Annotazioni

Annotazioni prese durante letture e riletture di Borges.

 

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La nostra mente è porosa per l’oblio
(Borges)

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Il mio domicilio attuale è all’angolo, in calle Pozos
(Borges / Bioy Casares)

 

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Borges parla dei suoi racconti (Lo zahir • Il libro di sabbia • Tlön, Uqbar, Orbis Tertius • Utopia di un uomo che è stanco):
http://www.archiviobolano.it/bol_aut_cit_racconto_borges1.html

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Stevenson erige un unico uccello che consuma i secoli: “l’usignolo divoratore del tempo”
(Borges)

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Eureka di Poe:
http://www.readme.it/libri/3/3061010.html

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Kubla Khan di Coleridge:
https://www.poetryfoundation.org/poems/43991/kubla-khan

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Paris Review, “The missing Borges”:
https://www.theparisreview.org/blog/2014/04/16/the-missing-borges/

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Il Destino – tale è il nome che diamo all’opera infinita e incessante di migliaia di cause intrecciate
(Borges)

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Catalogo “Biblioteca di Babele”:
http://www.fantascienza.com/catalogo/collane/NILF70571/oscar-la-biblioteca-di-babele/

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Nei sogni (scrive Coleridge) … non sentiamo orrore perché ci opprime una sfinge, sogniamo una sfinge per spiegare l’orrore che sentiamo
(Borges)

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Uno di essi teneva un ramo, che si adattava, indubbiamente, alla semplice botanica dei sogni
(Borges)

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Il Pordenone in S.Maria di Campagna

 

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… Venuto il Pordenone in credito e fama, fu condotto a Piacenza, donde, poi che vi ebbe lavorate alcune cose, se n’andò a Mantoa, […] con suo molto onore ritornò a Piacenza, e quivi, oltre molti altri lavori, dipinse in S. Maria di Campagna tutta la tribuna, se bene una parte ne rimase imperfetta per la sua partita; che fu poi con diligenza finita da maestro Bernardo da Vercelli. Fece in detta chiesa due capelle a fresco: in una storie di S. Caterina, e nell’altra la natività di Cristo et adorazione de’ Magi, ambedue lodatissime. Dipinse poi nel bellissimo giardino di Messer Bernaba dal Pozzo dottore alcuni quadri di poesia, e nella detta chiesa di Campagna la tavola di Sant’Agostino, entrando in chiesa, a man sinistra. Le quali tutte bellissime opere furono cagione che i gentiluomini di quella città gli facessero in essa pigliar donna e l’avessero sempre in somma venerazione.

Giorgio Vasari – Le vite… (1568)

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Piacenza, Santa Maria di Campagna, la cupola vista dal centro della chiesa. Unico punto da cui si può vedere la “lanterna” con raffigurato il creatore

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Schema degli affreschi

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Vista degli affreschi dal ballatoio della cupola

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Le otto lunette dei profeti. Tutti indicano Dio nell’alto della lanterna, che da qui non è visibile.

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La parte inferiore degli affreschi, dalle finestre in giù, è quella completata dal Sojaro

 

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Guardando all’interno verso il basso si intravvede l’opera del Guercino illuminata. Fra gli affreschi del Sojaro, la scena al centro è molto simile a quella nella cappella della natività del Pordenone (vedi qui)

 

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Vista dal basso della cappella di S.Caterina. L’uomo sulla destra che regge il libro dovrebbe essere un autoritratto del Pordenone.

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Vista dal basso della cappella della natività con “l’asino più bello del Cinquecento” secondo la guida.

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Visita dei Magi (e visita dei pastori nella lunetta).

Altre immagini già pubblicate qui: Piccolo reportage S. Maria di Campagna e S. Sisto

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Musica classica

classica 1 classica 2

[Herman Hesse, “Il giuoco delle perle di vetro”]

link: Il giuoco delle perle di vetro di Hermann Hesse letto da Daniela Di Gusto

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Oltre il muro del sonno

Racconto integrale con traduzione dilettantesca interpolata.

Beyond_the_wall_of_sleep

Beyond the Wall of Sleep
By H. P. Lovecraft
 
“I have an exposition of sleep come upon me.”
—  Shakespeare.
I have frequently wondered if the majority of mankind ever pause to reflect upon the occasionally titanic significance of dreams, and of the obscure world to which they belong. Whilst the greater number of our nocturnal visions are perhaps no more than faint and fantastic reflections of our waking experiences — Freud to the contrary with his puerile symbolism — there are still a certain remainder whose immundane and ethereal character permits of no ordinary interpretation, and whose vaguely exciting and disquieting effect suggests possible minute glimpses into a sphere of mental existence no less important than physical life, yet separated from that life by an all but impassable barrier. From my experience I cannot doubt but that man, when lost to terrestrial consciousness, is indeed sojourning in another and uncorporeal life of far different nature from the life we know; and of which only the slightest and most indistinct memories linger after waking. From those blurred and fragmentary memories we may infer much, yet prove little. We may guess that in dreams life, matter, and vitality, as the earth knows such things, are not necessarily constant; and that time and space do not exist as our waking selves comprehend them. Sometimes I believe that this less material life is our truer life, and that our vain presence on the terraqueous globe is itself the secondary or merely virtual phenomenon.
It was from a youthful reverie filled with speculations of this sort that I arose one afternoon in the winter of 1900–1901, when to the state psychopathic institution in which I served as an interne was brought the man whose case has ever since haunted me so unceasingly. His name, as given on the records, was Joe Slater, or Slaader, and his appearance was that of the typical denizen of the Catskill Mountain region; one of those strange, repellent scions of a primitive colonial peasant stock whose isolation for nearly three centuries in the hilly fastnesses of a little-travelled countryside has caused them to sink to a kind of barbaric degeneracy, rather than advance with their more fortunately placed brethren of the thickly settled districts. Among these odd folk, who correspond exactly to the decadent element of “white trash” in the South, law and morals are non-existent; and their general mental status is probably below that of any other section of the native American people.
Joe Slater, who came to the institution in the vigilant custody of four state policemen, and who was described as a highly dangerous character, certainly presented no evidence of his perilous disposition when first I beheld him. Though well above the middle stature, and of somewhat brawny frame, he was given an absurd appearance of harmless stupidity by the pale, sleepy blueness of his small watery eyes, the scantiness of his neglected and never-shaven growth of yellow beard, and the listless drooping of his heavy nether lip. His age was unknown, since among his kind neither family records nor permanent family ties exist; but from the baldness of his head in front, and from the decayed condition of his teeth, the head surgeon wrote him down as a man of about forty.
Oltre il muro del sonno
Di H. P. Lovecraft
 
