Breve ricerca sulle origini di un pianoforte

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Non c’è alcuna marca stampigliata, forse si è cancellata con il tempo o forse è scomparsa sotto la vernice scura (il colore originale è visibile nell’impronta dei due candelabri mancanti). Partendo dalla targhetta che dichiara “Goldene Medaille Brüx 1898” ho fatto una piccola ricerca.

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Innanzitutto Brüx non è Bruxelles ma una città della Boemia, che oggi si chiama Most (Repubblica Ceca). Nel 1898 vi si tenne un’esposizione di artigianato e industria in cui il produttore di pianoforti Wilhelm Schimmel di Lipsia ottenne il riconoscimento:

Fonte, “Au clavier bien tempéré” (http://auclavier-bientempere.fr/sauver-les-pianos-anciens/histoire-piano-schimmel/):

Extrait du livre “Les Facteurs de Pianos et leurs Recherches” d’André Chenaud, 1970

Wilhelm Schimmel avait appris le métier de menuisier et dès sa deuxième année d’apprentissage, il s’était adonné à la construction d’accordéons et de violons. A 23 ans, il fut déjà contremaître dans une importante menuiserie de Riesa en Saxe. Mais il abandonna bientôt ce poste pour accomplir un apprentissage complet dans la fabrique de pianos Stigel à Leipzig. Le 2 mai 1885 à l’âge de 31 ans, il construisit son premier piano dans un modeste atelier de Neuschönefeld près de Leipzig. A peine un an plus tard, il dut s’installer dans un atelier plus vaste à Leipzig Reudnitz. En 1888 un local de 200m2 lui était devenu nécessaire et trois ans plus tard, naissait sa première usine de Luisenstrasse à Reudnitz.
Le 1er mars 1894, sa maison existe depuis neuf ans, et sort le millième piano. En 1899 elle sort le trois millième. Puis c’est l’édification de vastes installations dans la banlieue de Leipzig à Stötteritz et viennent les récompenses : prix d’honneur de la ville de Leipzig, médaille d’or à l’exposition artisanale et industrielle de Brüx.

En 1889 W. Schimmel fut nommé fournisseur de S.A.R. le grand duc de Saxe-Weimar, et en 1909 de S.M. le roi de Roumanie.
En 1901, pour son vingt-cinquième anniversaire la firme reçoit la médaille d’or de l’exposition universelle de Turin.
En 1925, âgé de 71 ans, toujours plein d’énergie et de projets nouveaux, il continuait avec ses deux fils comme collaborateurs.
En 1929, l’usine fut transférée à Brunswick et sinistrée pendant la dernière guerre.
Le fondateur W. Schimmel mourut en 1946 et l’usine se releva lentement de ses ruines en 1947. Le fils Wilhelm organisa une publicité efficace, l’usine a été agrandie et actuellement elle est en Europe une de celles qui ont la plus grande production annuelle. Elle en est au N° 108 000.
En 1969, elle est encore agrandie, et c’est M. Klaus Schimmel Qui représente la 3° génération et préside aux destinées de la marque avec une exportation importante.

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Il pianoforte è dunque uno Schimmel. Considerando il numero di serie 3666 visibile all’interno, in base al testo citato potremmo datarlo intorno all’anno 1900.

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Wilh. Schimmel & co. 1885 (fonte: http://www.schimmel-pianos.de)

 

Wilh. Schimmel & co. è un produttore ancora attivo. Sul sito internet sono elencati per anno i numeri di serie. Il 3666 è probabilmente del 1901:

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E infine, ecco la medaglia d’oro. Sul fronte, in primo piano, uno scudo con lo stemma della città, e in basso quello che dovrebbe essere un simbolo di arti e mestieri; sul retro, la scritta “Brüx 1898 – Nordwestböhmischen Ausstellung für deutsche Industrie, Gewerbe und Landwirtschaft” (Esposizione dell’indutria, del commercio e dell’agricoltura nella Boemia del nordest)

medaille

Fonte: coinarchives.com (http://www.coinarchives.com/w/lotviewer.php?LotID=2525493&AucID=2446&Lot=1379&Val=e7f41d4f7e8f0573d5bda5c5429464a4)

 

 

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Il piacere

 

La dedica a Francesco Paolo Michetti:

