Melancholia e alti riferimenti sconclusionati

Melancholia di Lars Von Trier è stato un film meraviglioso e siamo tornati dal cinema con un sacco di considerazioni che non starò qui a spiegare. Una di esse ha a che fare con “vivere nel presente”, poiché Melancholia è un film immerso nel presente, cioè non ci è dato di sapere le vicissitudini passate dei personaggi.

Stranamente anche Il Terzo Reich, che ho letto da poco (vedi articolo precedente), ha la stessa particolarità, grazie alla sua scrittura sotto forma di diario. Non sapendo perché ci si trova nella situazione in cui ci si trova, le vicende sono avvolte automaticamente da un certo mistero.

Pensavo che Amuleto, che stavo leggendo e ho appena finito di leggere (vedi articolo precedente), non c’entrasse con niente con questo discorso, e invece in qualche modo c’entra. Le ultime righe ne sottolineano il senso:

… e davo consigli ai giovani poeti che già allora venivano da me, […] quei piccoli macho avviliti delle notti di Città del Messico, quei piccoli macho che arrivavano coi loro fogli piegati in quattro e i loro libri logori e i loro quaderni sporchi […] e mi davano da leggere le loro poesie, i loro versi, le loro ansimanti traduzioni, […] e mi immergevo fino al midollo in quelle parole (mi piacerebbe dire flusso verbale, ma sarebbe offendere la verità, lì non c’era flusso verbale ma balbettii), restavo per un instante da sola con quelle parole tarpate dallo splendore e dalla tristezza della gioventù, restavo per un istante da sola con quei pezzi di specchio rotto, e mi guardavo o per meglio dire mi cercavo in quel mercurio da quattro soldi, e mi trovavo![…] e riconoscermi mi dava i brividi, mi sprofondava in un mare di dubbi, mi faceva diffidare del futuro, dei giorni che si avvicinavano a velocità di crociera, anche se d’altro canto mi confermava che vivevo con il mio tempo, con il tempo che avevo scelto e con il tempo che mi circondava, tremante, mutevole, pletorico, felice.      (R.BolañoAmuleto)

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Post scriptum per chi come me non aveva ancora capito come mai 2666 si intitolasse proprio 2666:

e poi cominciammo a camminare per avenida Guerrero, loro un po’ più piano di prima, io un po’ più depressa, la Guerrero, a quell’ora, sembra più che altro un cimitero, ma non un cimitero del 1974, né un cimitero del 1968, né un cimitero del 1975, ma un cimitero del 2666, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità spassionate di un occhio che per dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto.        (R.Bolaño, Amuleto)

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