Due libri del momento che mi trascino per casa

Abbiamo (io e quelli della mia età, ma non solo) visto decine di film e letto decine di libri sull’olocausto, ma non uno che spiegasse davvero “perché proprio gli ebrei”. Quindi se per caso qualcuno me lo chiedesse d’ora in poi gli direi di leggere  Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt, e questo vale anche solo per le prime cento pagine. Ora che sono un po’ più avanti si apre la possibilità di capire anche “com’è possibile che la maggioranza seguisse il tiranno”. Inoltre ci sono tanti concetti che sto segnando con un tratto leggero di matita a bordo pagina. Per ora trascrivo una cosa che non c’entra ma che mi interessa molto perché riguarda, in estrema sintesi, la percezione del proprio destino da parte delle persone* e anche come essa è cambiata di pari passo nella letteratura.

L’elevazione del caso alla posizione di arbitro decisivo di ogni aspetto della vita raggiunse il suo pieno sviluppo nel XIX secolo. Essa fu accompagnata dall’ascesa di un nuovo genere letterario, il romanzo, e dal declino del dramma. Il dramma perdeva il suo senso in un mondo senza azione, mentre il romanzo poteva occuparsi adeguatamente della sorte di esseri umani che erano vittime della necessità o beniamini della fortuna. Balzac mostrò tutta la portata del nuovo genere presentando persino le passioni come destino, spogliandole di ogni elemento di virtù e vizio, di ragione e libera volontà. Soltanto nella piena maturità, dopo aver interpretato e reinterpretato l’intera gamma delle faccende umane, il romanzo poteva predicare il nuovo vangelo dell’infatuazione per il proprio destino, che tanta parte ha avuto fra gli intellettuali del XIX secolo. Mediante tale infatuazione l’artista e l’intellettuale tentavano di tracciare una linea fra se stessi e i filistei, di difendersi dall’inumanità della buona o cattiva sorte, e svilupparono tutte le doti della sensibilità moderna (per la sopportazione, la comprensione, l’interpretazione di un ruolo prescritto), così disperatamente necessarie alla dignità umana che a un uomo impone di essere, se non altro, una vittima volontaria.

Quando entro in biblioteca perché mi trovo in centro e ho del tempo da buttare prendo in prestito più dvd di quanti riuscirò a vederne in una settimana e a volte prendo in mano un libro e lo sfoglio per vedere se basta una pagina per non riuscire più a rimetterlo sullo scaffale. Solo in quest’ultimo caso prendo in prestito anche il libro. Mi è capitato con I detective selvaggi, anche se avevo promesso di smetterla con i libri lunghi per un po’.

Poi mi misi a pensare all’abisso che separa il poeta dal lettore e quando riuscii a rendermene conto ero già profondamente depresso.

Per il momento segnalo il capitolo “22 novembre” verso pagina 110, una carrellata delirante di poeti. E comunque ho scoperto una cosa assurda, cioè che le prime pagine de I dispiaceri del vero poliziotto (un altro libro di Roberto Bolaño che Adelphi ha appena pubblicato come romanzo postumo-inedito-incompiuto, ma praticamente finito, come sta scritto nell’introduzione) sia assolutamente identica al succitato capitolo dei Detective. E’ un collage degli editori o una truffa, comunque dovrebbero mettere un’avviso in quarta di copertina. Contiene pagine che avete già letto nei Detective. Invece c’è scritto solo che ci sono personaggi ricorrenti.

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* ricordo anche di aver trovato qualcosa tempo fa qui: link (scendere fino a “Esempio di contenuti filosofici”)

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10 commenti

Archiviato in *Fabrizio, Libri o scrittura

10 risposte a “Due libri del momento che mi trascino per casa

  1. bastiano

    Quello che scrivi a proposito dei libri e dei film, tolti e presi dagli scaffali, è bellissimo.
    Saul Bellow, in Il pianeta di Mr Sammler, parla della Arendt, e di questo suo libro totalitario.
    Bolaño, mi fa piacere che susciti fervore e applicazione o anche solo attenzione. Vorrei capirlo di più.
    Sempre di Bellow, Il circolo Bellarosa è un suo breve e molto bel libro, secondo me. Ma ce ne sono altri.

  2. viapozzo6

    Benissimo, tutto.
    Prometto qui e ora solennemente di leggere Bellow prima o poi.
    Per Bolaño occorre un momentaneo umore sudamericano, quando ce l’hai provalo.