A Francesco Paolo Michetti
Questo libro, composto nella tua casa dall’ospite bene accetto, viene a te come un rendimento di grazie, come un ex-voto.
Nella stanchezza della lunga e grave fatica, la tua presenza m’era fortificante e consolante come il mare. Nei disgusti che seguivano il doloroso e capzioso artifizio dello stile, la limpida semplicità del tuo ragionamento m’era esempio ed emendazione. Ne’ dubbii che seguivano lo sforzo dell’analisi, non di rado una tua sentenza profonda m’era di lume.
A te che studii tutte le forme e tutte le mutazioni dello spirito come studii tutte le forme e tutte le mutazioni delle cose, a te che intendi le leggi per cui si svolge l’interior vita dell’uomo come intendi le leggi del disegno e del colore, a te che sei tanto acuto conoscitor di anime quanto grande artefice di pittura io debbo l’esercizio e lo sviluppo della più nobile tra le facoltà dell’intelletto: debbo l’abitudine dell’osservazione e debbo, in ispecie, il metodo. Io sono ora, come te, convinto che c’è per noi un solo oggetto di studii: la Vita.
Siamo, in verità, assai lontani dal tempo in cui, mentre tu nella Galleria Sciarra eri intento a penetrare i segreti del Vinci e del Tiziano, io ti rivolgeva un saluto di rime sospiranti
all’Ideale che non ha tramonti,
alla Bellezza che non sa dolori!
Ben, però, un vóto di quel tempo s’è compiuto. Siam tornati insieme alla dolce patria, alla tua « vasta casa ». Non gli arazzi medìcei pendono alle pareti, né convengono dame ai nostri decameroni, né i coppieri e i levrieri di Paolo Veronese girano intorno alle mense, né
i frutti soprannaturali empiono i vasellami che Galeazzo Maria Sforza ordinò a Maffeo di Clivate. Il nostro desiderio è men superbo: e il nostro vivere è più primitivo, forse anche più omerico e più eroico se valgono i pasti lungo il risonante mare, degni d’Ajace, che interrompono i digiuni laboriosi.
Sorrido quando penso che questo libro, nel quale io studio, non senza tristezza, tanta corruzione e tanta depravazione e tanta sottilità e falsità e crudeltà vane, è stato scritto in mezzo alla semplice e serena pace della tua casa, fra gli ultimi stornelli della messe e le prime pastorali della neve, mentre insieme con le mie pagine cresceva la cara vita del tuo figliuolo.
Certo, se nel mio libro è qualche pietà umana e qualche bontà, rendo mercede al tuo figliuolo. Nessuna cosa intenerisce e solleva quanto lo spettacolo d’una vita che si schiude. Perfino lo spettacolo dell’aurora cede a quella meraviglia.
Ecco, dunque, il volume. Se, leggendolo, l’occhio ti corra più oltre e veda tu Giorgio porgerti le mani e dal tondo viso riderti, come nella divina strofe di Catullo, semihiante labello, interrompi la lettura. E le piccole calcagna rosee, dinanzi a te, premano le pagine dov’è rappresentata tutta la miseria del Piacere; e quel premere inconsapevole sia simbolo e augurio.
Ave, Giorgio. Amico e maestro, gran mercé.
Dal Convento: secondo Carmine, 1889.
G. D’A.

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Francesco Michetti, Ritratto di D’Annunzio

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Le impressioni dell’organismo mal definite:

Il malessere vago proveniva forse anche dalla mutazione del clima, delle abitudini, degli usi. L’anima converte in fenomeni psichici le impressioni dell’organismo mal definite, a quella guisa che il sogno trasforma secondo la sua natura gli incidenti del sonno.

Un elemento intermedio del nostro essere:

E da allora in poi gli avorii, gli smalti, i gioielli passarono dalle dita dell’amata in quelle dell’amante, comunicando un indefinibile diletto. Pareva ch’entrasse in loro una particella dell’amoroso fascino di quella donna, come entra nel ferro un poco della virtù d’una calamita. Era veramente una sensazione magnetica di diletto, una di quelle sensazioni acute e profonde che si provan quasi soltanto negli inizii di un amore e che non paiono avere né una sede fisica né una sede spirituale, a simiglianza di tutte le altre, ma sì bene una sede in un elemento neutro del nostro essere, in un elemento quasi direi intermedio, di natura ignota, men semplice d’uno spirito, più sottile d’una forma, ove la passione si raccoglie come in un ricettacolo, onde la passione s’irradia come da un focolare.

