Quasi finzione

Ed è un principio di tale forza, quello contro la pena di morte, che si può essere certi di essere nel giusto anche se si resta soli a sostenerlo…

Come in tutti i libri di Sciascia, in Porte aperte ho trovato una prosa perfetta, la mia preferita fra tutti gli scrittori italiani che abbia mai letto, sì proprio la mia preferita. E’ un romanzo ma anche una specie di saggio sulla pena di morte. Così mi sono trascritto un po’ di paragrafi prima di restituirlo.

Consideri, poi, se gli istinti che ribollono in un linciaggio, il furore, la follia, non siano, in definitiva, di minore atrocità del macabro rito che promuove una corte di giustizia dando sentenza di morte: una sentenza che appunto in nome della giustizia, del diritto, della ragione, del re per grazia di dio e volontà della nazione, consegna un uomo, come è da noi, al tiro di dodici fucili; dodici fucili imbracciati da dodici uomini che, arruolati per garantire il bene dei cittadini, quel supremo bene che è la vita, ad un certo punto si sono sentiti chiamati, e con tutta volontà hanno risposto, all’assassinio non solo impunito ma premiato… Una vocazione all’assassinio che si realizza con gratitudine e gratificazione da parte dello Stato.

Ancora meglio:

Ma c’era anche da sospettare, in coloro che erano per la pena di morte, qualcosa di simile a un primordiale e larvale estetismo. Doppiamente: e nel voler la vita liberata, nettata da ogni estrema abiezione umana, e cioè da coloro che per abbiette passioni, per abbietti interessi e in abbietti modi uccidendo (l’inganno, il tradimento), son da considerarsi indegni di viverla: e per la contemplazione, a volte cosa vista, di solito immaginata, di quell’impartire la morte con ordinata e rituale violenza, con regole efferate ma riguardose: puro spettacolo, quasi finzione*, se in coloro che l’impartiscono si suppone non agisca altro sentimento che quello di darla bene , e in chi la riceve quello di accettarne l’ineluttabilità comportandosi bene.

E questo è un po’ più lungo ma ne vale la pena:

[…] Tutti i giurati erano, al cominciare del processo, astrattamente favorevoli alla pena di morte […] Solo che in ciascuno l’astratto consenso subiva, nel ragionarlo, delle modificazioni e moderazioni che, se non finivano col negarlo, a negarlo si avvicinavano. Comune a tutti era l’affermazione che alcuni, per certi delitti di particolare efferatezza o di abietti scopi, la meritassero. Ma tra la considerazione che la meritassero e la necessità di darla, cominciava il divario delle opinioni: e soprattutto riguardavano, per alcuni, l’errore giudiziario. Quelli che continuavano ad esser favorevoli, ritenendo improbabile l’errore, […] si fermavano però perplessi a quella specie di confine in cui il problema finiva di essere astratto e generale e diventava concretamente particolare e personale. La pena di morte è legge, ci sono dei delinquenti che la meritano: “ma è davvero affar mio stabilire se la meritano e dargliela?”. Perplessità che, in chi la sentiva, parrebbe ci volesse un sol passo per mettere in discussione l’esistenza stessa delle giurie non tecniche: e riguardava invece soltanto la pena di morte.

(tutti i corsivi da Leonardo SciasciaPorte aperte)

* Ho intitolato il post “quasi finzione” per questo motivo, quindi, e anche perché di fatto le storie di Sciascia sono storie di “quasi finzione”.

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