    E poi ecco ancora:
    “La grande avventura dell’epoca moderna è che per la prima volta l’uomo si trova di fronte all’uomo senza la protezione di circostanze e condizioni diverse. Gli aspetti pericolosi di tale avventura si manifestano anzitutto nell’odio razziale, perché esso riguarda una di quelle differenze naturali che nessun mutamento o livellamento di condizioni può attenuare.”
    (Hannah Arendt)

  3. In questi giorni a Firenze c’è una mostra sul processo al gerarca nazista Eichmann, che contesta o comunque mette in discussione alcune posizioni della Harendt, in particolare sulla banalità del male. E’ una di quelle discussioni che spesso mi capita di affrontare, tendenzialmente sto in silenzio perché direi solo stupidaggini, con qualche conoscente che ha studiato quegli anni e la storia e una mia amica israeliana che contesta la definizione “banalità del male”. Vi dico, io non mi sono ancora fatto chiarezza.

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/19/il-processo-quella-mostra-su-eichmann-che.html

  4. viapozzo6

    Grazie per questo commento, perché “La banalità del male” era già fra le mie prossime letture, e il fatto che venga rimesso in discussione non ne sminuisce l’interesse, anzi lo rafforza.
    Fabrizio

  5. bastiano

    And, prova così: tutti siamo banali, banale (forse) è esserci, qui, insomma banale è l’arcano dell’esistenza universale (Leopardi).
    Ma smisurato è il male che, da uomini banali, può essere fatto: e il fatto, conta.
    Dal frutto conosci la pianta: soffermarsi sull’uomo, forse, è sbagliare a guardare.
    Però non so se questa è chiarezza.

  6. Io per esempio non sono molto d’accordo sul fatto che l’uomo sia banale e che banale è l’arcano dell’esistenza universale, o meglio, più che non d’accordo, sono perplesso. E infatti la vicenda Eichmann, pone questo dubbio, ovvero che non siamo rotelle ma protagonisti, creatori, fautori. Sono molto confuso su queste questioni. Poi per me è quasi impossibile non soffermarsi sull’uomo, tutto ciò che è intorno a noi è uomo, dai nomi che diamo alle cose al modo di guardare la realtà, che si differenzia da cultura a cultura /religione/epoca storica, che ci circonda è una nostra costruzione.

    come vedi ancora più confusione.

  7. viapozzo6

    Qui siamo convinti (noi autori del blog) che il titolo “banalità del male” sia semplicemente geniale, illuminante, anche se per spiegarne il motivo occorrerà pensarci bene.
    Nel frattempo ho iniziato a leggere il libro e mi sembra che Arendt non intenda proprio “eichmann eseguiva solo ordini, era una rotella del meccanismo”… La cosa è naturalmente più complessa e immagino che del libro si sia presa un’estrema sintesi, anzi che lo si sia sintetizzato con una frase leggermente fuori fuoco, e che la si usi per descrivere un’intero filone di pensiero (pensiero di molta gente che, immagino, forse il libro non l’ha nemmeno letto: parlo dei giornalisti che parlano della mostra).
    Solo un’opinione prematura, la mia.
    Ciao!

  8. Anche per me il titolo è illuminante ma non mi basta, l’ho letto e riletto quel libro, ne ho discusso e parlato, per vari motivi è una questione che ha toccato la mia famiglia ma non mi basta.

    Ti lascio un articolo di Alberto Burgio che era uscito qualche tempo fa su il manifesto e che offre molti spunti e che come al solito mi crea ancora più confusione:

