SF

Estratti e appunti da alcuni saggi degli anni ’70 di Philip Dick raccolti in Se vi pare che questo mondo sia brutto (Feltrinelli, fuori catalogo, non mi si chieda come l’ho reperito).
Philip Dick, il grande scrittore di SF*, autore di centinaia di racconti e romanzi, eccetera, eccetera.

1) Da “L’androide e l’umano“:

Quanto più il mondo esterno diventa animato, tanto più scopriamo che noi, i cosiddetti umani, stiamo diventando, e in gran parte siamo sempre stati, inanimati, nel senso che noi davvero siamo guidati da tropismi incorporati, invece di essere noi a guidarli.

[Sui giovani, piacevolmente ottimista]

Vorrei comunicarvi le mie speranze, la mia fede nella generazione di ragazzi che sta crescendo. Nel loro mondo, nei loro valori. E, contemporaneamente, nella loro impermeabilità ai falsi valori, ai falsi idoli, ai falsi sentimenti d’odio delle precedenti generazioni. […] Se vi interessa il mondo di domani, potete imparare qualcosa su di esso – o almeno sulle possibilità che possono intervenire a modellarlo – nelle pagine di “Analog”, di “F&SF” e di “Amazing”, anche se, per osservarlo nella sua forma più autentica si dovrà concentrare l’attenzione su un ragazzo di sedici-diciassette anni e seguirlo nelle peregrinazioni di una sua giornata qualsiasi. Cioè, come diciamo nella zona di San Francisco, seguirlo mentre “si sbatte in giro per vedere come butta”.
[…]
Diventare quello che io chiamo – in mancanza di un termine più appropriato – un androide, significa acconsentire a trasformarsi in un mezzo, oppure essere oppressi, manipolati e ridotti a un mezzo inconsapevolmente o contro la propria volontà: il risultato non cambia. […] Ma è impossibile trasformare un essere umano in androide se quest’essere umano infrange le leggi ogniqualvolta gliene si presenti l’occasione. L’androidizzazione richiede obbedienza. E, soprattutto, prevedibilità. Solo quando la reazione di una data persona a una qualsiasi situazione data risulterà prevedibile con precisione scientifica, si potrà dare il via alla produzione su larga scala di androidi. […] Una macchina deve funzionare in modo costante, per essere affidabile. L’androide, come ogni altra macchina, deve funzionare al momento giusto. Ma non possiamo contare sulla nostra gioventù, da questo punto di vista: è inaffidabile. […] E dunque [un giovane] non può essere di alcuna utilità per noi, per il potere fossilizzato e arroccato. Non accetterà di servire da strumento con cui noi manteniamo e accresciamo quel potere, insieme ai frutti che – sempre per noi – ne derivano.
[…]
Il nuovo giovane che vedo io è troppo stupido per leggere, troppo irrequieto e annoiato per stare a guardare, troppo occupato con se stesso per ricordare. La voce collettiva delle autorità non ha alcuna presa su di lui. Lui si ribella. Ma non sulla base di
considerazioni teoriche o ideologiche, bensì solo per una sorta di egoismo puro. Oltre a un’assoluta noncuranza per le terribili conseguenze promesse dalle autorità, in caso di disobbedienza. […] Ecco l’orribile società tecnologica, che era il nostro sogno, la nostra visione del futuro. Non siamo riusciti a immaginare nulla di abbastanza potente, astuto o altro, che potesse impedire l’avvento di quella terribile società da incubo. Non ci è venuto in mente che i giovani delinquenti avrebbero potuto farla abortire, grazie alla perversa malizia delle loro piccole anime individuali – che Dio le benedica.

Torniamo un’ultima volta al tema di un’antica opera di fantascienza a noi tutti ben nota: la Bibbia. Sono stati scritti diversi racconti di fantascienza in cui dei computer stampano parti di questo libro fondamentale. Io vorrei suggerire un’idea per una società futura: un computer che stampa un uomo.
Oppure, se questo compito è troppo complesso, in seconda istanza – ben misera rispetto alla prima – una versione condensata della Bibbia: “In principio era la fine”.

2) Da “Uomo, androide e macchina“:

[Tre scritti citati che proverò a procurarmi]

– Ursula Le Guin, La falce dei cieli.
– Fredric Brown, The Waveries (Gli oscillanti) [o meglio, come apprendo da Wikipedia: Gli ondifagi].
– Charles T. Tart, Altered States of Consciousness.

3) Da “Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni“:

[Due sinossi di vecchi racconti]

Il mio primo racconto [Roog, 1951] aveva per protagonista un cane, il quale credeva che i netturbini che arrivavano ogni venerdì mattina rubassero del cibo prezioso che i suoi padroni avevano previdentemente immagazzinato in un sicuro bidone di metallo. Ogni giorno i membri della famiglia portavano fuori sacchetti di carta pieni di buon cibo stagionato, li stipavano nel bidone di metallo e richiudevano con cura il coperchio. Quando il bidone era pieno arrivavano quelle orribili creature e rubavano tutto tranne il contenitore.
Alla fine del racconto, il cane comincia a immaginare che un giorno i netturbini avrebbero mangiato anche i suoi padroni, oltre a rubare il loro cibo. Naturalmente, quanto a questo, il cane si sbaglia. Tutti sappiamo che i netturbini non mangiano le persone. Ma la deduzione del cane, in un certo senso, è logica, sulla base degli elementi a sua disposizione. Il cane del racconto è ispirato a un cane reale che osservavo spesso, cercando di entrare nella sua testa e di immaginare quale fosse il suo modo di vedere il mondo. Di certo, mi dicevo, vede il mondo in modo molto diverso dal mio, o da quello di noi umani in generale. E allora ho cominciato a pensare che forse ogni essere umano vive in un mondo assolutamente unico, tutto suo, un mondo diverso da quelli abitati ed esperiti da ogni altro.