“Mi sta prendendo una certa esposizione al sonno.”
  —  Shakespeare.
Spesso mi sono chiesto se buona parte dell’umanità si fermi mai a riflettere sul significato a volte titanico dei sogni, e sul mondo oscuro a cui essi appartengono. Mentre un gran numero delle nostre visioni notturne probabilmente non è altro che una pallida e fantasiosa proiezione delle nostre esperienze di veglia  —  tralasciando il puerile simbolismo di Freud  —  ne rimangono comunque alcune il cui carattere etereo e inconsueto sfugge all’interpretazione ordinaria, ed il cui effetto vagamente eccitante ed inquietante suggerisce la possibilità di piccole incursioni in una sfera di esistenza mentale non meno importante della vita fisica, benché separata da essa mediante una barriera quasi invalicabile. La mia esperienza mi porta alla convinzione che l’uomo, una volta persa la propria coscienza terrena, soggiorni di fatto in un’altra vita incorporea di natura molto differente da quella a noi conosciuta, e della quale solo le più confuse e indistinte reminiscenze perdurano dopo il risveglio. Con questi ricordi fumosi e frammentati possiamo inferire molto ma provare ben poco. Possiamo supporre che in sogno l’esistenza, la materia e la vita, intese in modo terreno, non siano necessariamente costanti, e che il tempo e lo spazio non siano uguali a come li concepiamo durante la veglia. A volte credo che codesta vita, benché meno materiale, sia quella più reale, e che la nostra vana presenza sul globo terracqueo sia un fenomeno secondario meramente virtuale.
Fantasticherie giovanili gravide di simili speculazioni mi stavano tenendo occupato anche in un pomeriggio dell’inverno 1900–1901, quando nell’istituto psichiatrico in cui lavoravo come interno fu portato l’uomo il cui caso, da quel momento in poi, mi avrebbe tormentato incessantemente. Il suo nome registrato agli atti era Joe Slater, o Slaader, e il suo aspetto era quello di un tipico abitante della regione di Catskill Mountain  —  uno di quegli orribili, strambi discendenti di un antico gruppo coloniale di contadini, il cui isolamento di quasi tre secoli fra le aspre colline di una campagna poco frequentata era degenerato nel loro imbarbarimento, anziché nel proposito di aggregarsi ai propri consimili in distretti più popolosi. Per questi bifolchi  —  che in quanto a decadenza rappresentano l’esatto corrispettivo del “white trash” degli stati del Sud  —  legge e morale sono inesistenti, ed il loro livello di salute mentale è probabilmente inferiore a quello di ogni altra fascia di popolazione insediata in America.
Joe Slater, che arrivò all’istituto in stato di custodia fra quattro agenti di polizia, e che fu descritto come soggetto estremamente pericoloso, di certo non dava evidenza di un temperamento aggressivo quando lo vidi per la prima volta. Benché ampiamente al di sopra della statura media e piuttosto muscoloso, possedeva un aspetto di assurda e innocua stupidità, dovuto al pallore blu sonnolento di due occhi umidi e piccoli, alla trascuratezza di un’incolta barba bionda, all’inquietante smorfia che gli appesantiva il labbro inferiore. La sua età era sconosciuta, poiché fra la sua gente non esistono né ricorrenze né legami di famiglia, ma dalla calvizie delle sue tempie e dalla condizione malsana dei suoi denti il primario stimò che dovesse avere circa quarant’anni.
From the medical and court documents we learned all that could be gathered of his case. This man, a vagabond, hunter, and trapper, had always been strange in the eyes of his primitive associates. He had habitually slept at night beyond the ordinary time, and upon waking would often talk of unknown things in a manner so bizarre as to inspire fear even in the hearts of an unimaginative populace. Not that his form of language was at all unusual, for he never spoke save in the debased patois of his environment; but the tone and tenor of his utterances were of such mysterious wildness, that none might listen without apprehension. He himself was generally as terrified and baffled as his auditors, and within an hour after awakening would forget all that he had said, or at least all that had caused him to say what he did; relapsing into a bovine, half-amiable normality like that of the other hill-dwellers.
As Slater grew older, it appeared, his matutinal aberrations had gradually increased in frequency and violence; till about a month before his arrival at the institution had occurred the shocking tragedy which caused his arrest by the authorities. One day near noon, after a profound sleep begun in a whiskey debauch at about five of the previous afternoon, the man had roused himself most suddenly; with ululations so horrible and unearthly that they brought several neighbours to his cabin — a filthy sty where he dwelt with a family as indescribable as himself. Rushing out into the snow, he had flung his arms aloft and commenced a series of leaps directly upward in the air; the while shouting his determination to reach some ‘big, big cabin with brightness in the roof and walls and floor, and the loud queer music far away’. As two men of moderate size sought to restrain him, he had struggled with maniacal force and fury, screaming of his desire and need to find and kill a certain ‘thing that shines and shakes and laughs’. At length, after temporarily felling one of his detainers with a sudden blow, he had flung himself upon the other in a daemoniac ecstasy of bloodthirstiness, shrieking fiendishly that he would ‘jump high in the air and burn his way through anything that stopped him’. Family and neighbours had now fled in a panic, and when the more courageous of them returned, Slater was gone, leaving behind an unrecognisable pulp-like thing that had been a living man but an hour before. None of the mountaineers had dared to pursue him, and it is likely that they would have welcomed his death from the cold; but when several mornings later they heard his screams from a distant ravine, they realised that he had somehow managed to survive, and that his removal in one way or another would be necessary. Then had followed an armed searching party, whose purpose (whatever it may have been originally) became that of a sheriff’s posse after one of the seldom popular state troopers had by accident observed, then questioned, and finally joined the seekers.
Dai documenti medici e legali raccogliemmo tutto ciò che poteva riguardare il caso. Questo vagabondo, cacciatore, selvaggio, aveva sempre avuto la fama d’uomo stravagante fra i suoi simili. La notte era solito dormire ben più del tempo necessario, e al risveglio parlava sempre di cose incomprensibili e in un modo così bizzarro da instillare la paura anche in seno a persone poco fantasiose. Non che il suo linguaggio fosse del tutto sconosciuto, infatti non era altro che il dialetto povero delle sue parti, ma i toni e il tenore del suo eloquio avevano una rozzezza così misteriosa che nessuno poteva ascoltarlo senza provare ansia. Egli stesso sembrava sconcertato e impaurito tanto quanto chi lo stava a sentire, ma poi nel giro di un’ora dal risveglio dimenticava le sue esternazioni, o almeno la causa di esse, ritornando quindi alla normalità bovina e bonaria tipica di quei campagnoli.
Con l’invecchiare, pareva, i deliri mattutini di Slater si erano fatti sempre più numerosi e violenti, finché un mese circa prima del suo arrivo all’istituto avvenne la sconvolgente tragedia che ne causò l’arresto da parte delle autorità. Un mattino verso mezzogiorno, dopo una dormita profonda iniziata con una gozzoviglia a base di whiskey alle cinque del pomeriggio precedente, l’uomo si levò improvvisamente, con ululati così orribili e sovrumani che attirarono il vicinato presso la sua baracca  —  un lurido porcile in cui viveva con una famiglia altrettanto indescrivibile. Precipitandosi fuori nella neve, prese a scuotere in aria le braccia e saltare; intanto sbraitava il suo intento di trovare una qualche ‘grande, enorme baracca che risplendeva nel tetto, nei muri e nel pavimento, e un’alta e strana musica di lontano.’ Quando due uomini di stazza media provarono a contenerlo, lottò con una forza e una furia folli, gridando di dover trovare e ammazzare una certa ‘cosa che luccica e tremola e ghigna’. Infine, dopo aver messo temporaneamente fuori combattimento uno degli uomini con una botta improvvisa, si fiondò sull’altro in un’estasi diabolica, assetato di sangue, urlando come un demonio di voler ‘balzare in aria per farsi strada bruciando qualsiasi cosa potesse ostacolarlo’. Famiglia e vicini fuggirono in preda al panico, e quando poi il più coraggioso di loro ritornò, Slater era scomparso, abbandonando un irriconoscibile ammasso di carne che fino ad un’ora prima era stato un essere umano. Nessuno fra i montanari aveva osato inseguirlo, ed è plausibile che lo avrebbero voluto morto di freddo, ma quando un mattino di molti giorni dopo sentirono le sue grida provenire da un crepaccio lontano, realizzarono che in un modo o nell’altro era sopravvissuto, e che sarebbe stato necessario riuscire a disfarsene. Ne seguì l’organizzazione di un gruppo armato di ricerca, che ben presto (qualunque fosse stato il proposito originario, e benché la polizia non fosse molto amata) si mise agli ordini di uno sceriffo che aveva notato per caso i volontari e si era unito a loro.
On the third day Slater was found unconscious in the hollow of a tree, and taken to the nearest gaol; where alienists from Albany examined him as soon as his senses returned. To them he told a simple story. He had, he said, gone to sleep one afternoon about sundown after drinking much liquor. He had awaked to find himself standing bloody-handed in the snow before his cabin, the mangled corpse of his neighbour Peter Slader at his feet. Horrified, he had taken to the woods in a vague effort to escape from the scene of what must have been his crime. Beyond these things he seemed to know nothing, nor could the expert questioning of his interrogators bring out a single additional fact. That night Slater slept quietly, and the next morning he wakened with no singular feature save a certain alteration of expression. Dr. Barnard, who had been watching the patient, thought he noticed in the pale blue eyes a certain gleam of peculiar quality; and in the flaccid lips an all but imperceptible tightening, as if of intelligent determination. But when questioned, Slater relapsed into the habitual vacancy of the mountaineer, and only reiterated what he had said on the preceding day.
On the third morning occurred the first of the man’s mental attacks. After some show of uneasiness in sleep, he burst forth into a frenzy so powerful that the combined efforts of four men were needed to bind him in a strait-jacket. The alienists listened with keen attention to his words, since their curiosity had been aroused to a high pitch by the suggestive yet mostly conflicting and incoherent stories of his family and neighbours. Slater raved for upward of fifteen minutes, babbling in his backwoods dialect of great edifices of light, oceans of space, strange music, and shadowy mountains and valleys. But most of all did he dwell upon some mysterious blazing entity that shook and laughed and mocked at him. This vast, vague personality seemed to have done him a terrible wrong, and to kill it in triumphant revenge was his paramount desire. In order to reach it, he said, he would soar through abysses of emptiness, burning every obstacle that stood in his way. Thus ran his discourse, until with the greatest suddenness he ceased. The fire of madness died from his eyes, and in dull wonder he looked at his questioners and asked why he was bound. Dr. Barnard unbuckled the leathern harness and did not restore it till night, when he succeeded in persuading Slater to don it of his own volition, for his own good. The man had now admitted that he sometimes talked queerly, though he knew not why.
