Libri difficili

JR è un romanzo di 726 pagine*  fatto quasi completamente di voci sovrapposte e senza nemmeno una virgoletta**, nessun tipo di narrazione convenzionale, niente “più tardi quella sera”, niente “nel frattempo, a New York”, niente suddivisione in capitoli, ma migliaia di salti ed ellissi, dozzine di personaggi, e una trama comicamente complicata basata sull’Anello di Wagner e incentrata su un impero multimilionario posseduto e gestito da uno scolaro di undici anni di Long Island di nome Jr Vansant.
(J.Franzen, Mr. Difficult: William Gaddis and the Problem of Hard-to-Read Books, The New Yorker)

Quando ho ordinato JR di William Gaddis non ne sapevo un granché e non pensavo che fosse così spesso.
Raccogliendo un po’ di informazioni che mi aiutassero ad affrontarne consapevolmente la lettura, ho trovato il saggio di J.Franzen intitolato più o meno Sig. Difficile: William Gaddis e il problema dei libri difficili.

La parte più interessante per me è la prima, dove contrappone due tipi di lettori: quelli secondo cui la difficoltà rappresenta una seccatura e quelli secondo cui la difficoltà è un primo segnale di eccellenza.

E poi, proseguendo:

Per imparare l’ironia, l’ambiguità, i simboli, le voci e i punti di vista, leggere i testi più sofisticati ha un senso.

E:

Gli stessi nomi – Pynchon, DeLillo, Heller, Coover, Gaddis, Gass, Burroughs, Barth, Barthelme, Hannah, Hawkes, McElroy e Elkin – venivano sempre raggruppati nelle antologie e nelle più rispettabili analisi della critica contemporanea. Sebbene di stili molto diversi fra loro, sembrava che tutti loro dessero per assodato che ci fosse qualcosa di nuovo e strano e sbagliato nell’America del dopoguerra.

E:

I lettori di Gaddis sono pochi in parte perché un pubblico allenato sul realismo del Novecento non trova nel suo lavoro quei riferimenti convenzionali con cui riconoscere – facilmente – personaggi ben definiti.

Anche i passaggi in cui parla di JR sono notevoli, come:

Fra una scena e l’altra, quando il dialogo lascia brevi spazi a periodi senza soluzione di continuità, il cui effetto è quello di un videoclip amatoriale sfocato o di un film accelerato, le immagini che si susseguono sono di paesaggi snaturati e commerciali – alberi abbattuti, campi asfaltati, strade allargate – che ricordano al lettore moderno come doveva essere esteticamente sconvolgente l’America motorizzata del dopoguerra, costernanti e portentosi i primi viali commerciali, i primi parcheggi da 20 mila metri quadri.

Poi il saggio prende un’altra piega, più ostile e oziosa, e non si sa più dove esattamente vada a parare.

Mi ha aiutato a capirlo la bella introduzione di Tommaso Pincio allo stesso JR. Per esempio (a proposito del presunto rancore di Gaddis):

Stando a Franzen, accusare il mondo di imbroglio può essere affascinante ma è un’ottima ricetta per rodersi il fegato, e il percorso di William Gaddis lo dimostrerebbe appieno. Bisogna ammettere che anche la teoria di Franzen è affascinante. Risolve molti problemi di interpretazione […] e ci offre su un piatto d’argento una buona scusa qualora fallissimo nell’impresa di leggere JR per intero, com’è capitato allo stesso Franzen per ben due volte. […]
Ora, chi è preferibile? Uno scrittore di successo di inizio terzo millennio, Jonathan Franzen, che a quarant’anni appena compiuti si considera matura poiché integrato e convinto che un buon libro debba funzionare alla stregua di una casa comoda e accogliente, o un altro scrittore, assai più attempato, in tutto e per tutto uomo del XX secolo, William Gaddis, che cova una furia apocalittica da ventenne e passa vent’anni a rimuginare intorno a un romanzo che non sarà esattamente una casetta con giardino e camino ma ti invita comunque a riflettere sulla reale natura di ciò che si trova fuori delle mura domestiche?

E poi:

A crucciare Gaddis non era tanto e soltanto il suo momentaneo fallimento come scrittore ma il fatto che l’arte per l’arte sia considerata a prescindere come una scelta da falliti, un qualcosa che è meglio non fare.

Ripensando alla prima parte del saggio Mr.Difficult, non è così vero che per tutti coloro che vogliono solo trarre piacere e conforto dalla lettura la “difficoltà è una seccatura”. Io penso di trovarmi in una via di mezzo tra le due fazioni. La difficoltà per me è una specie di incomprensibile sfida ed è parte integrante di opere straordinarie e monumentali.

Post scriptum.
Non molto tempo fa ho preso in mano Ulisse di Joyce e l’ho riposto dopo tre tentativi, in cui non ho capito alcunché, non una parola, delle prime pagine (nonostante fossi stato ripetutamente avvertito).
Però, al contrario di Franzen, ho letto Mason & Dixon. E, tutto sommato, pensavo che JR fosse più “Hard-to-Read”.

Post scriptum II.
Alla nostra ultima riunione di condominio mi sembrava che i dialoghi fra i partecipanti fossero stati scritti da Gaddis.

_________

* 900 pagine nell’edizione italiana.
** Questo non è vero, almeno nell’edizione italiana.

