Delitto

Non sto qui a fare troppi ragionamenti sul “delitto”, perché il delitto ai nostri giorni abusa del nostro interesse, e ormai la cronaca imita la fiction, eccetera. Scrivo solo due o tre appunti per me. Continuo a preferire la fiction e ignorare la cronaca, anche perché i delitti nella fiction portano a indagare su altro oppure rimangono intrattenimento. Comunque sono a metà di Delitto e castigo, non so ancora come sia il castigo, ma il delitto suona allo stesso tempo attuale e demodé:

Praticamente qualsiasi delinquente, nel momento del delitto, è soggetto a una sorta di decadimento della volontà e della ragione, alle quali viene a sostituirsi una fenomenale leggerezza infantile […]. Secondo questa sua convinzione, ne veniva fuori che una sorta di eclissi della ragione e di decadimento della volontà s’impossessano dell’essere umano come una malattia, si sviluppano con regolarità e raggiungono il momento culminante poco prima del compimento del delitto […] La questione quindi era: è la malattia che genera il delitto o è il delitto, per una sua natura particolare, che sempre si accompagna a quel tipo di malattia?

Oppure:

Gli inquilini, uno dietro l’altro, tornarono nuovamente ad affollarsi vicino alla porta, portandosi dentro quella strana sensazione interiore di soddisfazione che sempre si nota, persino nelle persono più intime, davanti a una disgrazia improvvisa avvenuta a una persona cara, e dalla quale non è immune nessuna persona, senza eccezioni, a dispetto persino del più sincero sentimento di pietà e partecipazione.

Ora, nel punto in cui sono arrivato, Raskol’nikov sta provando a sdoganare il delitto, lo ritiene giustificabile nel raro caso in cui l’assassino sia: 1) una mente superiore, e 2) debba uccidere per diffondere le proprie idee rivoluzionarie all’umanità, come Napoleone per esempio, oppure Newton se qualcuno gli avesse impedito di spiegare a tutti la gravità. Raskol’nikov scrive questa idea in un articolo di giornale. Tutto ciò dura svariate pagine e sembra un delirio filosofico di Dostoevskij, finché ad un certo punto un altro personaggio, il giudice istruttore, gli dice:

“Ecco, dunque, quando avete steso il vostro articoletto, potrebbe anche darsi, eh-eh!, che voi stesso vi consideraste, be’, almeno un pochettino, una persona ‘straordinaria’, e intenta a pronunciare la sua parola nuova, ovvero nel vostro senso… Ma se è così, sarebbe anche possibile che voi aveste deciso, be’, a causa di un qualche insuccesso nella vita di ogni giorno, e di qualche ristrettezza, o per favorire l’umanità intera, di oltrepassare gli ostacoli che vi si paravano dinanzi?… Per esempio ammazzando, o rapinando?…”

E quindi ci si rende conto che il giudice ha intuito su di lui più di quanto pensassimo e insomma finora è la miglior sottigliezza letteraria del romanzo, secondo il mio modestissimo parere.

 

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Archiviato in *Fabrizio, Libri o scrittura

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