Within a week two more attacks appeared, but from them the doctors learned little. On the source of Slater’s visions they speculated at length, for since he could neither read nor write, and had apparently never heard a legend or fairy tale, his gorgeous imagery was quite inexplicable. That it could not come from any known myth or romance was made especially clear by the fact that the unfortunate lunatic expressed himself only in his own simple manner. He raved of things he did not understand and could not interpret; things which he claimed to have experienced, but which he could not have learned through any normal or connected narration. The alienists soon agreed that abnormal dreams were the foundation of the trouble; dreams whose vividness could for a time completely dominate the waking mind of this basically inferior man. With due formality Slater was tried for murder, acquitted on the ground of insanity, and committed to the institution wherein I held so humble a post.
Il terzo giorno Slater venne trovato privo di sensi al riparo di un albero, e fu condotto presso il carcere più vicino; appena si riebbe alcuni psichiatri di Albany lo visitarono. A loro raccontò una storia semplice. Era andato, così disse, a dormire un pomeriggio all’imbrunire dopo essersi ubriacato. Si era svegliato ritrovandosi davanti a casa con le mani insanguinate, accanto al cadavere maciullato del suo vicino Peter Slader. Terrorizzato, era corso nel bosco nel tentativo di allontanarsi dalla scena di quello che avrebbe dovuto essere il suo crimine. Oltre a ciò mostrava di non sapere nulla, né gli interrogatori da parte degli esperti portarono alla luce altri fatti rilevanti. Quella notte Slater dormì quieto, e si svegliò il mattino seguente senza segni particolari se non una certa alterazione dell’espressione. Il dott. Barnard, che teneva sotto controllo il paziente, credette di vedere nei pallidi occhi blu una lucentezza particolare, e nelle labbra flaccide un irrigidimento quasi impercettibile, come di intelligente risolutezza. Ma se interrogato, Slater ricadeva nella vacuità abituale del montanaro, ripetendo ciò che aveva già detto il giorno precedente.
Il mattino del terzo giorno avvenne il suo primo attacco di pazzia. Dopo alcuni disagi mostrati già durante il sonno, esplose in uno sfogo così potente che si resero necessari quattro uomini per legarlo in una camicia di forza. Gli psichiatri ascoltavano attentamente le sue parole, sempre più incuriositi dalle storie tanto suggestive quanto incoerenti e contraddittorie relative alla sua famiglia e al suo vicinato. Slater delirò per quasi un quarto d’ora, balbettando nel suo dialetto selvaggio a proposito di grandi edifici luminosi, oceani di spazio, strane musiche, montagne e vallate oscure. Ma più che altro si soffermava su una misteriosa entità che sfavillava e rideva e di lui si faceva beffe. Pareva che questo personaggio indefinito ed enorme gli avesse fatto un torto orribile, e che l’atto di vendicarsi uccidendolo fosse il suo massimo desiderio. Al fine di riuscirvi, disse, si sarebbe librato nel vuoto degli abissi, bruciando qualsiasi ostacolo gli si parasse dinanzi. Di questo tenore seguitava il discorso, finché di botto cessò. Il fuoco della pazzia gli si spense negli occhi, e con ottuso stupore si rivolse agli interroganti chiedendo perché fosse legato. Il dott. Barnard gli allentò le cinghie di cuoio e lo lasciò libero fino alla notte, quando riuscì a persuadere Slater a richiudersele da solo, per il suo bene. L’uomo a quel punto aveva ammesso di parlare in modo bizzarro, a volte, ma senza sapere il perché.
In una settimana ebbe altri due attacchi, da cui però i dottori dedussero poco. Sull’origine delle visioni di Slater specularono a lungo, poiché, considerando che egli era analfabeta e che probabilmente non gli erano mai state raccontate favole o leggende, la sua immaginazione straordinaria era praticamente inspiegabile. Che non fosse ispirata ad alcun mito o romanzo conosciuti fu chiaro soprattutto perché lo sfortunato si esprimeva unicamente in modo semplice. Delirava su cose che non capiva e non sapeva interpretare, cose di cui rivendicava l’esperienza, ma che non poteva aver imparato mediante un ascolto volontario o imposto. Gli psichiatri presto concordarono sul fatto che i suoi sogni anormali fossero alla base del disturbo  —  sogni la cui vividezza poteva a tratti dominare completamente la mente conscia di quest’uomo essenzialmente arretrato. Con le dovute formalità Slater fu processato per omicidio, assolto per infermità mentale, e affidato all’istituto in cui io modestamente lavoravo.
I have said that I am a constant speculator concerning dream life, and from this you may judge of the eagerness with which I applied myself to the study of the new patient as soon as I had fully ascertained the facts of his case. He seemed to sense a certain friendliness in me; born no doubt of the interest I could not conceal, and the gentle manner in which I questioned him. Not that he ever recognised me during his attacks, when I hung breathlessly upon his chaotic but cosmic word-pictures; but he knew me in his quiet hours, when he would sit by his barred window weaving baskets of straw and willow, and perhaps pining for the mountain freedom he could never enjoy again. His family never called to see him; probably it had found another temporary head, after the manner of decadent mountain folk.
By degrees I commenced to feel an overwhelming wonder at the mad and fantastic conceptions of Joe Slater. The man himself was pitiably inferior in mentality and language alike; but his glowing, titanic visions, though described in a barbarous and disjointed jargon, were assuredly things which only a superior or even exceptional brain could conceive. How, I often asked myself, could the stolid imagination of a Catskill degenerate conjure up sights whose very possession argued a lurking spark of genius? How could any backwoods dullard have gained so much as an idea of those glittering realms of supernal radiance and space about which Slater ranted in his furious delirium? More and more I inclined to the belief that in the pitiful personality who cringed before me lay the disordered nucleus of something beyond my comprehension; something infinitely beyond the comprehension of my more experienced but less imaginative medical and scientific colleagues.
And yet I could extract nothing definite from the man. The sum of all my investigation was, that in a kind of semi-uncorporeal dream life Slater wandered or floated through resplendent and prodigious valleys, meadows, gardens, cities, and palaces of light; in a region unbounded and unknown to man. That there he was no peasant or degenerate, but a creature of importance and vivid life; moving proudly and dominantly, and checked only by a certain deadly enemy, who seemed to be a being of visible yet ethereal structure, and who did not appear to be of human shape, since Slater never referred to it as a man, or as aught save a thing. This thing had done Slater some hideous but unnamed wrong, which the maniac (if maniac he were) yearned to avenge. From the manner in which Slater alluded to their dealings, I judged that he and the luminous thing had met on equal terms; that in his dream existence the man was himself a luminous thing of the same race as his enemy. This impression was sustained by his frequent references to flying through space and burning all that impeded his progress. Yet these conceptions were formulated in rustic words wholly inadequate to convey them, a circumstance which drove me to the conclusion that if a true dream-world indeed existed, oral language was not its medium for the transmission of thought. Could it be that the dream-soul inhabiting this inferior body was desperately struggling to speak things which the simple and halting tongue of dulness could not utter? Could it be that I was face to face with intellectual emanations which would explain the mystery if I could but learn to discover and read them? I did not tell the older physicians of these things, for middle age is sceptical, cynical, and disinclined to accept new ideas. Besides, the head of the institution had but lately warned me in his paternal way that I was overworking; that my mind needed a rest.
Ho già affermato d’essere un grande speculatore del mondo dei sogni, per cui capirete l’avidità con cui mi dedicai allo studio del nuovo paziente non appena ebbi accertato tutti gli elementi del suo caso. Sembrava percepisse una certa amichevolezza in me, nata senza dubbio dall’interesse che non potevo nascondere, e dai modi gentili con cui gli porgevo le domande. Non che si accorgesse di me, durante i suoi attacchi, mentre trattenevo il fiato di fronte alle sue caotiche descrizioni di immagini cosmiche; però mi riconosceva nei momenti di calma, quando sedeva accanto alla finestra sbarrata intrecciando paglia per fare cestini, forse rimpiangendo il senso di libertà dei monti che non avrebbe mai più vissuto. I suoi famigliari non si presentarono mai per visitarlo; probabilmente avevano già trovato un rimpiazzo, com’è nell’uso decadente dei montanari.
Iniziai a provare uno stupore sempre più travolgente di fronte alle folli e fantastiche creazioni di Joe Slater. L’uomo era di per sé penosamente inferiore in quanto a linguaggio e mentalità, ma le sue visioni brillanti, titaniche, pur descritte in un gergo barbaro e sconnesso, erano concepibili per assurdo solamente da un cervello superiore o almeno eccezionale. Come poteva, seguitavo a chiedermi, la stolida immaginazione di un disadattato di Catskill mettere insieme visioni che da sole lasciavano intravvedere il lampo del genio? Come poteva un tonto misantropo avere una vaga idea di quei regni e di quegli spazi raggianti di splendore soprannaturale che Slater decantava durante i suoi deliri furiosi? Sempre più ero portato a credere che nel personaggio penoso rannicchiato di fronte a me vi fosse il nucleo disordinato di qualcosa che andava oltre la mia comprensione  —  e che andava infinitamente oltre la comprensione dei miei colleghi medici e scienziati, molto più esperti di me, ma anche meno visionari.
E comunque non potei evincere da quell’uomo alcunché di definitivo. Il responso di tutte le mie ricerche fu che Slater, in una specie di vita onirica semi-incorporea, vagava o fluttuava in valli splendenti e prodigiose, prati, giardini, città e palazzi luminescenti, in una regione sconfinata e sconosciuta all’umanità. Che lui laggiù non era né un contadino né un disadattato, ma una creatura vivace e importante; si muoveva con fierezza e autorità, ed era predato solo da una sorta di nemico mortale, un essere dalla struttura sia eterea che visibile che non si presentava in forma umana — infatti Slater non si riferiva mai a lui come un uomo, ma solo come una cosa. Questa cosa aveva fatto a Slater un torto deprecabile ma ignoto, per il quale il pazzo (se di pazzo si trattava) gridava vendetta. Dal modo in cui Slater alludeva alla questione, giudicai che lui e la cosa luminosa si trovavano alla pari, ovvero nella sua esistenza onirica l’uomo era una cosa luminosa della stessa razza del suo nemico. Questa impressione era sostenuta dai continui riferimenti al volare attraverso lo spazio e bruciare ciò che impediva di procedere. Inoltre queste descrizioni erano formulate con parole povere del tutto inadeguate alla circostanza, il che mi spinse alla conclusione che se quel mondo onirico esisteva, il linguaggio orale non era il medium per comunicare all’interno di esso. Forse l’anima onirica alloggiata in quel corpo inferiore stava lottando disperatamente per esprimere cose che la lingua semplice e incerta dell’ignoranza non poteva esternare? Forse mi trovavo faccia a faccia con emanazioni intellettuali che mi avrebbero svelato il mistero se solo avessi imparato a scovarle e decifrarle? Non condivisi tali riflessioni con i medici più esperti, poiché l’anziano è scettico, cinico, e poco incline ad accettare idee innovative. D’altro canto la direzione dell’istituto mi aveva da poco avvertito con i suoi modi gentili che stavo lavorando troppo, che la mia mente aveva bisogno di riposo.