    All’origine del male – Alberto Burgio

    Riflettere sulla «costruzione sociale del male» a proposito delle atrocità collettive generate dal nazismo e in particolare in relazione alla Shoah restituisce attualità alla questione che si può dire abbia motivato l’intera ricerca di Primo Levi: capire – per quanto possibile – ciò che avvenne nell’Europa sottomessa al nazismo implica in effetti riuscire a «capire i tedeschi».
    Violenza inutile
    Nella misura in cui fu il fascismo tedesco, il nazismo costituì un fenomeno generale, inquadrabile nel contesto della modernizzazione europea, sullo sfondo della crisi economica e sociale connessa allo sviluppo della società di massa, alla torsione sciovinista e imperialista delle politiche statuali e alle ripercussioni della prima guerra mondiale, della rivoluzione d’Ottobre e della Grande crisi del ’29. Rientrano in tale contesto generale il travolgimento delle strutture dello Stato liberale di diritto e l’instaurazione di un potere discrezionale, la brutale ripresa del colonialismo, la deriva razzista e lo stesso sopravvento della razionalità tecnica messo in rilievo da analisi classiche delle cause dello sterminio, da Günther Anders a Detlev Peukert, a Zygmunt Bauman.
    Vi è tuttavia una specificità. A fare del nazismo un unicum nel quadro dei fascismi e dei cosiddetti «totalitarismi» fu una violenza estrema e «inutile», in larga misura fine a se stessa, un surplus di violenza che non dev’essere confuso con la manifestazione di impulsi sadici da parte di singoli individui, come nel caso dei torturatori di Abu Ghraib. Tale eccesso di violenza non si espresse soltanto nei crimini commessi dalle autorità politiche e militari (Wehrmacht compresa), ma anche nei comportamenti spontanei di gran parte della popolazione civile, ancor prima dell’inizio della guerra. Il concetto di «costruzione sociale del male» assume un significato pregnante al suo cospetto perché nella Germania degli anni Trenta e Quaranta il male prese effettivamente forma e si dispiegò anche nel corpo della «società civile» tedesca.
    Ma se è vero che il surplus di violenza – la sua mostruosità e gratuità, messa in risalto dalla sua fredda pianificazione burocratica – è il tratto distintivo del nazismo, si tratta di interrogarsi sulle sue origini (il che in nulla contrasta con la percezione della cesura storica che il nazismo rappresentò, con il salto di qualità che esso impresse alla storia tedesca, europea e mondiale). Da dove sgorgò tanta brutalità? Qual era l’humus nella quale la diffusa disponibilità all’orrore affondava le radici? Un problema storico fondamentale connesso al tema della violenza diffusa nella Germania nazista concerne la qualità del consenso di massa che sostenne il regime sino al termine del conflitto bellico. Come la più recente storiografia viene documentando, non si trattò infatti tanto di terrore né di una peraltro colpevole indifferenza e complicità oggettiva di «spettatori» apatici o distanti. Si trattò piuttosto di un inestricabile intreccio tra repressione e consenso, di un insieme di comportamenti nei quali si espressero l’adesione generalizzata alla politica del regime e la partecipazione diretta, attiva e consapevole di gran parte della popolazione ai crimini nazisti.
    Consenso attivo e partecipazione
    Come ha scritto Robert Gellately, caratteristico del nazismo è il fatto che il regime non incontrò alcuna difficoltà nell’ottenere la cooperazione dei cittadini comuni, nemmeno quando si trattò di mettere in atto spaventose violenze e politiche criminali. L’idea che il regime avesse «lavato il cervello» di sessanta milioni di individui o che riuscisse a trattare i tedeschi come se fossero prigionieri, in blocco, in un campo militare è assurda, e se continua a tenere banco, è perché non si vuole guardare in faccia un dato indubbiamente sconvolgente: le atrocità del nazismo non furono perpetrate soltanto nel nome del popolo tedesco, ma con il sostegno di gran parte della popolazione.
    Di fronte a questo scenario ci si può rassegnare all’incomprensibilità dell’accaduto. Ma se invece cerchiamo di capire, se – come scrisse Cesare Cases a proposito di Levi – ci ostiniamo a «scegliere l’innocua razionalità per giungere al cuore dell’assurdo», come dobbiamo procedere? Indicazioni preziose provengono proprio dalla storiografia che ha messo al centro la questione del consenso di massa a Hitler e al nazismo. L’analisi di Ian Kershaw è un fermo atto di accusa nei confronti della «società civile» tedesca, il cui crescente consenso è riconosciuto decisivo nel tragico sviluppo degli avvenimenti. «Settori sempre più ampi del regime e della società furono complici in una serie di politiche che poi sfociarono nel genocidio», scrive Kershaw a conclusione di una ricerca che pone al centro il tema delle «motivazioni» alla base del consenso stesso. Il successo della propaganda («le magie di Goebbels») non si spiega se non alla luce della sua capacità di evocare delusioni e aspettative comuni e di richiamarsi ad atteggiamenti e valori diffusi. Gli arbitri delle polizie soddisfecero una vasta domanda di ordine e di «purificazione» sociale dopo il «caos» politico e morale della repubblica. L’ideale della «comunità di popolo», con il suo tragico corollario di esclusione e di persecuzione degli estranei, rispose a un’istanza condivisa e radicata di coesione e di omogeneità.
    Un ruolo affatto cruciale giocò la cultura politica tradizionale, la propensione a concepire un’immagine eroica e guerresca della politica come «egemonia imperiale» ed esercizio di potenza sul piano internazionale. E altrettanto profondamente influì, in connessione con questo tratto aggressivo, l’inclinazione ad affidarsi senza riserve alle decisioni di un capo carismatico circondato da un’aura sacrale e investito di un illimitato potere mistico in quanto capace di evocare una prospettiva salvifica di redenzione politica, un futuro eroico per una Germania rigenerata.