Tempo fa ho scritto un racconto (Electric Ant, 1969) su un uomo che era stato ferito e portato all’ospedale. Una volta cominciata l’operazione chirurgica, si scopre che non è un uomo, bensì un androide, e che lui non lo sa. Bisogna dargli la notizia. Quasi immediatamente, il signor Garson Poole scopre che la sua realtà è data da un nastro perforato che gli scorre da una bobina all’altra nel petto. Affascinato da questa scoperta, comincia a riempire alcuni dei fori e a praticarne di nuovi. All’improvviso, il suo mondo cambia. A un cerio punto, mentre sta facendo un foro nel nastro, nella stanza compaiono delle anatre. Alla fine recide il nastro, e il mondo scompare. Ma non solo per lui, bensì anche per tutti gli altri personaggi del racconto… il che non ha senso, se ci riflettete. A meno che gli altri personaggi non siano invenzioni della sua fantasia a nastro perforato. E in effetti credo che la spiegazione sia proprio questa.

[A proposito dei bambini e dell’autenticità dell’essere umano]

A volte, quando vedo mia figlia undicenne che guarda la televisione, mi domando che cosa le stiano insegnando. Si consideri il pericolo del malinteso. Un programma televisivo prodotto per gli adulti viene visto da un bambino piccolo. Probabilmente, metà di quanto si dice e accade nel programma viene da lui malinteso. Forse, anzi, il malinteso è totale.

[…] Siamo incessantemente bombardati da pseudorealtà prodotte da gente estremamente sofisticata che adopera dispositivi elettronici altrettanto sofisticati. Non diffido dei loro moventi. Diffido del loro potere. Ne hanno moltissimo. Si tratta dello stupefacente potere di creare universi, universi della mente. Dovevo immaginarlo. Io faccio la stessa cosa.

Creare universi in cui ambientare romanzi sempre nuovi è il mio lavoro. E devo costruirli in modo tale che non cadano a pezzi dopo due giorni. Perlomeno, questa è la speranza dei miei editori. Comunque, voglio svelarvi un segreto: a me piace costruire universi che cadono a pezzi. Mi piace osservarne lo scollamento, e vedere come i personaggi dei romanzi affrontano il problema. Ho una segreta attrazione per il caos. Dovrebbe essercene di più. Non crediate – e dico sul serio – che l’ordine e la stabilità siano sempre un fatto positivo, in una società o in un universo. Il vecchio, ciò che è ormai fossilizzato, deve fare largo alla nuova vita e alla nascita di nuove cose. E prima che queste possano nascere, devono morire quelle vecchie. Questa intuizione ha un che di rischioso, perché implica che alla fine dovremo separarci da ciò cui siamo più affezionati. E questo fa male. Ma fa parte della sceneggiatura della vita. A meno che noi non si riesca ad adattarci psicologicamente al mutamento, siamo destinati a morire, interiormente. Intendo dire che gli oggetti, i costumi, le abitudini e gli stili di vita devono perire perché l’essere umano autentico possa vivere.

[…] Il potere delle realtà artificiali da cui siamo bombardati al giorno d’oggi, di questi falsi deliberatamente costruiti, non è mai giunto al cuore del vero essere umano. Osservo i bambini che guardano la Tv e, d’acchito, temo per quello che possono imparare, dopodiché mi rendo conto che non possono essere corrotti o distrutti. Essi osservano, ascoltano, capiscono e poi, nel luogo e nel momento giusto, rifiutano. C’è qualcosa di straordinariamente potente nella capacità dei bambini di resistere agli imbrogli. I bambini hanno l’occhio vispo e il polso fermo. Bottegai e pubblicitari tentano invano di accaparrarsi la fiducia dei piccoli. Le ditte di cereali potranno anche riuscire a commercializzare enormi quantità di schifezze per la prima colazione; le catene di fast-food potranno anche vendere ai bambini un numero infinito di hamburger e hot-dog, ma il loro cuore rimarrà puro, intatto, irraggiungibile. Un bambino di questi tempi è in grado di smascherare una menzogna molto più rapidamente dell’adulto più saggio di vent’anni fa. Quando voglio sapere se una cosa è vera, domando sempre ai miei figli: non sono loro a farmi domande, sono io che mi rivolgo a loro.

* SF = Science Fiction, o San Francisco, a seconda dei casi.

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1 Commento

Archiviato in *Fabrizio, Libri o scrittura

Una risposta a “SF

  1. Il suo “Le tre stimmate di Palmer Eldritch” è uno di quei romanzi che mi accompagna da sempre. Tutte le volte che lo rileggo ci trovo sempre qualche nuovo spunto e tanti tanti sogni.

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