Numero zero

Numero zero

Il contrario dei luoghi comuni:

“Per esempio Venezia è l’Amsterdam del Sud, a volte la fantasia supera la realtà, premetto che sono razzista, le droghe pesanti sono l’anticamera delle canne, fa’ come se fossi a casa mia, direi di darci del lei, chi gode si accontenta, sono rimbambito ma non sono vecchio, per me l’arabo è matematica, il successo mi ha cambiato, in fondo Mussolini ha fatto anche molte schifezze, Parigi è brutta però i parigini sono gentilissimi, a Rimini stanno tutti sulla spiaggia e non mettono mai piede in discoteca, aveva trasferito tutti i suoi capitali a Battipaglia.”
“Sì, e intero fungo avvelenato da una famiglia…”

Il riciclaggio di denaro sporco:

A questo punto Maia si era fatta coraggio e aveva parlato di una sua inchiesta possibile. La storia era questa. Dalle parti di Porta Ticinese, in una zona che stava diventando sempre più turistica, c’era una pizzeria-ristorante che si chiamava Paglia e Fieno. Maia, che sta sui navigli, ci passava davanti da anni. E da anni questa pizzeria, vastissima, dalle cui vetrine si intravvedevano almeno cento posti, era sempre e desolatamente vuota, tranne qualche turista che prendeva un caffè nei tavolini all’esterno. E non è che fosse un locale abbandonato, Maia ci era andata una volta, per curiosità, ed era sola, tranne una famigliola venti tavoli più in là. Aveva preso appunto un paglia e fieno, un quartino di bianco e una torta di mele, tutta roba eccellente a un prezzo ragionevole, con camerieri gentilissimi. Ora, se qualcuno gestisce un locale così vasto, con personale, cucina e così via, e non ci va nessuno per anni e anni, se è persona ragionevole deve disfarsene. E invece Paglia e Fieno rimane sempre aperto, giorno dopo giorno, forse da dieci anni, tremilaseicentocinquanta giorni o giù di lì.
“Qui c’è sotto un mistero,” aveva osservato Costanza.
“Mica tanto,” aveva reagito Maia. “La spiegazione è evidente: è un locale che appartiene alle triadi, o alla mafia, o alla camorra, è stato acquistato con denaro sporco e costituisce un buon investimento alla luce del sole. Ma, voi dite, l’investimento è già dato dal valore di quello spazio e potrebbero tenerlo chiuso, senza buttarci altri soldi. Invece no, è in funzione. Perché?”
“Perché?” aveva chiesto il solito Cambria. La risposta rivelava che Maia aveva un cervellino funzionante. “Il locale serve a riciclare giorno per giorno denaro sporco, che arriva costantemente. Tu servi i pochissimi clienti che ti capitano ogni sera, ma ogni sera batti una serie di scontrini come se di clienti ne avessi avuti cento. Dichiarato l’incasso, lo versi in banca – e forse per non dare nell’occhio con tutti quei contanti perché non c’è nessuno che abbia pagato con carta di credito, hai aperto conti su venti banche diverse. Su questo capitale, ormai legale, tu paghi le tasse che devi, dopo aver defalcato generosamente tutte le spese di gestione e di approvvigionamento (non è difficile procurarsi fatture false). Si sa benissimo che per riciclare denaro sporco occorre mettere in conto che ne perderai il cinquanta per cento. Con quel sistema ne perdi molto meno.”
“Ma come si fa a dimostrare tutto questo?” aveva domandato Palatino.
“Semplice,” aveva risposto Maia, “vanno lì a cena due guardie di finanza, magari lui e lei, con l’aria di due sposini, mangiano e si guardano intorno, vedendo che ci sono, mettiamo, solo altri due clienti. Il giorno dopo la Finanza va a fare un controllo, scopre che sono stati battuti cento scontrini, e voglio vedere cosa rispondono quelli.”
“Non è così semplice,” avevo osservato, “i due finanzieri vanno lì, poniamo alle otto ma, per quanto mangino, dopo le nove se ne debbono andare, altrimenti diventano sospetti. Chi prova che i cento clienti non siano venuti tra le nove e mezzanotte? Allora devi mandare almeno tre o quattro coppie di finanzieri per coprire tutta la serata. Ora, se il mattino dopo c’è un controllo, che cosa accade? I finanzieri gongolano se scopron chi non denuncia gli incassi, ma cosa possono fare a chi ne denuncia troppi? Quelli possono dire che si era inceppata la macchinetta, che era tutto andato in loop. Allora che fai, un secondo controllo? Quelli non sono stupidi, ormai hanno identificato i finanzieri e, quando tornano, quella sera non battono scontrini falsi. O i finanzieri dovrebbero continuare a controllarli per sere e sere, tenendo impegnato un mezzo esercito a mangiar pizze, e forse nel giro di un anno li manderebbero in rovina, ma è pensabile che si stanchino prima perché hanno altro da fare.”
“Insomma,” aveva replicato Maia, piccata, “sarà la guardia di finanza a trovare un marchingegno, noi dobbiamo solo segnalare il problema.”
“Carina,” le aveva detto con bonomia Simei, “le dico io che cosa succede se
pubblichiamo questa inchiesta. Primo, avremo contro la guardia di finanza alla quale lei rimprovera di non essersi mai accorta della truffa – e quella è gente che sa vendicarsi, se non su di noi certo sul Commendatore. Poi dall’altra parte, lo dice lei, abbiamo le triadi, la camorra, la ’ndrangheta o cos’altro sia, e lei crede che se ne stiano tranquilli? E noi ce ne stiamo qui beati beati ad aspettare che ci mettano magari una bomba in redazione? Infine sa cosa le dico? Che i nostri lettori saranno eccitati all’idea di mangiare a buon prezzo in un locale da romanzo giallo, Paglia e Fieno si riempirà d’imbecilli e noi come tutto risultato ne avremo fatto la fortuna. E dunque cestiniamo. Stia tranquilla e torni agli oroscopi.”

