Programmando un viaggio fuori stagione

Si tratta di programmare un viaggio fuori stagione in Turchia. Il libro a tema è Il mio nome è rosso, di O. Pamuk.

Cercando “Pamuk” qua e là, ho trovato questo:

“Quando ho cominciato a scrivere volevo
imitare Balzac, cosa piuttosto tipica
dell’invidia e dell’ossessione per l’occidente
che hanno segnato tutti gli scrittori
turchi della generazione precedente.
Poi ho capito che questo atteggiamento
non portava da nessuna parte e che è indispensabile
rifarci anche al nostro passato.
Attingo dalla mitologia sufita e dai
racconti persiani classici. Li associo alle
tecniche e ai temi contemporanei. Faccio
dei collage. Oltretutto l’identità della
Turchia odierna è fatta di questi elementi.”
– Quale può essere oggi il ruolo di un intellettuale in Turchia?
“La scorsa estate [siamo nel 2002 circa] il parlamento ha votato
a tempo di record le riforme volute
dagli europei, come l’abolizione della pena
di morte o l’allargamento dei diritti
per le minoranze. Questo è anche il risultato
di una battaglia che noi sosteniamo
da circa dieci anni. Senza esagerare
la portata della nostra azione, credo che
abbiamo avuto – il grande scrittore Yashar
Kemal, altri intellettuali e io stesso
– un certo impatto sull’opinione pubblica.
Ripetevamo incessantemente che se
la guerra contro i curdi continuava, la
Turchia non avrebbe mai potuto seriamente
discutere con gli europei di un’eventuale
integrazione. Denunciavamo la
messa al bando di alcuni libri, le violazioni
dei diritti umani, le torture nei
commissariati, che ipotecavano il nostro
avvenire europeo. Parlavamo della corruzione
e del malgoverno. In Turchia la
quasi totalità dei media è controllata da
un pugno di grandi gruppi facilmente
manipolabili dallo stato. Non c’è posto
per voci libere e dissonanti. La nostra celebrità
ci dà il privilegio di poterci esprimere
sulle colonne dei loro giornali o sugli
schermi televisivi e di ricordare queste
verità.”
(Orhan Pamuk, su Libération e Internazionale n°466)

E quello che segue è un estratto a caso dai taccuini di Daniil Charms, in un’edizione scovata su una bancarella.

In breve, cosa penso dei viaggi: quando si viaggia non bisogna andare troppo lontano, perché si possono vedere cose tali che poi sarà impossibile dimenticarle. E quando qualcosa rimane troppo ostinatamente nella memoria, l’uomo dapprima comincia a sertirsi a disagio, poi gli diventa molto difficile conservare la propria forza d’animo.    (D. Charms, Casi)

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