La multinazionale di cui si parla

Fare l’apologia di una corporation è la pratica narrativa più tossica che esista.
(Wu Ming)

La multinazionale di cui si parla ha aperto un magazzino enorme qui in provincia e ha assunto tante persone (se non ricordo male 200 e se non ricordo male è la prima sede italiana). Mi è stato riferito, per motivi che non sto a spiegare, che al mattino i dipendenti escono a fare stretching prima del turno, che hanno le sale giochi con il ping pong e il biliardo, all’americana. Che sono tenuti in riga da un’amministrazione rigorosa e lavorano 24 barra 7. Che il capannone è sorvegliato da 30 guardie armate. Ho visto con i miei occhi il parcheggio davanti al magazzino in cui tutte le macchine sono parcheggiate “di culo” e non ci sono spazi liberi tra l’una e l’altra.

Ho pensato che un posto di lavoro del genere renda la vita migliore, soprattutto per quanto riguarda lo stretching.

Poi però ho dato un’occhiata all’inchiesta di cui parla Wu Ming su Internazionale (qui in fotocopia). E’ un reportage giornalistico americano molto drastico che parla di cose che già si sapevano o che si potevano immmaginare, es.:

  • Using temporary employees in general also helps reduce the prospect that employees will organize a union that pushes for better treatment because the employees are in constant flux, labor experts say. And Amazon limits its liability for workers’ compensation and unemployment insurance because most of the workers don’t work for Amazon, they work for the temp agency.
  • “The problem is at these low-level jobs, the lawsuits aren’t worth it because there isn’t much loss.”
  • A main difference between Amazon and such stores as Barnes & Noble or Walmart is that the entire operation is invisible to customers, other than what they see on their computer screens.

E altre più sorprendenti:

  • “Looking for a new direction? Are you interested in working in a fun, fast-paced atmosphere earning up to $12.25 per hour? Let Integrity be your guide to a rewarding career with Amazon, the Internet superstore.” [annuncio di lavoro dell’agenzia che assumeva per la multinazionale]
  • Then in June, the 57-year-old Breinigsville resident was diagnosed with breast cancer. She notified ISS that she needed surgery. They told her she would need a note from her doctor saying when she could return. Faust had surgery July 20 and reported to the Amazon warehouse with a doctor’s note saying she could return to work Aug. 17. When she arrived to deliver the note within a week of her surgery, she found out the doctor’s note wasn’t necessary. “They said my assignment with them is terminated. I was just flabbergasted,” Faust said. “I devoted nearly a year of my life trying to get a job and that whole time was a waste. They kept me on and kept me on until I handed in that medical paper, and they said, ‘See ya.’ “
Un altra cosa lunghissima di Wu Ming che però non ho ancora letto è qui: Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto…
Probabilmente la verità sta nel mezzo, ma a questo punto vorrei conoscere qualcuno che lavora nella nuova sede italiana qui a pochi chilometri da casa nostra. Prima di invidiare la loro sala giochi.


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3 commenti

Archiviato in *Fabrizio, Incontri o luoghi

3 risposte a “La multinazionale di cui si parla

  1. Per esperienza personale e di amici posso dire che i centri di distribuzione/logistica sono un inferno.

  2. wall..

    Interessante l’articolo di Wu Ming che hai fotocopiato, perchè insieme ad un altro articolo apparso su Internazionale n. 927 di un giornalista tedesco spiegano come le corporation, e in questi articoli si parla soprattutto della multinazionale di cui si parla, calpestino continuamente i diritti delle persone (non dei lavoratori) con condizioni di lavoro disumane, precarie, sottopagate. Ma ciò che mi colpisce maggiormente è che ciò avvenga anche in Germania (oltre che in Stati Uniti e Italia): si racconta tra l’altro che Amazon sfrutta una lacuna legislativa per assumere e far pagare dallo Stato migliaia di persone con contratti che difficilmente superano le sei settimane. Che dici, ci facciamo un ping pong?

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