Umberto Eco, “Numero zero”

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Il morticello

“Il morticello” di Michetti, dettaglio catturato in una domenica di musei aperti:

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Bach

La prima biografia su Bach, del 1802:

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La discografia completa di Bach (ante-litteram) ivi contenuta:

Johann Sebastian Bach – pdf inglese

Due dischi che ho trovato in Francia:

bach2.jpg

doppio 10″

 

bach1.jpg

2 euro

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La figlia di Iorio

2016-06-09 11.52.54

Illustrazione di Ferenc Pintér: Mila di Codro con l’angelo muto alle spalle.

Anna di Bova.
Non t’accostare, Ornella! Ti vuoi
tu perdere? È figlia di mago,
fa nocimento a chiunque.

Mila.
S’accosta perché dietro di me
vede piangere l’Angelo muto,
il custode dell’anima mia.

 

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La figlia di Iorio, dipinto di Michetti

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In Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.
Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire e vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.

[Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia]

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Il venditore di arance, illustazione di Guttuso per “Conversazione in Sicilia”

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La madre con l’aringa affumicata, illustrazione di Guttuso per “Conversazione in Sicilia”

 

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Possessione

In Bretagna invece può succedere che un uomo cada in un pozzo e si ritrovi in un meleto estivo. O veda impigliarsi un’esca per i pesci nel campanile della chiesa sommersa di un altro paese.

[Antonia S. Byatt, Possessione]

possessione

FOR ANNE GREGORY

‘NEVER shall a young man,
Thrown into despair
By those great honey-coloured
Ramparts at your ear,
Love you for yourself alone
And not your yellow hair.’

‘But I can get a hair-dye
And set such colour there,
Brown, or black, or carrot,
That young men in despair
May love me for myself alone
And not my yellow hair.’

‘I heard an old religious man
But yesternight declare
That he had found a text to prove
That only God, my dear,
Could love you for yourself alone
And not your yellow hair.’

[W.B.Yeats]

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I loved you first: but afterwards your love

Esercizi di traduzione. “I loved you first: but afterwards your love” di Christina Rossetti (poetry foundation).

Poca favilla gran fiamma seconda. – Dante
Ogni altra cosa, ogni pensier va fore,
E sol ivi con voi rimansi amore. – Petrarca

I loved you first: but afterwards your love
Outsoaring mine, sang such a loftier song
As drowned the friendly cooings of my dove.
Which owes the other most? my love was long,
And yours one moment seemed to wax more strong;
I loved and guessed at you, you construed me
And loved me for what might or might not be –
Nay, weights and measures do us both a wrong.
For verily love knows not ‘mine’ or ‘thine;’
With separate ‘I’ and ‘thou’ free love has done,
For one is both and both are one in love:
Rich love knows nought of ‘thine that is not mine;’
Both have the strength and both the length thereof,
Both of us, of the love which makes us one.

christina rossetti

Ti amai per prima: ma poi il tuo amore
Sopraffece il mio, con un canto più elevato

Soffocando il mio amichevole tubare di colomba.
Chi deve di più all’altro? Il mio amore durava,
E il tuo sembrava farsi a tratti più forte,
Io ti amavo e ti indovinavo, tu mi esploravi –
E mi amavi per ciò che è giusto e ciò che non lo è
No, pesi e misure fanno torto a entambi.
Poiché il vero amore non conosce ‘mio’ o ‘tuo;’
Con separati ‘io’ e ‘tu’ l’amore libero ha chiuso,
Poiché uno è due e due sono uno in amore:
L’amore ricco non conosce un ‘tuo che non è mio;’
Ognuno di noi ha la forza e la lungimiranza di ciò,
Ognuno di noi due, dell’amore che ci rende uno.

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