Il presentimento tragico della tristezza:

La sua tristezza s’aggravò. Egli si trovava in una disposizion di spirito strana. La sensibilità de’ suoi nervi era così acuta che ogni minima sensazione a lui data dalle cose esteriori pareva una ferita profonda. Mentre un pensiero fisso occupava e tormentava tutto il suo essere, egli aveva tutto il suo essere esposto agli urti della vita circostante. Contro ogni alienazione della mente ed ogni inerzia della volontà, i suoi sensi rimanevano vigili ed attivi; e di quell’attività egli aveva una conscienza non esatta. I gruppi delle sensazioni gli attraversavano d’improvviso lo spirito, simili a grandi fantasmagorie in una oscurità; e lo turbavano e sbigottivano. Le nuvole del tramonto, la forma del Tritone cupa in un cerchio di fanali smorti, quella discesa barbarica d’uomini bestiali e di giumenti enormi, quelle grida, quelle canzoni, quelle bestemmie esasperavano la sua tristezza, gli suscitavano nel cuore un timor vago, non so che presentimento tragico.

La tristezza ancora, nella descrizione più incredibile che abbia mai sentito:

… la occupò l’oscura tristezza che è in fondo a tutte le felicità umane, come alla foce di tutti i fiumi è l’acqua amara.

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Le bocche di donna del Botticelli e del Vinci:

Ci sono bocche di donne le quali paiono accendere d’amore il respiro che le apre. Le invermigli un sangue ricco più d’una porpora o le geli un pallor d’agonia, le illumini la bontà d’un consenso o le oscuri un’ombra di disdegno, le dischiuda il piacere o le torca la sofferenza, portano sempre in loro un enigma che turba gli uomini intellettuali e li attira e li captiva. Un’assidua discordia tra l’espression delle labbra e quella degli occhi genera il mistero; per che un’anima duplice vi si riveli con diversa bellezza, lieta e triste, gelida e passionata, crudele e misericorde, umile e orgogliosa, ridente e irridente; e l’ambiguità suscita l’inquietudine nello spirito che si compiace delle cose oscure. Due quattrocentisti meditativi, perseguitori infaticabili d’un Ideale raro e superno, psicologi acutissimi a cui si debbon forse le più sottili analisi della fisionomia umana, immersi di continuo nello studio e nella ricerca delle difficoltà più ardue e de’ segreti più occulti, il Botticelli e il Vinci, compresero e resero per vario modo nell’arte loro tutta l’indefinibile seduzione di tali bocche.

Botticelli - La nascita di Venere - Google Art Project.png

Botticelli, La nascita di Venere, dettaglio – google art project

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Leonardo Da Vinci, Testa di Leda, dettaglio – google art project

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Una galleria di ritratti:

E vennero altre, talvolta in coppia: Barbarella Viti, la mascula, che aveva una superba testa di giovinetto, tutta quanta dorata e fulgente come certe teste giudee del Rembrandt; la contessa di Lùcoli, la dama delle turchesi, una Circe di Dosso Dossi, con due bellissimi occhi pieni di perfidia, varianti come i mari d’autunno, grigi, azzurri, verdi, indefinibili; Liliana Theed, una lady di ventidue anni, risplendente di quella prodigiosa carnagione, composta di luce, di rose e di latte, che han soltanto i babies delle grandi famiglie inglesi nelle tele del Reynolds, del Gainsborough e del Lawrence…

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Rembrandt, The jewish bride, dettaglio – google art project

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Maga Circe Di Dosso Dossi – http://www.atlantedellarteitaliana.it/artwork-8064.html, Pubblico dominio, Collegamento

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Thomas Gainsborough, The Marsham children, dettaglio – google art project

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Joshua Reynolds, A young girl and her dog, dettaglio – google art project

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La convalescenza (incipit del Libro Secondo):

