Cultura e condizione economica

Un collega né giovane né vecchio spesso mi intrattiene con i suoi presagi di un’imminente rivolta popolare stimolata dalla continua decrescita economica italiana degli ultimi anni. Io ho una visione meno illusoria, meno catastrofica, forse. Pur riconoscendo il nostro stato di catastrofe, non mi aspetto che la catastrofe possa avere fine mediante grosse rivoluzioni. Sarebbe un’idea illusoria e, per assurdo, di comodo. Penso al contrario alla necessità/possibilità di un cambiamento intimo di prospettive, vale a dire per esempio riappropriarsi della propria cultura, indipendentemente dallo status economico, perché non è esattamente quello economico l’aspetto da rivedere e ricostruire, ai nostri giorni, nella nostra società.

Ebbene, nella noia di una mattinata di fine anno stavo rileggendo due o tre Scritti Corsari di Pasolini e in uno di essi, per caso, ho trovato parole migliori per spiegare ciò che intendo dire. Parla dell’austerità degli anni ’70, di un ritorno forzato alla ristrettezza economica, ma come tutti gli Scritti Corsari vale anche in altro contesto.

Gli uomini dovranno forse risperimentare il loro passato, dopo averlo artificialmente superato e dimenticato in una specie di febbre, di frenetica incoscienza. Certo, il recupero di questo passato sarà per molto tempo un aborto: una mescolanza infelice tra le nuove comodità e le antiche miserie. Ma ben venga anche questo mondo confuso e caotico, questo “declassamento”. Tutto è meglio che il tipo di vita che la società stava vertiginosamente guadagnando. […]
Il popolo è sempre sostanzialmente libero e ricco: può essere messo in catene, spogliato aver la bocca tappata, ma è sostanzialmente libero; gli si può togliere il lavoro, il passaporto, il tavolo dove mangia, ma è sostanzialmente ricco. Perché? Perché chi possiede una propria cultura e si esprime attraverso essa è libero e ricco, anche se ciò che egli è e esprime è (rispetto alla classe che lo domina) mancanza di libertà e miseria.

E qui viene il punto:

Cultura e condizione economica sono perfettamente coincidenti. Una cultura povera (agricola, feudale, dialettale) “conosce” realisticamente solo la propria condizione economica, e attraverso essa si articola, poveramente, ma secondo l’infinita complessità dell’esistere. Solo quando qualcosa di estraneo si insinua in tale condizione economica (ciò che oggi avviene quasi sempre a causa della possibilità di un confronto continuo con una condizione economica totalmente diversa) allora quella cultura è in crisi.

E anche qui viene il punto:

E’ su questa crisi che […] si fonda storicamente la “presa di coscienza” di classe (su cui del resto incombe eternamente lo spettro del regresso). La crisi è dunque una crisi di giudizio sul proprio modo di vita, uno stingimento della certezza dei propri valori, che può giungere fino all’abiura, [una] “deviazione” brutale e niente affatto rivoluzionaria della propria tradizione culturale […]

(Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari)

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