Storie di kebab

La cosa più incredibile che sia successa a un mio collega è quella di essersi trovato costretto a nutrirsi di kebab. Era in trasferta (poca familiarità con il posto), era lunedì sera (tutti i ristoranti in riposo settimanale), era tardi (la pizzeria al trancio già chiusa). Fortunatamente è sopravvissuto al piatto-kebab ed ora può raccontarlo ai colleghi. I colleghi strabuzzano gli occhi e dicono “Sei andato in un kebab??”, oppure “Carne di cristiano arrosto”, oppure “Piuttosto che un kebab io mangio gli scartusei ca trov in terra [cartacce che trovo per terra, ndr]”, oppure “Hai un bel coraggio”, oppure “[suono indefinito di disgusto]”.

Inutile dire che il kebab è buono da dio e la gente normale lo mangia da anni anche qui in Italia senza stare male.

Ecco qui una storiella che ho sentito su Radio Tre (Fahrenheit 25/5/11):

Ecco la mia personale lettura delle informazioni nutrizionali del kebab. I carboidrati, essenziali per chi pedala, sono portati dall'”arabo”, inteso come panino, che funge anche da contenitore, o dalla più padana piadina, che ormai quasi tutti i kebabbari hanno nel loro menù. Le proteine, indispensabili per i muscoli di ogni ciclista, sono fornite dalla carne, che nello spirito verticale viene cotta perfettamente, senza alcuna aggiunta di grassi. Cipolla, pomodoro e insalata, offrono copiosamente tutti i benefici della verdura. La salsa allo yogurt, salutare e rinfrescante, e quella piccante, amalgamano e danno brio. Il tutto con dimensioni e quantità più che soddisfacenti. A occhio e croce siamo sulle mille calorie: troppe per un impiegato che sta tutto il giorno seduto alla scrivania, giuste per un corriere che si spara 70/80 km ogni giorno. Senza dimenticare il costo, che è più che onesto ed è praticamente un prezzo controllato, come si diceva un tempo amministrato da una sorta di Commissione Provinciale Prezzi. A Milano il costo di un kebab oscilla al massimo di 50 centesimi, con qualche eccezione: nella zona della famigerata via Padova, luogo ad alta concentrazione di stranieri, ho trovato un kebab a un euro e cinquanta. Difficile che un panino “lumbard” riesca a darmi tanto. Innanzitutto è molto ma molto più caro e gommoso e riempito da poche fette di uno striminzito affettato e di un fac-simile di formaggio e con qualche salsa dal nome altisonante ma dagli ingredienti sconosciuti. Sì, io preferisco correre il rischio con un kebab.

(Roberto Peia, Il giorno del kebab, in Tutta mia la città)

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1 Commento

Archiviato in *Fabrizio, Incontri o luoghi

Una risposta a “Storie di kebab

  1. alessandro.lusitani

    su di un giornalino indipendente degli studenti piacentini distribuito al gioia c’è un bellissimo articolo che cataloga i kebabbari della città con recensioni sul servizio e voti sulla qualità del prodotto

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