La convalescenza e’ una purificazione e un rinascimento. Non mai il senso della vita è soave come dopo l’angoscia del male; e non mai l’anima umana più inclina alla bontà e alla fede come dopo aver guardato negli abissi della morte. Comprende l’uomo, nel guarire, che il pensiero, il desiderio, la volontà, la conscienza della vita non sono la vita. Qualche cosa è in lui più vigile del pensiero, più continua del desiderio, più potente della volontà, più profonda anche della conscienza; ed è la sostanza, la natura dell’essere suo. Comprende egli che la sua vita reale è quella, dirò così, non vissuta da lui; è il complesso delle sensazioni involontarie, spontanee, incoscienti, istintive; è l’attività armoniosa e misteriosa della vegetazione animale; è l’impercettibile sviluppo di tutte le metamorfosi e di tutte le rinnovellazioni. Quella vita appunto in lui compie i miracoli della convalescenza: richiude le piaghe, ripara le perdite, riallaccia le trame infrante, rammenda i tessuti lacerati, ristaura i congegni degli organi, rinfonde nelle vene la ricchezza del sangue, riannoda su gli occhi la benda dell’amore, rintreccia d’intorno al capo la corona de’ sogni, riaccende nel cuore la fiamma della speranza, riapre le ali alle chimere della fantasia.
Dopo la mortale ferita, dopo una specie di lunga e lenta agonia, Andrea Sperelli ora a poco a poco rinasceva, quasi con un altro corpo e con un altro spirito, come un uomo nuovo, come una creatura uscita da un fresco bagno letèo, immemore e vacua. Parevagli d’essere entrato in una forma più elementare. Il passato per la sua memoria aveva una sola lontananza, come per la vista il cielo stellato è un campo eguale e diffuso sebbene gli astri sian diversamente distanti. I tumulti si pacificavano, il fango scendeva dall’imo, l’anima facevasi monda; ed egli rientrava nel grembo della natura madre, sentivasi da lei maternamente infondere la bontà e la forza.

[…]

Il convalescente rinveniva sensazioni obliate della puerizia, quell’impression di freschezza che dànno al sangue puerile gli aliti del vento salso, quegli inesprimibili effetti che fanno le luci, le ombre, i colori, gli odori delle acque su l’anima vergine. Il mare non soltanto era per lui una delizia degli occhi, ma era una perenne onda di pace a cui si abbeveravano i suoi pensieri, una magica fonte di giovinezza in cui il suo corpo riprendeva la salute e il suo spirito la nobiltà. Il mare aveva per lui l’attrazion misteriosa d’una patria; ed egli vi si abbandonava con una confidenza filiale, come un figliuol debole nelle braccia d’un padre onnipossente. E ne riceveva conforto; poiché nessuno mai ha confidato il suo dolore, il suo desiderio, il suo sogno al mare invano.

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Ricerca:

Era in fondo il suo cuore il desiderio di darsi, liberamente e per riconoscenza, a un essere più alto e più puro. Ma dov’era questo essere?

“Il verso è tutto”:

Il verso è tutto. Nella imitazion della Natura nessun istrumento d’arte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obediente, sensibile, fedele. Più compatto del marmo, più malleabile della cera, più sottile d’un fluido, più vibrante d’una corda, più luminoso d’una gemma, più fragrante d’un fiore, più tagliente d’una spada, più flessibile d’un virgulto, più carezzevole d’un murmure, più terribile d’un tuono, il verso è tutto e può tutto. Può rendere i minimi moti del sentimento e i minimi moti della sensazione; può definire l’indefinibile e dire l’ineffabile; può abbracciare l’illimitato e penetrare l’abisso; può avere dimensioni d’eternità; può rappresentare il sopraumano, il soprannaturale, l’oltramirabile; può inebriare come un vino, rapire come un’estasi; può nel tempo medesimo posseder il nostro intelletto, il nostro spirito, il nostro corpo; può, infine, raggiungere l’Assoluto. Un verso perfetto e assoluto, immutabile, immortale; tiene in sé le parole con la coerenza d’un diamante; chiude il pensiero come in un cerchio preciso che nessuna forza mai riuscirà a rompere; diviene indipendente da ogni legame da ogni dominio; non appartiene più all’artefice, ma è di tutti e di nessuno, come lo spazio, come la luce, come le cose immanenti e perpetue. Un pensiero esattamente espresso in un verso perfetto è un pensiero che già esisteva preformato nella oscura profondità della lingua. Estratto dal poeta, séguita ad esistere nella conscienza degli uomini. Maggior poeta è dunque colui che sa discoprire, disviluppare, estrarre un maggior numero di codeste preformazioni ideali. Quando il poeta è prossimo alla scoperta d’uno di tali versi eterni, è avvertito da un divino torrente di gioia che gli invade d’improvviso tutto l’essere.