    Ma la storiografia non è la prima a percorrere questo cammino. Il nesso tra cultura e scelte politiche, tra sistemi di valori, quadri morali, tratti psicologici e comportamenti collettivi, viene messo a fuoco, ancor prima che la Germania e l’Europa siano liberate dalla peste nazifascista, da una serie di contributi offerti da letterati, filosofi, psicologi e uomini politici ben addentro alla «questione tedesca». Tra questi spicca in particolare la testimonianza di Thomas Mann, che tra il 1930 e il 1950 torna sul tema a più riprese in interventi pubblici (discorsi, articoli e, negli anni di guerra, nei messaggi radiofonici rivolti ai tedeschi) e nella corrispondenza.
    L’«anima tedesca»
    «Se esiste la Germania – scrive Mann nel gennaio del ’45 -, se esiste il popolo come figura storica, come una personalità collettiva con un carattere e un destino, allora il nazionalsocialismo non è se non la forma che un popolo, il tedesco, ha assunto venti anni fa per intraprendere il tentativo più audace che la storia conosca, attuato con i mezzi più ampi, più crudeli e più insidiosi, del soggiogamento e della riduzione in schiavitù del mondo: tentativo che per un filo non è riuscito». Il nazismo è la forma che il popolo tedesco ha voluto darsi. Ma perché? Qui il discorso assume una piega drammatica. Mann ritiene che quanto è accaduto sia il risultato «del carattere e del destino del popolo tedesco». E, consapevole di esporsi all’insulto e al risentimento, enuncia quella che gli pare una verità innegabile: il nazismo ha «radici centenarie nella storia della vita germanica», «radici nel popolo tedesco, nel carattere tedesco, nella psicologia tedesca».
    Queste riflessioni trovano sistemazione in una conferenza che Mann tiene a Washington, presso la Library of Congress, nel giorno del suo settantesimo compleanno. È il 6 giugno del ’45, nemmeno un mese dopo la capitolazione incondizionata della Germania nazista. Il titolo del discorso, Germany and the Germans, è tutto un programma: dice che non sarebbe possibile comprendere le ragioni della catastrofe della Germania senza parlare dei suoi abitanti e della loro «singolarità»: della loro cultura e psicologia, della loro storia e configurazione morale, delle loro scelte, predilezioni e responsabilità.
    Il ritratto che Mann abbozza dell’«anima tedesca» è di una mirabile lucidità e, insieme, di una straordinaria intransigenza. Mette a fuoco il difficile rapporto col mondo (un misto di presunzione e provincialismo); i paradossi di un’idea aggressiva della libertà fondata sul servilismo verso l’autorità costituita; il disprezzo per la politica ereditato dalla Riforma luterana e la conseguente identificazione tra politica e violenza; l’ambiguità fondamentale del romanticismo tedesco, pervaso dall’esaltazione della vitalità e da una morbosa attrazione verso la malattia e la morte.
    Cautela e tabù
    Tuttavia si pongono a questo riguardo diversi problemi. In primo luogo, non è chiaro in che misura le disposizioni dei soggetti incidano sui processi storici e quanto invece debba essere ricondotto all’oggettività delle situazioni sociali e politiche. In proposito è indispensabile evitare approcci unilaterali e coniugare, nel concreto dell’analisi, elementi di ordine «situazionale» e aspetti connessi alle motivazioni degli attori individuali e collettivi. Alquanto problematica appare poi l’idea di «carattere» di un popolo o di una nazione. Qualsiasi generalizzazione su questo terreno è arrischiata, forse arbitraria. Nel fare riferimento ai «caratteri nazionali», o allo «spirito di un popolo», dobbiamo essere consapevoli di muoverci in una logica probabilistica, simile a quella che sottende le analisi statistiche.
    D’altra parte non si può negare che il discorso sui «caratteri nazionali» abbia una sua consistenza, e una sua notevole utilità. È consistente per il semplice fatto che differenti tradizioni culturali (intese, nel senso più comprensivo, come sistemi di credenze, valori e norme) esistono e influiscono in profondità (e in modo perlopiù inconsapevole) tanto sulla configurazione delle identità individuali e di gruppo (in particolare attraverso i processi formativi) – quindi sui comportamenti individuali e collettivi – quanto sulla struttura delle società (le forme di relazione, i rapporti gerarchici, le istituzioni). Di qui l’utilità di un discorso che può aiutarci a comprendere reazioni differenti al cospetto di situazioni analoghe e svolgimenti peculiari di quadri storici generali. In questo senso l’analisi dei «caratteri nazionali» merita, forse, di essere riscattata dalla condizione nella quale oggi versa: a ben vedere, infatti, noi tutti ce ne serviamo, salvo rifiutarci di prenderla troppo sul serio e di conferirle la veste di un discorso «scientifico».
    Le motivazioni di questa cautela sono note e irreprensibili. Storicamente questo discorso è venuto assumendo connotati irricevibili. Da quando il romanticismo ha declinato in chiave irrazionalistica il concetto di «spirito del popolo»; da quando, soprattutto, si è preteso di costruire, in ambito positivistico, una scienza chiamata «psicologia dei popoli», si è via via ritenuto di poter risalire dai comportamenti e dalle tradizioni culturali a una presunta natura delle diverse nazionalità. Il discorso è stato, cioè, declinato in chiave essenzialistica e deterministica, il che lo ha fatalmente trasformato in un ingrediente della grande e sciagurata narrazione razzista.
    Si comprende bene quindi il discredito in cui è caduto e il tabù che oggi tende a sconsigliarne l’impiego. Ma, come spesso accade, il tabù sacrifica un importante e fecondo filone di ricerca, per salvare il quale si tratta piuttosto di affrontare diversamente il problema, curando di mantenere l’analisi saldamente ancorata al terreno storico. Parlare dei «caratteri nazionali» di un popolo – in questo caso dei tedeschi – significa parlare di fondamentali tratti culturali che, costituitisi e sedimentatisi sullo sfondo di determinati quadri storici, hanno verosimilmente contribuito a dar forma ai comportamenti che individui o gruppi hanno assunto al cospetto di situazioni storicamente determinate. (Alberto Burgio – il manifesto)