It had long been my belief that human thought consists basically of atomic or molecular motion, convertible into ether waves of radiant energy like heat, light, and electricity. This belief had early led me to contemplate the possibility of telepathy or mental communication by means of suitable apparatus, and I had in my college days prepared a set of transmitting and receiving instruments somewhat similar to the cumbrous devices employed in wireless telegraphy at that crude, pre-radio period. These I had tested with a fellow-student; but achieving no result, had soon packed them away with other scientific odds and ends for possible future use. Now, in my intense desire to probe into the dream life of Joe Slater, I sought these instruments again; and spent several days in repairing them for action. When they were complete once more I missed no opportunity for their trial. At each outburst of Slater’s violence, I would fit the transmitter to his forehead and the receiver to my own; constantly making delicate adjustments for various hypothetical wave-lengths of intellectual energy. I had but little notion of how the thought-impressions would, if successfully conveyed, arouse an intelligent response in my brain; but I felt certain that I could detect and interpret them. Accordingly I continued my experiments, though informing no one of their nature.
E’ sempre stata una mia convinzione che il pensiero umano è costituito fondamentalmente da un movimento, atomico o molecolare, convertibile in onde di energia irradiata nell’etere — come il calore, la luce, e l’elettricità. Questa credenza mi portò presto a contemplare la possibilità della telepatia, o comunicazione mentale, tramite apparecchiature idonee, ed a preparare ai tempi della scuola una serie di strumenti simili a quegli ingombranti telegrafi amatoriali dell’era pre-radio. Li collaudai insieme a un compagno di studi, ma non ottenendo risultati, li accantonai con altre cianfrusaglie scientifiche per un eventuale uso futuro. Nella mia brama di indagare l’esperienza onirica di Joe Slater rispolverai quegli strumenti e passai diversi giorni nel tentativo di riportarli in funzione. Una volta ripristinati non persi l’occasione di metterli all’opera. Ad ogni sfogo della violenza di Slater, posizionavo il trasmettitore sulla sua fronte ed il ricevitore sulla mia, con costanti e delicati aggiustamenti delle ipotetiche frequenze d’energia intellettiva. Non sapevo in che modo i pensieri, se convogliati correttamente, avrebbero generato una risposta intelligente nel mio cervello, ma ero certo di poterli carpire ed interpretare. Così proseguivano i miei esperimenti, benché non avessi informato nessuno riguardo la loro natura.
It was on the twenty-first of February, 1901, that the thing finally occurred. As I look back across the years I realise how unreal it seems; and sometimes half wonder if old Dr. Fenton was not right when he charged it all to my excited imagination. I recall that he listened with great kindness and patience when I told him, but afterward gave me a nerve-powder and arranged for the half-year’s vacation on which I departed the next week. That fateful night I was wildly agitated and perturbed, for despite the excellent care he had received, Joe Slater was unmistakably dying. Perhaps it was his mountain freedom that he missed, or perhaps the turmoil in his brain had grown too acute for his rather sluggish physique; but at all events the flame of vitality flickered low in the decadent body. He was drowsy near the end, and as darkness fell he dropped off into a troubled sleep. I did not strap on the strait-jacket as was customary when he slept, since I saw that he was too feeble to be dangerous, even if he woke in mental disorder once more before passing away. But I did place upon his head and mine the two ends of my cosmic “radio”; hoping against hope for a first and last message from the dream-world in the brief time remaining. In the cell with us was one nurse, a mediocre fellow who did not understand the purpose of the apparatus, or think to inquire into my course. As the hours wore on I saw his head droop awkwardly in sleep, but I did not disturb him. I myself, lulled by the rhythmical breathing of the healthy and the dying man, must have nodded a little later.
Fu il ventuno di febbraio del 1901 che finalmente qualcosa avvenne. Guardando indietro negli anni mi rendo conto di quando sembri irreale, e a volte sono tentato di chiedermi se il vecchio dott. Fenton non avesse ragione ad ascrivere tutto alla mia fervida immaginazione. Ricordo che ascoltò con grande pazienza ciò che gli raccontai, ma dopo mi prescrisse un calmante ed un periodo di riposo di sei mesi a partire dalla settimana successiva. In quella notte decisiva ero agitatissimo e sconvolto, poiché nonostante le eccellenti cure che aveva ricevuto, Joe Slater stava inequivocabilmente morendo. Forse fu la nostalgia delle sue montagne, o forse il trambusto nel suo cervello si era fatto troppo acuto per un fisico così indolente, sta di fatto che dopo ogni attacco la vitalità si affievoliva nel suo corpo deperito. Intorpidito e avviato verso la fine, al calar della notte entrò in un sonno turbolento. Non gli strinsi la camicia di forza, come di consueto quando dormiva, poiché lo ritenni troppo debole per fare danni, anche se si fosse risvegliato durante il suo ultimo disturbo mentale. Ma piazzai sui nostri capi i due terminali della mia “radio” cosmica, nell’ultimo disperato tentativo di carpire un solo messaggio onirico nel poco tempo che rimaneva. Nella cella era con noi un infermiere, un tipo mediocre che non capì il senso di quell’apparato, né pensò di chiedermelo. Col passare delle ore notai che inclinava goffamente la testa per il sonno, ma non lo disturbai. Io, invece, cullato dal respiro ritmico dell’uno e dell’altro, mi addormentai poco più tardi.
The sound of weird lyric melody was what aroused me. Chords, vibrations, and harmonic ecstasies echoed passionately on every hand; while on my ravished sight burst the stupendous spectacle of ultimate beauty. Walls, columns, and architraves of living fire blazed effulgently around the spot where I seemed to float in air; extending upward to an infinitely high vaulted dome of indescribable splendour. Blending with this display of palatial magnificence, or rather, supplanting it at times in kaleidoscopic rotation, were glimpses of wide plains and graceful valleys, high mountains and inviting grottoes; covered with every lovely attribute of scenery which my delighted eye could conceive of, yet formed wholly of some glowing, ethereal, plastic entity, which in consistency partook as much of spirit as of matter. As I gazed, I perceived that my own brain held the key to these enchanting metamorphoses; for each vista which appeared to me, was the one my changing mind most wished to behold. Amidst this elysian realm I dwelt not as a stranger, for each sight and sound was familiar to me; just as it had been for uncounted aeons of eternity before, and would be for like eternities to come.
Then the resplendent aura of my brother of light drew near and held colloquy with me, soul to soul, with silent and perfect interchange of thought. The hour was one of approaching triumph, for was not my fellow-being escaping at last from a degrading periodic bondage; escaping forever, and preparing to follow the accursed oppressor even unto the uttermost fields of ether, that upon it might be wrought a flaming cosmic vengeance which would shake the spheres? We floated thus for a little time, when I perceived a slight blurring and fading of the objects around us, as though some force were recalling me to earth — where I least wished to go. The form near me seemed to feel a change also, for it gradually brought its discourse toward a conclusion, and itself prepared to quit the scene; fading from my sight at a rate somewhat less rapid than that of the other objects. A few more thoughts were exchanged, and I knew that the luminous one and I were being recalled to bondage, though for my brother of light it would be the last time. The sorry planet-shell being well-nigh spent, in less than an hour my fellow would be free to pursue the oppressor along the Milky Way and past the hither stars to the very confines of infinity.
A well-defined shock separates my final impression of the fading scene of light from my sudden and somewhat shamefaced awakening and straightening up in my chair as I saw the dying figure on the couch move hesitantly. Joe Slater was indeed awaking, though probably for the last time. As I looked more closely, I saw that in the sallow cheeks shone spots of colour which had never before been present. The lips, too, seemed unusual; being tightly compressed, as if by the force of a stronger character than had been Slater’s. The whole face finally began to grow tense, and the head turned restlessly with closed eyes. I did not arouse the sleeping nurse, but readjusted the slightly disarranged head-bands of my telepathic “radio”, intent to catch any parting message the dreamer might have to deliver. All at once the head turned sharply in my direction and the eyes fell open, causing me to stare in blank amazement at what I beheld. The man who had been Joe Slater, the Catskill decadent, was now gazing at me with a pair of luminous, expanded eyes whose blue seemed subtly to have deepened. Neither mania nor degeneracy was visible in that gaze, and I felt beyond a doubt that I was viewing a face behind which lay an active mind of high order.
Il suono di una strana melodia lirica mi fece sobbalzare. Accordi, vibrazioni, ed estasi armoniose echeggiavano dovunque, mentre il mio sguardo era rapito dallo spettacolo stupendo di una bellezza definitiva. Mura, colonne e architravi di fuoco ardevano fulgide intorno al punto in cui avevo la sensazione di fluttuare; si estendevano verso una volta di altezza infinita e di indescrivibile splendore. Mescolati a questa manifestazione di magnificenza architettonica, o meglio, alternati ad essa come in una rotazione caleidoscopica, vi erano scorci di ampie pianure e vallate graziose, alti monti e grotte invitanti  —  scenari saturi d’ogni attributo amabile che il mio occhio deliziato potesse concepire, e tutti di una sostanza plastica, luminosa, eterea, la cui conformazione consisteva tanto di spirito quanto di materia. Osservando, sentivo che il mio cervello aveva in pugno la chiave di quelle incantevoli metamorfosi, poiché ogni panorama che compariva era proprio quello che la mia mente mutevole desiderava osservare. Abitavo quei regni paradisiaci non come uno straniero, poiché i suoni e le visioni mi risultavano familiari, come fossero già esistiti da innumerevoli eoni e destinati a esistere per l’eternità a venire.