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Ella parlava di musica:

Ella parlava di musica con sottilità d’intenditrice; e per rendere il sentimento, che una data composizione o l’intera arte di un dato maestro suscitava in lei, aveva espressioni ingegnose ed imagini ardite.
– Io ho eseguita ed ascoltata molta musica – diceva ella. – E di ogni Sinfonia, di ogni Sonata, di ogni Notturno, di ogni singolo pezzo insomma, conservo una imagine visibile, un’impressione di forma e di colore, una figura, un gruppo di figure, un paesaggio; tanto che tutti i miei pezzi prediletti portano un nome, secondo l’imagine. Io ho, per esempio, la Sonata delle quaranta nuore di Priamo, il Notturno della Bella addormentata nel bosco, la Gavotta delle dame gialle, la Giga del mulino, il Preludio della goccia d’acqua, e così via.
Ella si mise a ridere, d’un tenue riso che su quella bocca afflitta aveva una indicibile grazia e sorprendeva come un baleno inatteso.
– Ti ricordi, Francesca, in collegio, di quanti commenti in margine affliggemmo la musica di quel povero Chopin, del nostro divino Federico? Tu eri la mia complice. Un giorno mutammo tutti i titoli allo Schumann, con gravi discussioni; e tutti i titoli avevano una lunga nota esplicativa. Conservo ancóra quelle carte, per memoria. Ora, quando risuono i Myrthen e le Albumblätter, tutte quelle significazioni misteriose mi sono incomprensibili; la commozione e la visione sono assai diverse; ed è un fino piacere questo, di poter paragonare il sentimento presente con il passato, la nuova imagine con l’antica.

[…]

Ella cantò ancóra un’Arietta di Antonio Salieri. Poi sonò una Toccata di Leonardo Leo, una Gavotta del Rameau e una Giga di Sebastiano Bach. Riviveva meravigliosamente sotto le sue dita la musica del XVIII secolo, così malinconica nelle arie di danza: che paion composte per esser danzate in un pomeriggio languido d’una estate di San Martino, entro un parco abbandonato, tra fontane ammutolite, tra piedestalli senza statue, sopra un tappeto di rose morte, da coppie di amanti prossimi a non amar più.

La voce dei bambini:

Delfina ora parlava, parlava abondantemente, ripetendo senza fine le stesse cose, infatuata della cerva, mescolando le più strane fantasie, inventando lunghe storie monotone, confondendo una favola con l’altra, componendo intrichi ne’ quali si smarriva ella stessa. Parlava, parlava, con una specie d’inconscienza, quasi che l’aria del mattino l’avesse inebriata; e intorno a quella sua cerva chiamava figli e figlie di re, cenerentole, reginelle, maghi, mostri, tutti i personaggi de’ regni imaginarii, in folla, in tumulto, come nella metamorfosi continua d’un sogno. Parlava allo stesso modo che un uccello gorgheggia, con modulazioni canore, talvolta con successioni di suoni che non eran parole, ne’ quali esalavasi l’onda musicale già iniziata, come il fremito d’una corda nella pausa, quando in quello spirito infantile il legame tra il segno verbale e l’idea rimaneva interrotto.

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Torture nel sonno:

Oscuramente, a traverso il mio cervello, come ombre spesse, guizzavano terribili pensieri, imagini di dolore insostenibili; e il mio cuore aveva urti e sussulti improvvisi, e io mi ritrovava con gli occhi aperti nelle tenebre, senza sapere se uscivo da un sogno o se fino allora ero stata desta a pensare e a imaginare. E questa specie di dubbio dormiveglia, assai più torturante dell’insonnio, durava, durava, durava.

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Due sonate di Beethoven (nota: sono descritte in ordine inverso, prima la op.27/2  sonata numero 14 Chiaro di Luna, e poi la op.27/1 sonata numero 13):

Sonò le due Sonate-Fantasie del Beethoven (op. 27). L’una, dedicata a Giulietta Guicciardi, esprimeva una rinunzia senza speranza, narrava il risveglio dopo un sogno troppo a lungo sognato. L’altra fin dalle prime battute dell’Andante, in un ritmo soave e piano, accennava a un riposo dopo la tempesta; quindi, passando per le irrequietudini del secondo tempo, allargavasi in un Adagio di luminosa serenità e finiva con un Allegro vivace in cui era una sollevazion di coraggio e quasi un ardore.

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Qualcosa era successo

bartezzaghi

Stefano Bartezzaghi – Lezioni di enigmistica

Qui di seguito, un racconto di Buzzati citato come esempio di enigmistica da Bartezzaghi (in riferimento al brandello di giornale strappato con il titolo misterioso …IONE).