  9. Pingback: Cose tratte da Hannah Arendt, in tre parti | via pozzo 6

  10. bastiano

    A voler guardare, tutte le cose ordinarie, quotidiane, “banali”, possono essere, allo stesso tempo, “arcane”: ben prima di quanto possa esserlo il “male”. Figurarsi ques’ultimo, quando si tratta di lui.

    Questo intendevo; che nulla è banale, proprio perché tutto, come giustamente dici tu, and, è umano, è linguaggio, è persone: e può essere sorprendente, inesauribile, tremendo,”arcano” -si può dire in molti modi.

    In questo senso, “banale” o “arcano” sono molto relativi, forse intercambiabili: e, come misura delle cose, possono far capire poco. Così, mi sembra che siamo in due a credere che contino scelte, azioni, persone.

    Pensavo, allora, che il male si può affrontare per il danno che fa, non per quello che, più o meno, “è”.

    Credo che “banalità del male” valga “attenzione, gli assassini sono fra noi”, e che sia, oggi, la formula più frequentata del dibattito sullo sterminio per la sua ambigua ovvietà, che unisce sintesi e suggestione.

    Per me, sono i fatti e i motivi di quel dibattito (cioè, sempre, scelte e azioni) a poterci dire, oggi, se l’ambiguità del titolo della Arendt, ormai diffuso come uno slogan, è ancora fuorivante, e quanto.

    Per dire questo, probabilmente il mio post precedente era troppo breve.

    Mi sembra che l’articolo di Burgio, nonostante le ottime intenzioni, rischi di moltiplicare le spiegazioni che non spiegano.

    La cultura, sono gli uomini; in Italia sappiamo qualcosa di resistibili ascese, volontariamente o meno da uomini permesse, e poi giustificate con debolezze “di cultura”.

    Fermare Hitler non è dipeso, in ultima istanza, da Goethe, ma da classi dirigenti, partiti politici, società civile, e in quanto tali: in Goethe, o altri, possono esserci solo strumenti per scegliere, non scelte già fatte.

    I Sommersi e salvati di Primo Levi, nel capitolo “lettere di tedeschi”, e poi nell’ultima pagina; Il pianeta di Mr. Sammler, di Saul Bellow, sulla Arendt, mi hanno dato spunti utili per tutto questo.

    Anche per me è difficile capire; penso che valga la pena continuare a provarci, insieme.

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