Poi l’aura splendente del mio fratello di luce si avvicinò per interloquire con me, da anima ad anima, con un perfetto e silente interscambio di pensieri. Il momento fu pressoché trionfale, poiché non era forse vero che un mio simile stava per sfuggire finalmente a una ripetuta e degradante schiavitù  —  sfuggire per sempre, apprestandosi a inseguire il malefico oppressore fino ai territori supremi dell’etere ove forgiare una vedetta degna di un terremoto cosmico? Stavamo fluttuando, quando percepii sfocarsi e svanire gli oggetti intorno a noi, come se una forza volesse riportarmi sulla terra  —  l’ultimo posto dove avrei voluto essere. Anche la forma al mio fianco sembrò percepire un cambiamento; stava infatti spingendo i suoi discorsi verso una conclusione, e si preparava ad uscire di scena, pur svanendo ad una velocità inferiore rispetto al resto. Io e l’illuminato ci scambiammo gli ultimi pensieri, quando compresi che entrambi eravamo richiamati alla schiavitù, e che per lui sarebbe stata l’ultima volta. Il misero involucro terrestre del mio compagno andava esaurendosi ormai del tutto, e in meno di un’ora sarebbe stato libero di raggiungere l’oppressore lungo la Via Lattea, oltre le stelle conosciute, ai confini dell’infinito.
Vi è un taglio netto fra l’ultima sensazione di dissolvenza nello scenario luminoso e l’improvviso e in qualche modo imbarazzante risveglio, quando balzai in piedi dallo spavento vedendo la figura morente sulla branda muoversi ancora. Infatti Joe Slater si stava svegliando, benché forse per l’ultima volta. Come osservai da vicino, vidi che le guance ingiallite avevano preso un colore nuovo. Anche le labbra sembravano strane; erano strette saldamente, come da un carattere più forte di quello di Slater. L’intero volto si faceva sempre più teso, e la testa ruotava in modo inquieto, con gli occhi chiusi. Non svegliai l’infermiere, ma aggiustai la posizione lievemente scomposta dei sensori della mia “radio” telepatica, nel tentativo di cogliere un eventuale messaggio di addio inviato dal sognatore. A un tratto la testa si girò verso di me ed aprì gli occhi, ed io non potei fare altro che rimanere sbalordito. L’uomo che fu Joe Slater, il disadattato di Catskill, mi guardava ora con un paio di enormi occhi luminosi, il cui blu pareva essersi intensificato. Non v’era traccia di follia né delirio in quello sguardo, e compresi al di là di ogni ragionevole dubbio di trovarmi di fronte al volto di un uomo la cui intelligenza era di prim’ordine.
At this juncture my brain became aware of a steady external influence operating upon it. I closed my eyes to concentrate my thoughts more profoundly, and was rewarded by the positive knowledge that my long-sought mental message had come at last. Each transmitted idea formed rapidly in my mind, and though no actual language was employed, my habitual association of conception and expression was so great that I seemed to be receiving the message in ordinary English. “Joe Slater is dead,” came the soul-petrifying voice or agency from beyond the wall of sleep. My opened eyes sought the couch of pain in curious horror, but the blue eyes were still calmly gazing, and the countenance was still intelligently animated. “He is better dead, for he was unfit to bear the active intellect of cosmic entity. His gross body could not undergo the needed adjustments between ethereal life and planet life. He was too much of an animal, too little a man; yet it is through his deficiency that you have come to discover me, for the cosmic and planet souls rightly should never meet. He has been my torment and diurnal prison for forty-two of your terrestrial years. I am an entity like that which you yourself become in the freedom of dreamless sleep. I am your brother of light, and have floated with you in the effulgent valleys. It is not permitted me to tell your waking earth-self of your real self, but we are all roamers of vast spaces and travellers in many ages. Next year I may be dwelling in the dark Egypt which you call ancient, or in the cruel empire of Tsan-Chan which is to come three thousand years hence. You and I have drifted to the worlds that reel about the red Arcturus, and dwelt in the bodies of the insect-philosophers that crawl proudly over the fourth moon of Jupiter. How little does the earth-self know of life and its extent! How little, indeed, ought it to know for its own tranquillity! Of the oppressor I cannot speak. You on earth have unwittingly felt its distant presence — you who without knowing idly gave to its blinking beacon the name of Algol, the Daemon-Star. It is to meet and conquer the oppressor that I have vainly striven for aeons, held back by bodily encumbrances. Tonight I go as a Nemesis bearing just and blazingly cataclysmic vengeance. Watch me in the sky close by the Daemon-Star. I cannot speak longer, for the body of Joe Slater grows cold and rigid, and the coarse brains are ceasing to vibrate as I wish. You have been my friend in the cosmos; you have been my only friend on this planet — the only soul to sense and seek for me within the repellent form which lies on this couch. We shall meet again — perhaps in the shining mists of Orion’s Sword, perhaps on a bleak plateau in prehistoric Asia. Perhaps in unremembered dreams tonight; perhaps in some other form an aeon hence, when the solar system shall have been swept away.”
At this point the thought-waves abruptly ceased, and the pale eyes of the dreamer — or can I say dead man? — commenced to glaze fishily. In a half-stupor I crossed over to the couch and felt of his wrist, but found it cold, stiff, and pulseless. The sallow cheeks paled again, and the thick lips fell open, disclosing the repulsively rotten fangs of the degenerate Joe Slater. I shivered, pulled a blanket over the hideous face, and awakened the nurse. Then I left the cell and went silently to my room. I had an insistent and unaccountable craving for a sleep whose dreams I should not remember.
A questo punto il mio cervello prese coscienza di una forte influenza esterna operante su di me. Chiusi gli occhi per concentrare profondamente i miei pensieri, e così raggiunsi la consapevolezza che il messaggio mentale che avevo cercato a lungo finalmente era arrivato. Ogni idea trasmessa prendeva immediatamente forma nella mia mente, e — benché nessun linguaggio fosse impiegato —  la mia capacità di associare i concetti alle espressioni era tale che mi sembrava di ricevere il messaggio nella mia lingua madre. “Joe Slater è morto,” fece quell’oracolo o emanazione pietrificante che proveniva da oltre il muro del sonno. I miei occhi spalancati fissavano con orrore il letto di morte, ma due occhi blu corrispondevano uno sguardo calmo, e mantenevano un contegno animato d’intelligenza. “E sta meglio da morto, poiché non era più in grado di sostenere l’intelletto dell’entità cosmica. Il suo corpo grossolano non aveva la flessibilità necessaria per adattarsi allo spazio fra le vite terrena ed eterea. Era troppo animale, e troppo poco uomo; eppure è proprio mediante le sue carenze che sei potuto arrivare a me, nonostante le vite cosmica e terrena non debbano mai incontrarsi. Egli fu il mio tormento quotidiano e la mia prigione per quarantadue dei vostri anni terrestri. Io sono un’entità simile al tuo sé durante un sonno libero dai sogni. Sono il tuo fratello di luce, fluttuavamo insieme nelle valli luminose. Non mi è permesso parlare al tuo sé terreno del tuo vero sé, ma siamo entrambi vagabondi dello spazio profondo e viaggiatori di molte ere. L’anno venturo potrei prendere a dimora quello che voi chiamate antico Egitto, o l’impero sanguinario di Tsan-Chan che si insedierà fra tremila anni. Tu ed io abbiamo attraversato i mondi che ruotano intorno alla rossa Arturo, e abitato i corpi degli insetti-filosofi che fieri brulicano sulla quarta luna di Giove. Quanto poco il corpo terreno sa della vita e delle sue potenzialità! E quanto poco deve saperne, per mantenere la propria quiete! Dell’oppressore non posso parlare. Dalla terra hai avvistato senza saperlo la sua presenza lontana — tu che inconsapevolmente chiamasti Algol, la stella del Demonio, il suo richiamo brillante. Fu per incontrare e conquistare l’oppressore che per eoni vanamente lottai, ingabbiato da impedimenti corporali. Io sono la Nemesi che stanotte esploderà in una vendetta giusta e travolgente. Osservami nel cielo presso la Stella del Demonio. Smetto di parlare, poiché il corpo di Joe Slater si fredda e irrigidisce, e le sue cervella mediocri non vibrano più come vorrei. Sei stato il mio compagno nel cosmo, il mio unico amico in questo pianeta — l’unica anima sensibile che potesse cercarmi nella forma di vita repellente che giace su questa branda. Ci rincontreremo — forse nella foschia lucente della Spada d’Orione, forse in un altopiano deserto dell’Asia preistorica. Forse nei sogni dimenticati di questa notte; forse in un’altra forma in un prossimo eone, quando il sistema solare sarà già stato spazzato via.”
In quell’istante le onde cerebrali si interruppero brutalmente, e gli occhi pallidi del sognatore — potrei dire del morto? — ritornarono inanimati. Sconvolto mi approssimai alla branda e gli tastai il polso, ma lo trovai freddo, rigido e muto. Le guance erano di nuovo pallide, e le labbra aperte lasciavano intravvedere i denti marci del disadattato Joe Slater. Tremai, coprii con il lenzuolo la sua faccia ripugnante, e svegliai l’infermiere. Poi lasciai la cella e andai nella mia camera in silenzio. Provavo la brama irresistibile di dormire senza potermi ricordare alcun sogno.
The climax? What plain tale of science can boast of such a rhetorical effect? I have merely set down certain things appealing to me as facts, allowing you to construe them as you will. As I have already admitted, my superior, old Dr. Fenton, denies the reality of everything I have related. He vows that I was broken down with nervous strain, and badly in need of the long vacation on full pay which he so generously gave me. He assures me on his professional honour that Joe Slater was but a low-grade paranoiac, whose fantastic notions must have come from the crude hereditary folk-tales which circulate in even the most decadent of communities. All this he tells me — yet I cannot forget what I saw in the sky on the night after Slater died. Lest you think me a biassed witness, another’s pen must add this final testimony, which may perhaps supply the climax you expect. I will quote the following account of the star Nova Persei verbatim from the pages of that eminent astronomical authority, Prof. Garrett P. Serviss:
“On February 22, 1901, a marvellous new star was discovered by Dr. Anderson, of Edinburgh, not very far from Algol. No star had been visible at that point before. Within twenty-four hours the stranger had become so bright that it outshone Capella. In a week or two it had visibly faded, and in the course of a few months it was hardly discernible with the naked eye.”
La morale? Quale normale racconto scientifico può vantare un tale effetto retorico? Ho semplicemente esposto i fatti come mi si presentavano, permettendovi di interpretarli a piacimento. Come ho già detto, il mio capo, il vecchio dott. Fenton, nega la veridicità della mia relazione. Sostiene che fossi esaurito di nervi, e che avessi tremendamente bisogno del lungo congedo che mi aveva concesso così generosamente. Mi dà la sua parola di professionista che Joe Slater era solo un paranoico di bassa lega, le cui visioni fantastiche provenivano probabilmente da favole popolari che si tramandano anche nelle più misere comunità. Lui sostiene tutto questo — ma io non posso dimenticare ciò che vidi in cielo la notte dopo che Slater morì. Per evitare che riteniate parziale il mio giudizio, lascio a un’altra penna la testimonianza che potrebbe darvi l’atteso climax finale. Citerò testualmente la voce sulla stella Nova Persei dalle pagine di un’eminente autorità astronomica, il prof. Garrett P. Serviss:
“Il 22 febbraio 1901, una nuova meravigliosa stella fu scoperta dal dott. Anderson, di Edimburgo, non molto lontano da Algol. Nessuna stella era mai stata avvistata in quel punto prima di allora. In ventiquattro ore si fece talmente chiara da superare in luminosità Capella. In un paio di settimane si affievolì visibilmente, e nel corso di pochi mesi divenne quasi impercettibile a occhio nudo.”