“Qualcosa era successo”

Il treno aveva percorso solo pochi chilometri (e la strada era lunga, ci saremmo fermati soltanto alla lontanissima stazione d’arrivo, così correndo per dieci ore filate) quando a un passaggio a livello vidi dal finestrino una giovane donna. Fu un caso, potevo guardare tante altre cose invece lo sguardo cadde su di lei che non era bella né di sagoma piacente, non aveva proprio niente di straordinario, chissà perché mi capitava di guardarla. Si era evidentemente appoggiata alla sbarra per godersi la vista del nostro treno, superdirettissimo, espresso del nord, simbolo per quelle popolazioni incolte, di miliardi, vita facile, avventurieri, splendide valige di cuoio, celebrità, dive cinematografiche, una volta al giorno questo meraviglioso spettacolo, e assolutamente gratuito per giunta.

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Odore d’arance

“Io invece sento odore d’arance. Quel pomeriggio avevo continuato a sentire odore d’arance, ma non ci avevo fatto caso perché erano in lista per la cena di quella sera. Avevamo trenta cassette di arance spagnole. Quella sera, in cucina, puzzavamo tutti di arance. Per un momento è stato come se fossi svenuto. Poi ho udito un’esplosione e ho visto divampare le fiamme. Gente che urlava, sirene. Poi ho udito un sibilo, non poteva essere altro che vapore. E poi mi è sembrato di trovarmi un po’ più vicino a quel che succedeva e ho visto una carrozza ferroviaria deragliata e rovesciata su un fianco che recava la scritta Georgia and South Carolina Railroad, e ho capito in un lampo che mio fratello Carl si trovava su quel treno, che Carl era morto. Semplicemente così. E poi la scena è svanita ed ecco lì davanti a me quello stupido cuciniere terrorizzato che continuava a tendere verso di me la patata e il raschietto. Dice: ‘Sta bene, sergente?’ E io dico: ‘No. Mio fratello è rimasto ucciso poco fa giù in Georgia’; e quando finalmente sono riuscito a mettermi in comunicazione telefonica con la mia mamma, lei mi ha raccontato com’erano andate le cose. Ma vedi, caro, io lo sapevo già com’erano andate le cose.” Scosse il capo lentamente, come per scacciare il ricordo, e abbassò lo sguardo sul bambino che lo fissava con gli occhi spalancati. “Ma c’è una cosa che devi ricordare, ragazzo mio, ed è questa: non sempre quelle cose si avverano. Quattro anni fa avevo un posto di cuoco in un campeggio per ragazzi nel Maine, sul Long Lake. Me ne stavo seduto accanto al cancello d’imbarco all’aeroporto Logan di Boston, in attesa di imbarcarmi sul mio volo, quando ho cominciato a fiutare odore d’arance. Per la prima volta da forse cinque anni. Così mi sono detto: ‘Mio Dio, che cosa mi succede, questa volta?’ Sono sceso alle toilette e mi sono seduto su uno dei water per mettermi un po’ in libertà. Non che sia proprio svenuto, ma ho cominciato ad avere la netta sensazione che il mio aereo sarebbe precipitato. Poi quell’impressione è svanita e anche l’odore d’arance. Sono tornato al banco delle Delta Airlines e ho cambiato il biglietto, scegliendo un volo che partiva tre ore dopo. E sai che cos’è successo?”
“Che cosa?” bisbigliò Danny.
“Niente!” disse Hallorann e rise. Fu lieto di constatare che anche il bimbo abbozzava un sorriso. “Niente di niente! Quel vecchio aereo è atterrato in perfetto orario e senza il minimo danno o la minima ammaccatura. Così, vedi… a volte quelle sensazioni non hanno conseguenze.”

Stephen King, “Shining”

shiningnovel

prima edizione

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Gould, Scritti sulla musica

[Tutti i passi seguenti sono appunti presi da L’ala del turbine intelligente – scritti sulla musica, di Glenn Gould.]

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Secondo me si dovrebbe permettere all’arte di potersi liberamente estinguere a poco a poco. Dobbiamo accettare l’idea che l’arte non è necessariamente positiva, e che anzi è potenzialmente distruttiva. Dovremmo analizzare i settori in cui ha meno possibilità di fare danni, orientarci in base ad essi e inserire nell’arte una componente che le consenta di autoannullarsi…

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Le variations chromatiques di Bizet sono a mio parere uno dei pochissimi capolavori per pianoforte solo nati in quel quarto di secolo, e l’oblio quasi totale che le circonda è un fenomeno che non sono assolutamente in grado di spiegare.

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Come compositore tonale, come artista operante entro un’area armonica ben delimitata, Schoenberg scrisse musiche che sono a mio parere fra le più belle del primo Novecento. La sua produzione nell’ambito tonale occupa un periodo di circa dodici anni e va dai primi brevi lieder composti quand’era ancora studente al Secondo quartetto per archi, scritto nel 1908, che è l’ultimo suo lavoro unificato dalla fedeltà a un solo centro tonale.

