’insonnio, durava, durava, durava.

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Due sonate di Beethoven (nota: sono descritte in ordine inverso, prima la op.27/2  sonata numero 14 Chiaro di Luna, e poi la op.27/1 sonata numero 13):

Sonò le due Sonate-Fantasie del Beethoven (op. 27). L’una, dedicata a Giulietta Guicciardi, esprimeva una rinunzia senza speranza, narrava il risveglio dopo un sogno troppo a lungo sognato. L’altra fin dalle prime battute dell’Andante, in un ritmo soave e piano, accennava a un riposo dopo la tempesta; quindi, passando per le irrequietudini del secondo tempo, allargavasi in un Adagio di luminosa serenità e finiva con un Allegro vivace in cui era una sollevazion di coraggio e quasi un ardore.

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Qualcosa era successo

bartezzaghi

Stefano Bartezzaghi – Lezioni di enigmistica

Qui di seguito, un racconto di Buzzati citato come esempio di enigmistica da Bartezzaghi (in riferimento al brandello di giornale strappato con il titolo misterioso …IONE).

“Qualcosa era successo”

Il treno aveva percorso solo pochi chilometri (e la strada era lunga, ci saremmo fermati soltanto alla lontanissima stazione d’arrivo, così correndo per dieci ore filate) quando a un passaggio a livello vidi dal finestrino una giovane donna. Fu un caso, potevo guardare tante altre cose invece lo sguardo cadde su di lei che non era bella né di sagoma piacente, non aveva proprio niente di straordinario, chissà perché mi capitava di guardarla. Si era evidentemente appoggiata alla sbarra per godersi la vista del nostro treno, superdirettissimo, espresso del nord, simbolo per quelle popolazioni incolte, di miliardi, vita facile, avventurieri, splendide valige di cuoio, celebrità, dive cinematografiche, una volta al giorno questo meraviglioso spettacolo, e assolutamente gratuito per giunta.

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Odore d’arance

“Io invece sento odore d’arance. Quel pomeriggio avevo continuato a sentire odore d’arance, ma non ci avevo fatto caso perché erano in lista per la cena di quella sera. Avevamo trenta cassette di arance spagnole. Quella sera, in cucina, puzzavamo tutti di arance. Per un momento è stato come se fossi svenuto. Poi ho udito un’esplosione e ho visto divampare le fiamme. Gente che urlava, sirene. Poi ho udito un sibilo, non poteva essere altro che vapore. E poi mi è sembrato di trovarmi un po’ più vicino a quel che succedeva e ho visto una carrozza ferroviaria deragliata e rovesciata su un fianco che recava la scritta Georgia and South Carolina Railroad, e ho capito in un lampo che mio fratello Carl si trovava su quel treno, che Carl era morto. Semplicemente così. E poi la scena è svanita ed ecco lì davanti a me quello stupido cuciniere terrorizzato che continuava a tendere verso di me la patata e il raschietto. Dice: ‘Sta bene, sergente?’ E io dico: ‘No. Mio fratello è rimasto ucciso poco fa giù in Georgia’; e quando finalmente sono riuscito a mettermi in comunicazione telefonica con la mia mamma, lei mi ha raccontato com’erano andate le cose. Ma vedi, caro, io lo sapevo già com’erano andate le cose.” Scosse il capo lentamente, come per scacciare il ricordo, e abbassò lo sguardo sul bambino che lo fissava con gli occhi spalancati. “Ma c’è una cosa che devi ricordare, ragazzo mio, ed è questa: non sempre quelle cose si avverano. Quattro anni fa avevo un posto di cuoco in un campeggio per ragazzi nel Maine, sul Long Lake. Me ne stavo seduto accanto al cancello d’imbarco all’aeroporto Logan di Boston, in attesa di imbarcarmi sul mio volo, quando ho cominciato a fiutare odore d’arance. Per la prima volta da forse cinque anni. Così mi sono detto: ‘Mio Dio, che cosa mi succede, questa volta?’ Sono sceso alle toilette e mi sono seduto su uno dei water per mettermi un po’ in libertà. Non che sia proprio svenuto, ma ho cominciato ad avere la netta sensazione che il mio aereo sarebbe precipitato. Poi quell’impressione è svanita e anche l’odore d’arance. Sono tornato al banco delle Delta Airlines e ho cambiato il biglietto, scegliendo un volo che partiva tre ore dopo. E sai che cos’è successo?”
“Che cosa?” bisbigliò Danny.
“Niente!” disse Hallorann e rise. Fu lieto di constatare che anche il bimbo abbozzava un sorriso. “Niente di niente! Quel vecchio aereo è atterrato in perfetto orario e senza il minimo danno o la minima ammaccatura. Così, vedi… a volte quelle sensazioni non hanno conseguenze.”

Stephen King, “Shining”

shiningnovel

prima edizione

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