 

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Those of the fourth dimension

Estratti da “The Dreams in the Witch House” di H. P. Lovecraft, con una mia traduzione amatoriale.
Il racconto completo si trova on line.
Le immagini sono tratte da un libro del 1904 scoperto grazie ad un breve saggio.

fourth dimension - hinton

H. Hinton – The fourth dimension

 

Gilman’s dreams consisted largely in plunges through limitless abysses of inexplicably coloured twilight and bafflingly disordered sound; abysses whose material and gravitational properties, and whose relation to his own entity, he could not even begin to explain. He did not walk or climb, fly or swim, crawl or wriggle; yet always experienced a mode of motion partly voluntary and partly involuntary. Of his own condition he could not well judge, for sight of his arms, legs, and torso seemed always cut off by some odd disarrangement of perspective; but he felt that his physical organisation and faculties were somehow marvellously transmuted and obliquely projected — though not without a certain grotesque relationship to his normal proportions and properties.

I sogni di Gilman consistevano principalmente nello sprofondare in abissi sconfinati dai colori crepuscolari incomprensibili e dai suoni sconcertanti e confusi; abissi le cui proprietà materiche e gravitazionali, e la cui relazione con la propria essenza, non poteva nemmeno provare a spiegare. Non si trattava di camminare né arrampicarsi o volare, nuotare, strisciare, contorcersi; eppure esperiva ogni volta un tipo di moto in parte volontario e in parte involontario. Non poteva ben valutare la sua condizione, poiché la visione delle sue stesse braccia, delle gambe e del busto, appariva sempre alterata da una sorta di strana deviazione prospettica; ma sentiva che l’organizzazione e le facoltà del suo fisico venivano in qualche modo meravigliosamente trasmutate e riprogettate in modo trasversale — benché non senza una certa relazione grottesca con le sue normali proporzioni e proprietà.