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I primi sostenitori dell’atonalità non mancarono di fare orgogliosamente notare che il movimento astrattistico cominciò quasi contemporaneamente a quello atonale, ed effettivamente è possibile trovare alcune facili analogie fra le carriere del pittore Kandinsky e del musicista Schoenberg. Credo però che sia pericoloso insistere troppo su queste affinità per il semplice motivo che la musica è sempre astratta, non ha connotazioni allegoriche se non in senso supremamente metafisico e non pretende né ha mai preteso, a parte qualche rara eccezione, di essere altro che un modo per esprimere i misteri del comunicare sotto una forma altrettanto misteriosa.

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Das Marienleben è l’opera chiave della parabola creativa di Hindemith: le due versioni che ne pubblicò, separate da un intervallo di venticinque anni, delineano per sommi capi la sua evoluzione di musicista e di pensatore e stabiliscono inoltre una sorta di precedente storico. A me, personalmente, non risulta che nessun altro grande maestro, ritornando sul lavoro più importante e memorabile della sua giovinezza, lo abbia ricreato secondo le prospettive tecniche e stilistiche della sua maturità.

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Se volessimo usare la terminologia cinematografica, potremmo dire che Bach era un regista che pensa per stacchi invece che per dissolvenze.

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… il più evidente di tutti [i tempi di esecuzione decisamente sconcertanti] è l’estrema lentezza del Rondò alla turca.

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Le Variazioni Goldberg, uno dei massimi monumenti della letteratura tastieristica, furono pubblicate nel 1742, quando Bach aveva il titolo di compositore della corte reale di Polonia ed elettorale di Sassonia…

[l’articolo integrale sulle Variazioni Goldberg si trova online qui nella seconda parte della pagina: http://www.flaminioonline.it/Guide/Bach/Bach-Goldberg988.html]

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g.g.: …visto che lei ha già confessato la sua ammirazione per la Seconda e per l’Ottava, le spiacerebbe indicare qualche altra composizione di Beethoven che sia di suo particolare gradimento?

G.G.: D’accordo: la Sonata per pianoforte op.81a, il Quartetto per archi op.95, e poi le Sonate per pianoforte op.31 e , padrone di non crederlo, la Chiaro di luna.

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Coi suoi giochi di parole e melodie, il brano inciso sul nostro disco è una fuga che parla della scrittura fugale. [So you want to write a fugue?]

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Sottomissione

“… e in questo anche Huysmans era esattamente come gli altri uomini, in genere sono quasi del tutto indifferenti alla propria morte , la loro unica preoccupazione reale, il loro vero desiderio, è di sfuggire quanto più possibile alla sofferenza fisica.”

M. Houellebecq, Sottomissione

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La mia copia di Sottomissione alterata con copertine di De Chirico

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Numero zero

Numero zero

Il contrario dei luoghi comuni:

“Per esempio Venezia è l’Amsterdam del Sud, a volte la fantasia supera la realtà, premetto che sono razzista, le droghe pesanti sono l’anticamera delle canne, fa’ come se fossi a casa mia, direi di darci del lei, chi gode si accontenta, sono rimbambito ma non sono vecchio, per me l’arabo è matematica, il successo mi ha cambiato, in fondo Mussolini ha fatto anche molte schifezze, Parigi è brutta però i parigini sono gentilissimi, a Rimini stanno tutti sulla spiaggia e non mettono mai piede in discoteca, aveva trasferito tutti i suoi capitali a Battipaglia.”
“Sì, e intero fungo avvelenato da una famiglia…”

Il riciclaggio di denaro sporco:

