Lorenzo

Lorenzo è stato il mio migliore amico dai sei agli undici anni, forse anche ai quattordici. Abbiamo fatto la scuola elementare insieme. Eravamo compagni di banco e di giochi. Era un tipo particolare, magrolino, pimpante, ironico, mi piaceva moltissimo passare il tempo con lui. E’ sempre stato un bambino pieno di fantasia, ci inventavamo storielle e finti videogiochi sui fogli di carta. A casa sua si ascoltava DeAndré, che in diventò il mio cantautore preferito dell’età prepubere. Nel suo cortile giocavamo a pallavolo. A scuola portavamo le macchinine. Suo fratello mi prestava le cassette rock e a quattordici anni mi ha venduto la mia prima chitarra elettrica. Quando andavo a mangiare a casa sua si beveva la Ferrarelle. Aveva un cane peloso che dormiva sulle scale. Sua mamma era molto giovane e bella. L’ultima estate che abbiamo passato insieme deve essere stata intorno al ’94. Poi ci siamo persi di vista e le nostre vite sono state molto diverse. Ci siamo incontrati solo una volta per caso, verso i vent’anni, per dieci minuti. Tempo dopo sono venuto a sapere che stava scrivendo e pubblicando libri. Una volta ha messo un finto necrologio sul giornale e ho pensato che fosse morto. Ho saputo dei suoi reading di poesia sempre troppo tardi per andarli a sentire.

Venerdì mattina ci siamo incontrati in biblioteca. Questa volta abbiamo parlato a lungo. Mi ha spiegato tutti i guai che ha avuto negli ultimi anni. E’ cambiato, ma quando si è tolto gli occhiali per un attimo ho rivisto lo stesso sguardo familiare di quando eravamo piccoli. E’ pacato, ma la sua è una tranquillità instabile di chi ne ha viste e fatte di tutti i colori. Come un vulcano a riposo, sfinito dal proprio terremoto interiore. Mi ha detto che conosce il gruppo in cui suono da tanti anni. Mi ha invitato a un reading che avrebbe tenuto la sera stessa, a pochi passi da casa nostra. Ci sono andato commosso e piuttosto sconvolto dall’incontro.

Mi aspettavo qualcosa di forte, nella sua poesia. Scene che vanno dallo squallore di letti disfatti all’adorazione di divinità grottesche e barocche. E così è stato e mi sono sorpreso ad amare totalmente quella poesia e l’interpretazione che Lorenzo ne ha dato in prima persona. Così dannato e disarmato allo stesso tempo. Mi ha regalato due sue raccolte e me le ha firmate. E io da due giorni penso e ripenso a Lorenzo, Lorenzaccio, i tempi andati senza malinconia e i vaghi ricordi di bambini e immagini che sembrano e sono Polaroid.

Sono talvolta bellissimi questi sciami di gioventù. Possiamo contemplare indifferentemente il vigore nascente o la femminilità sgraziata, non ha più importanza. E nel più piccolo abbandono che scorgo nei tuoi occhi -figliuolo- accrescere a fiotti la tua innegabile diversità. Non dovrai smarrirti, tornerà sempre l’inesauribile appetito, fino quasi ad annullare quei sorrisi così candidi.

(Lorenzo Bonadé, da Maestro)

 

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