The abysses were by no means vacant, being crowded with indescribably angled masses of alien-hued substance, some of which appeared to be organic while others seemed inorganic. A few of the organic objects tended to awake vague memories in the back of his mind, though he could form no conscious idea of what they mockingly resembled or suggested. In the later dreams he began to distinguish separate categories into which the organic objects appeared to be divided, and which seemed to involve in each case a radically different species of conduct-pattern and basic motivation. Of these categories one seemed to him to include objects slightly less illogical and irrelevant in their motions than the members of the other categories.

Quegli abissi erano tutt’altro che vuoti, affollati da indescrivibili masse spigolose di sostanza aliena, alcune delle quali sembravano essere organiche, mentre altre sembravano inorganiche. Alcuni degli oggetti organici tendevano a risvegliare vaghi ricordi nel profondo della sua mente, benché non fosse in grado di formulare alcuna idea conscia di ciò che essi parodiavano o suggerivano. Negli sogni più recenti prese a distinguere diverse categorie in cui gli oggetti organici parevano dividersi, e che sembravano implicare ognuna una specie radicalmente differente di modello comportamentale e di stimolo elementare. Di queste categorie una gli sembrava includesse oggetti lievemente meno illogici e insensati nei movimenti rispetto ai componenti delle altre categorie.

All the objects — organic and inorganic alike — were totally beyond description or even comprehension. Gilman sometimes compared the inorganic masses to prisms, labyrinths, clusters of cubes and planes, and Cyclopean buildings; and the organic things struck him variously as groups of bubbles, octopi, centipedes, living Hindoo idols, and intricate Arabesques roused into a kind of ophidian animation. Everything he saw was unspeakably menacing and horrible; and whenever one of the organic entities appeared by its motions to be noticing him, he felt a stark, hideous fright which generally jolted him awake. Of how the organic entities moved, he could tell no more than of how he moved himself. In time he observed a further mystery — the tendency of certain entities to appear suddenly out of empty space, or to disappear totally with equal suddenness. The shrieking, roaring confusion of sound which permeated the abysses was past all analysis as to pitch, timbre, or rhythm; but seemed to be synchronous with vague visual changes in all the indefinite objects, organic and inorganic alike. Gilman had a constant sense of dread that it might rise to some unbearable degree of intensity during one or another of its obscure, relentlessly inevitable fluctuations.

Tutti quegli oggetti — sia organici che inorganici — erano totalmente al di là di ogni possibile descrizione o comprensione. Talvolta Gilman comparava le masse inorganiche a prismi, labirinti, agglomerati di cubi e di superfici, costruzioni ciclopiche; e quelle organiche gli si paravano innanzi come grappoli di bolle, polpi, millepiedi, idoli Indu viventi, ed intricati arabeschi animati da una sorta di risveglio serpentino. Tutto ciò che vedeva era indicibilmente minaccioso ed orrorifico; e quando una delle entità organiche mostrava dai movimenti di averlo notato, lui sentiva un’improvvisa, tremenda paura, che solitamente lo svegliava di soprassalto. Di come si muovessero le entità organiche, non sapeva più di quanto poteva dire di se stesso. Col tempo osservò un ulteriore mistero — la tendenza di certe entità ad uscire all’improvviso da uno spazio vuoto, o scomparire completamente con pari immediatezza. L’urlante, ruggente confusione di suoni che permeava gli abissi andava oltre ogni analisi di intonazione, timbro o ritmo; ma sembrava sincronizzata con i casuali cambi di aspetto di quegli oggetti indefiniti, organici o inorganici che fossero. Gilman provava un senso costante di terrore che poteva intensificarsi fino ad un livello insopportabile durante una qualsiasi delle sue misteriose ed implacabili fluttuazioni.

tesseract - hinton

H. Hinton – The fourth dimension

In the deeper dreams everything was likewise more distinct, and Gilman felt that the twilight abysses around him were those of the fourth dimension. Those organic entities whose motions seemed least flagrantly irrelevant and unmotivated were probably projections of life-forms from our own planet, including human beings. What the others were in their own dimensional sphere or spheres he dared not try to think. Two of the less irrelevantly moving things — a rather large congeries of iridescent, prolately spheroidal bubbles and a very much smaller polyhedron of unknown colours and rapidly shifting surface angles — seemed to take notice of him and follow him about or float ahead as he changed position among the titan prisms, labyrinths, cube-and-plane clusters, and quasi-buildings; and all the while the vague shrieking and roaring waxed louder and louder, as if approaching some monstrous climax of utterly unendurable intensity.

Nella profondità dei sogni era tutto sempre più definito, e Gilman percepì che gli abissi crepuscolari intorno a lui appartenevano alla quarta dimensione. Le entità organiche i cui movimenti si palesavano più rilevanti e sensati erano probabilmente una proiezione delle forme di vita del nostro pianeta, esseri umani inclusi. A cosa quelle restanti corrispondessero nella rispettiva sfera dimensionale — o sfere — non s’azzardava a immaginarlo. Due delle entità il cui moto era meno insensato — una congerie piuttosto ampia di ovoidi iridescenti ed un poliedro molto più piccolo dai colori indefiniti e dalle facce in continua trasmutazione — parvero accorgersi di lui e seguire i suoi movimenti fluttuando mentre cambiava posizione fra i prismi giganti, i labirinti, gli agglomerati di solidi e piani, le pseudo-costruzioni; e nel mentre il frastuono si faceva sempre più assordante, come a raggiungere un mostruoso climax d’intensità assolutamente insopportabile.

During the night of April 19–20 the new development occurred. Gilman was half-involuntarily moving about in the twilight abysses with the bubble-mass and the small polyhedron floating ahead, when he noticed the peculiarly regular angles formed by the edges of some gigantic neighbouring prism-clusters. In another second he was out of the abyss and standing tremulously on a rocky hillside bathed in intense, diffused green light. He was barefooted and in his night-clothes, and when he tried to walk discovered that he could scarcely lift his feet. A swirling vapour hid everything but the immediate sloping terrain from sight, and he shrank from the thought of the sounds that might surge out of that vapour.

Nella notte fra il 19 e il 20 aprile si manifestò l’ulteriore sviluppo. Gilman si spostava semi-involontariamente negli abissi crepuscolari accompagnato dalle fluttuazioni dell’ammasso di bolle e del piccolo poliedro, quando fu colpito dalla peculiare regolarità degli angoli formati dalle facce di un agglomerato gigante di prismi in avvicinamento. Passò un secondo e si ritrovò in piedi al di fuori dell’abisso, tremante su sul declivio roccioso di una collina avvolta da un’intensa e diffusa luce verde. Era scalzo e in abiti da notte, e quando provò a camminare scoprì di potere a mala pena sollevare i piedi. Un vortice di nebbia celò ogni cosa al di là di quel poco terreno scosceso, e lui si ritrasse dal pensiero dei suoni che avrebbero potuto scaturire da quella nebbia.

He was glad to sink into the vaguely roaring twilight abysses, though the pursuit of that iridescent bubble-congeries and that kaleidoscopic little polyhedron was menacing and irritating. Then came the shift as vast converging planes of a slippery-looking substance loomed above and below him — a shift which ended in a flash of delirium and a blaze of unknown, alien light in which yellow, carmine, and indigo were madly and inextricably blended.

Era lieto di sprofondare nell’indistinto frastuono degli abissi crepuscolari, benché minacciato e irritato dall’inseguimento di quella congerie di bolle iridescenti e di quel piccolo poliedro caleidoscopico. Poi avvenne il cambiamento quando vasti piani convergenti di una sostanza apparentemente scivolosa si profilarono sopra e sotto di lui — un cambiamento che convogliò in un lampo delirante e in una vampa d’ignoto, luce aliena in cui giallo, carminio e indaco erano follemente e inestricabilmente miscelati.

He was half lying on a high, fantastically balustraded terrace above a boundless jungle of outlandish, incredible peaks, balanced planes, domes, minarets, horizontal discs poised on pinnacles, and numberless forms of still greater wildness — some of stone and some of metal — which glittered gorgeously in the mixed, almost blistering glare from a polychromatic sky. Looking upward he saw three stupendous discs of flame, each of a different hue, and at a different height above an infinitely distant curving horizon of low mountains. Behind him tiers of higher terraces towered aloft as far as he could see. The city below stretched away to the limits of vision, and he hoped that no sound would well up from it.