A questo punto Maia si era fatta coraggio e aveva parlato di una sua inchiesta possibile. La storia era questa. Dalle parti di Porta Ticinese, in una zona che stava diventando sempre più turistica, c’era una pizzeria-ristorante che si chiamava Paglia e Fieno. Maia, che sta sui navigli, ci passava davanti da anni. E da anni questa pizzeria, vastissima, dalle cui vetrine si intravvedevano almeno cento posti, era sempre e desolatamente vuota, tranne qualche turista che prendeva un caffè nei tavolini all’esterno. E non è che fosse un locale abbandonato, Maia ci era andata una volta, per curiosità, ed era sola, tranne una famigliola venti tavoli più in là. Aveva preso appunto un paglia e fieno, un quartino di bianco e una torta di mele, tutta roba eccellente a un prezzo ragionevole, con camerieri gentilissimi. Ora, se qualcuno gestisce un locale così vasto, con personale, cucina e così via, e non ci va nessuno per anni e anni, se è persona ragionevole deve disfarsene. E invece Paglia e Fieno rimane sempre aperto, giorno dopo giorno, forse da dieci anni, tremilaseicentocinquanta giorni o giù di lì.
“Qui c’è sotto un mistero,” aveva osservato Costanza.
“Mica tanto,” aveva reagito Maia. “La spiegazione è evidente: è un locale che appartiene alle triadi, o alla mafia, o alla camorra, è stato acquistato con denaro sporco e costituisce un buon investimento alla luce del sole. Ma, voi dite, l’investimento è già dato dal valore di quello spazio e potrebbero tenerlo chiuso, senza buttarci altri soldi. Invece no, è in funzione. Perché?”
“Perché?” aveva chiesto il solito Cambria. La risposta rivelava che Maia aveva un cervellino funzionante. “Il locale serve a riciclare giorno per giorno denaro sporco, che arriva costantemente. Tu servi i pochissimi clienti che ti capitano ogni sera, ma ogni sera batti una serie di scontrini come se di clienti ne avessi avuti cento. Dichiarato l’incasso, lo versi in banca – e forse per non dare nell’occhio con tutti quei contanti perché non c’è nessuno che abbia pagato con carta di credito, hai aperto conti su venti banche diverse. Su questo capitale, ormai legale, tu paghi le tasse che devi, dopo aver defalcato generosamente tutte le spese di gestione e di approvvigionamento (non è difficile procurarsi fatture false). Si sa benissimo che per riciclare denaro sporco occorre mettere in conto che ne perderai il cinquanta per cento. Con quel sistema ne perdi molto meno.”
“Ma come si fa a dimostrare tutto questo?” aveva domandato Palatino.
“Semplice,” aveva risposto Maia, “vanno lì a cena due guardie di finanza, magari lui e lei, con l’aria di due sposini, mangiano e si guardano intorno, vedendo che ci sono, mettiamo, solo altri due clienti. Il giorno dopo la Finanza va a fare un controllo, scopre che sono stati battuti cento scontrini, e voglio vedere cosa rispondono quelli.”
“Non è così semplice,” avevo osservato, “i due finanzieri vanno lì, poniamo alle otto ma, per quanto mangino, dopo le nove se ne debbono andare, altrimenti diventano sospetti. Chi prova che i cento clienti non siano venuti tra le nove e mezzanotte? Allora devi mandare almeno tre o quattro coppie di finanzieri per coprire tutta la serata. Ora, se il mattino dopo c’è un controllo, che cosa accade? I finanzieri gongolano se scopron chi non denuncia gli incassi, ma cosa possono fare a chi ne denuncia troppi? Quelli possono dire che si era inceppata la macchinetta, che era tutto andato in loop. Allora che fai, un secondo controllo? Quelli non sono stupidi, ormai hanno identificato i finanzieri e, quando tornano, quella sera non battono scontrini falsi. O i finanzieri dovrebbero continuare a controllarli per sere e sere, tenendo impegnato un mezzo esercito a mangiar pizze, e forse nel giro di un anno li manderebbero in rovina, ma è pensabile che si stanchino prima perché hanno altro da fare.”
“Insomma,” aveva replicato Maia, piccata, “sarà la guardia di finanza a trovare un marchingegno, noi dobbiamo solo segnalare il problema.”
“Carina,” le aveva detto con bonomia Simei, “le dico io che cosa succede se
pubblichiamo questa inchiesta. Primo, avremo contro la guardia di finanza alla quale lei rimprovera di non essersi mai accorta della truffa – e quella è gente che sa vendicarsi, se non su di noi certo sul Commendatore. Poi dall’altra parte, lo dice lei, abbiamo le triadi, la camorra, la ’ndrangheta o cos’altro sia, e lei crede che se ne stiano tranquilli? E noi ce ne stiamo qui beati beati ad aspettare che ci mettano magari una bomba in redazione? Infine sa cosa le dico? Che i nostri lettori saranno eccitati all’idea di mangiare a buon prezzo in un locale da romanzo giallo, Paglia e Fieno si riempirà d’imbecilli e noi come tutto risultato ne avremo fatto la fortuna. E dunque cestiniamo. Stia tranquilla e torni agli oroscopi.”

Umberto Eco, “Numero zero”

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