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10 commenti

Archiviato in *Fabrizio, Libri o scrittura

10 risposte a “Libri difficili

  1. andrea

    Questo è uno dei romanzi più belli che io abbia mai letto…e anche le altre opere di Gaddis mi piacciono molto. L’Ulisse di Joyce me l’ha insegnato la mia professoressa di inglese in collegio. Nel senso che mi ha dato tante chiavi di lettura. E poi l’ho letto e l’ho riletto e ogni tanto lo riprendo in mano. Leggerlo è stata una della esperienze più belle di tutta la mia vita.

  2. viapozzo6

    Grande, grazie. Spero di riuscirci un giorno.

  3. Avevo una professoressa incredibile che non dimenticherò mai. Io per esempio non sono mai stato in grado di andare avanti con La Recherche, arrivato al terzo volume ho mollato e mai più mai più.

  4. bastiano

    Viene da chiedersi, davvero, se Gaddis non sia, in fatto di pseudonimi, un Tommaso Pincio al contrario. A me sembra che Franzen, qui, scopra la funzione Gadda, negli Stati Uniti, quasi cent’anni dopo. Ma di certo mi sbaglio.
    Penso che molta letteratura americana, i cui campioni, spesso scrittori notevoli, sono citati qui, non sia difficile (nel senso della complessità: come Joyce, ad esempio), ma volontariamente astrusa, complicata, “noise”, proprio per rispondere, rilanciando il gioco, a modelli europei, anteriori (di inizio Novecento, etc.) e complessi -nei quali il caos era un effetto, non ancora un metodo né un fine.
    Se, per ragioni di iper-realismo, una letteratura finisce invece per ronzare esattamente come il sottofondo televisivo che vorrebbe criticare, mi pare che rischi, soprattutto, di rendere sordi: indurre a confondere confuso e complesso è, fra l’altro, far dimenticare che qualsiasi storia (ad esempio, quella della letteratura), per quanto caotica, può essere percorsa e, di conseguenza (con la fatica che ci vuole!), almeno in parte, capita.
    Dopotutto, un verso famoso di Eliot, in anni joyciani, era “these fragments I shored against my ruins”; e, poco lontano, Auden rispondeva “all a poet can do today is warn”.
    Vengono in mente quei proverbi in cui la strada da fare, per andare in un posto, vale quanto il posto; penso alla differenza tra spostarsi di persona e guardare la televisione, e a quando si riesce a ricordare questa differenza.

  5. Zap

    @ bastiano
    Nella parte finale da Elliot in poi mi sono un pò perso (riguardo al nesso), ma concordo in pieno sui primi 3 paragrafi del tuo commento.

    @fabrizio
    sono un po’ indietro con la lettura, ma appena mi sono fatto un’idea sul saggio di Franzen ti rispondo, either by email or here

  6. viapozzo6

    Bastiano, mi è piaciuto “volontariamente astrusa”, perché concordo sul fatto che non sia propriamente “difficile” (sbaglio o “hard-to-read” ha una sfumatura in più?).
    Bellissima l’equazione Pincio:Pynchon=Gadda:Gaddis.
    E’ Gadda la x che mancava.

    Zap, nel frattempo come hai visto ho aggiunto la parte su Tommaso Pincio di cui non ti avevo parlato nell’anteprima. In ogni caso credo che in futuro eviterò la tentazione di leggere la critica prima di aver finito un libro.

    Ciao grazie a tutti e due.

  7. bastiano

    @zap
    TSEliot e WHAuden, anglofoni coevi, furono culturalmente da parti opposte. eppure entrambi, pur facendo poesia sul caos, talvolta con il caos, non fecero poesia totalmente sovrapponibile al caos.

    quindi, trovo che nessuno scrittore, vivente, dovrebbe sentirsi tanto vincolato alle correnti artistiche precedenti (o al citazionismo su di esse) da ripeterne (delle correnti, del citazionismo), i vicoli ciechi, magari suo malgrado;

    nonostante la pop-art degli anni ’60, nonostante l’approccio “cannibale” (rifarsi a tutta la realtà, a tutta la letteratura mondiale o almeno occidentale) di Certi-Grandi-Scrittori-Americani-post-160-dei-quali-non-ripetiamo-il-nome, e nonostante la tv, la pubblicità, e le reti internet, on air, online, eccetera, 24/7/365.

    in questo senso, uno scrittore che, nonostante un tale passato, sappia scegliere le sue parole, è come una passeggiata, fatta per davvero, in montagna, al mare, ovunque. e uno scrittore che, purtroppo, resta ingolfato, anche se piacce, e magari fa scuola, al confronto è come quella stessa passeggiata, vista però in televisione.

    e la tv si guarda seduti, camminare è fatica: eccetera.
    resta, però, che ogni scrittore, e ogni lettore, si trovi la sua passeggiata.

    Ps: Zap, you write and think (and I guess you type also) english, so fluently!
    Grande pace a tutti.

  8. viapozzo6

    Pur non conoscendo Eliot né Auden, capisco bene il tuo ragionamento.
    Ma fra le altre cose intendi anche dire che Gaddis non è uno di quelli che hanno trovato le “proprie” parole?

  9. bastiano

    non l’ho ancora letto, e mi piacerebbe proprio scoprirlo.
    la considerazione sui “noisy americans” mi premeva da tempo;
    grazie al tuo post, che mi ha dato l’occasione per tirarla fuori.
    Gaddis ha offerto lo spunto, non porta pena. anzi,
    invoco una generica scusante di gaddità: io divagavo, del tutto.

  10. bastiano

    alcune considerazioni su Joyce, Ulysses, a partire da una sua recente, nuova traduzione italiana:

    http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=327959

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