Stava mezzo sdraiato su di un’alta terrazza cintata da una fantastica balaustra, che affacciava su una giungla esotica e sconfinata di vette, altipiani, cupole, minareti, dischi orizzontali in equilibrio su pinnacoli, e innumerevoli forme di natura ancor più grande — talune di pietra e altre di metallo — che riflettevano magnificamente il bagliore diffuso, quasi accecante, di un cielo policromo. Alzando lo sguardo vide tre stupendi dischi infuocati, di tre tinte diverse, e a diverse altezze sopra la curva infinitamente distante delle montagne basse all’orizzonte. Dietro di lui torreggiavano a perdita d’occhio livelli sempre più alti di terrazze. La città si stendeva fino ai limiti del visibile, e lui si trovò a sperare che nessun suono potesse mai scaturire da essa.

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We are seven

Versi di Wordsworth e mia dilettantesca traduzione.

– – –

We Are Seven

A simple Child, dear brother Jim,
That lightly draws its breath,
And feels its life in every limb,
What should it know of death?

I met a little cottage Girl:
She was eight years old, she said;
Her hair was thick with many a curl
That clustered round her head.

She had a rustic, woodland air,
And she was wildly clad:
Her eyes were fair, and very fair;
— Her beauty made me glad.

“Sisters and brothers, little Maid,
How many may you be?”
“How many? Seven in all,” she said,
And wondering looked at me.

“And where are they? I pray you tell.”
She answered, “Seven are we;
And two of us at Conway dwell,
And two are gone to sea.

“Two of us in the church-yard lie,
My sister and my brother;
And, in the church-yard cottage, I
Dwell near them with my mother.”

“You say that two at Conway dwell,
And two are gone to sea,
Yet ye are seven! I pray you tell,
Sweet Maid, how this may be.”

Then did the little Maid reply,
“Seven boys and girls are we;
Two of us in the church-yard lie,
Beneath the church-yard tree.”

“You run about, my little Maid,
Your limbs they are alive;
If two are in the church-yard laid,
Then ye are only five.”

“Their graves are green, they may be seen,”
The little Maid replied,
“Twelve steps or more from my mother’s door,
And they are side by side.

“My stockings there I often knit,
My kerchief there I hem;
And there upon the ground I sit,
And sing a song to them.

“And often after sun-set, Sir,
When it is light and fair,
I take my little porringer,
And eat my supper there.

“The first that died was sister Jane;
In bed she moaning lay,
Till God released her of her pain;
And then she went away.

“So in the church-yard she was laid;
And, when the grass was dry,
Together round her grave we played,
My brother John and I.

“And when the ground was white with snow,
And I could run and slide,
My brother John was forced to go,
And he lies by her side.”

“How many are you, then,” said I,
“If they two are in heaven?”
Quick was the little Maid’s reply,
“O Master! we are seven.”

“But they are dead; those two are dead!
Their spirits are in heaven!”
’Twas throwing words away; for still
The little Maid would have her will,
And said, “Nay, we are seven!”

 

Conway Churchyard

 

Siamo Sette

Una bambina, caro fratello Jim,
Che respirando con leggerezza
Colma di vita i propri arti,
Che può saperne della morte?

Incontrai una ragazzina di campagna:
Aveva otto anni, mi disse;
I suoi capelli erano folti
E i ricci le circondavano il capo.

Aveva un’aria rustica, boscaiola,
E vestiva disordinatamente:
I suoi occhi erano sinceri, molto sinceri;
— La sua bellezza mi rese felice.

“Tra sorelle e fratelli, piccola Signorina,
Quanti sareste in tutto?”
“Quanti? Siamo sette,” disse lei,
E mi scrutò meravigliata.

“E dove sono gli altri? Dimmi, te ne prego.”
Rispose lei, “Siamo sette in tutto;
E due di noi abitano a Conway,
E due sono andati per mare.

“Due stanno al camposanto,
Mia sorella e mio fratello;
E, nel cascinale del camposanto, io
Abito accanto a loro con mia madre.”

“Hai detto che due abitano a Conwell,
E due sono per mare,
Eppure fanno sette! Per favore spiegami,
Signorina, come può essere così.”

Rispose quindi la Signorina,
“Siamo sette fra maschi e femmine;
Due stanno al camposanto,
Sotto l’albero del camposanto.”

“Ci giri intorno, Signorina mia,
Tu sei viva e vegeta;
Se due stanno al camposanto,
Fanno in tutto solo cinque.”

“Le tombe sono verdi, si vedono,”
Replicò la Signorina,
“A una dozzina di passi dalla porta di mia madre,
Si trovano l’una accanto all’altra.

“Ci vado spesso a fare la maglia,
A fare gli orli ai fazzoletti;
Mi siedo là per terra,
E canto loro le canzoni.

“E spesso al tramonto, Signore,
Quando il tempo è bello,
Mi porto la scodella,
E ceno là.

“La prima a morire fu mia sorella Jane;
Gemeva sdraiata in un letto,
Finché Iddio la liberò dal dolore;
Così se ne andò.

“Fu quindi sistemata nel camposanto;
E, quando il prato fu asciutto,
Giocavamo intorno alla sua tomba,
Io e mio fratello John.

“E quando il terreno fu coperto di neve,
E si poteva correre e scivolare,
A mio fratello capitò di andarsene,
E giace ora accanto a lei.”

“Dunque, quanti siete,” dissi,
“Se quei due sono in cielo?”
La bambina tosto rispose,
“O Signore! siamo sette.”

“Ma sono morti; quei due sono morti!
Il loro spirito è in cielo!”
Parlavo al vento; poiché
La Signorina insisteva ancora,
Dicendo, “No, siamo sette!”

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“Lines Written at a Small…”

Poesia di William Wordsworth e mia dilettantesca traduzione.

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Giacomo Grosso - Fiori per l_onomastico della mamma, 1927

Giacomo Grosso – Fiori per l’onomastico della mamma, 1927

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Lines Written at a Small Distance from my House, And Sent by my Little Boy to the Person to Whom They Are Addressed.

It is the first mild day of March:
Each minute sweeter than before,
The red-breast sings from the tall larch
That stands beside our door.

There is a blessing in the air,
Which seems a sense of joy to yield
To the bare trees, and mountains bare,
And grass in the green field.

My Sister! (‘tis a wish of mine)
Now that our morning meal is done,
Make haste, your morning task resign;
Come forth and feel the sun.

Edward will come with you, and pray,
Put on with speed your woodland dress,
And bring no book, for this one day
We’ll give to idleness.

No joyless forms shall regulate
Our living Calendar:
We from to-day, my friend, will date
The opening of the year.

Love, now an universal birth,
From heart to heart is stealing,
From earth to man, from man to earth,
— It is the hour of feeling.

One moment now may give us more
Than fifty years of reason;
Our minds shall drink at every pore
The spirit of the season.

Some silent laws our hearts may make,
Which they shall long obey;
We for the year to come may take
Our temper from to-day.

And from the blessed power that rolls
About, below, above;
We’ll frame the measure of our souls,
They shall be tuned to love.

Then come, my sister! come, I pray,
With speed put on your woodland dress,
And bring no book; for this one day
We’ll give to idleness.

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Giacomo Grosso - Ritratto di bambina con ermellino, 1911.jpg

Giacomo Grosso – Ritratto di bambina con ermellino, 1911

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Versi scritti poco distante da casa mia, e inviati mediante il mio figliuolo alla persona cui sono destinati.

E’ il primo giorno mite di Marzo:
Sempre più dolce a ogni minuto,
Canta il pettirosso sul grande larice
Di fronte alla soglia di casa nostra.

C’è una benedizione nell’aria,
Che sembra uno sprazzo di gioia concesso
Agli alberi spogli, alle montagne nude,
All’erba verde dei prati.

Sorella mia! (lo desidero)
Ora che è finita la colazione,
Licenziati subito dai compiti mattutini;
Vieni qui a goderti il sole.

Edward ti accompagnerà, e ti prego,
Vesti in fretta panni campagnoli,
E niente libri; poiché oggi
Ci dedichiamo all’ozio.

Mai più una sciatta agenda scandirà
Il Calendario delle nostre vite:
Oggi, amica mia, per noi
E’ un nuovo capodanno.

L’amore, come rinascita universale,
Muove furtivo da cuore a cuore,
Dalla terra all’uomo, dall’uomo alla terra,
— E’ l’ora del sentimento.

Un istante vissuto ora può darci più
Di cinquant’anni passati a ragionare;
Ogni poro della nostra mente s’abbevera
Dello spirito di questa stagione.

I nostri cuori stringono taciti accordi
Che dovranno sempre mantenere;
Nell’anno a venire ci porteremo appresso
Il temperamento di oggi.

E con l’energia benefica sprigionata
In volteggi, salti, capriole,
Calcoleremo la frequenza delle nostre anime,
Intonate in amorevole armonia.

E allora vieni, sorella! vieni, ti prego,
Vesti subito i panni campagnoli,
E niente libri; poiché oggi
Ci dedichiamo all’ozio.

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