Lettere e altro dalla prima metà del Castello di Kafka

Ricordarsi del capitolo 13. Hans che per ora sembra uno dei migliori, nel pieno del romanzo. E qui di seguito, due episodi.

Prima lettera ricevuta da K.:

«Egregio Signore! Come le è noto, Lei è entrato al servizio del Signor Conte. Il suo diretto superiore è il sindaco del paese che Le trasmetterà istruzioni più precise in merito al suo lavoro e alla sua remunerazione, e al quale Lei dovrà rendere conto di ogni cosa. Tuttavia nemmeno io la perderò di vista. Barnabas, il latore della presente, verrà da Lei di tanto in tanto per informarsi dei suoi desideri e comunicarmeli. Nei limiti del possibile, mi troverà sempre pronto ad accontentarLa. Mi preme molto che chiunque lavori per me sia soddisfatto»

K. rilegge la lettera e ne analizza le contraddizioni:

Non era uniforme, c’erano punti in cui ci si rivolgeva a lui come a un uomo libero, al quale si riconosce una volontà propria: era il caso dell’intestazione e del passaggio che riguardava i suoi desideri. Ma c’erano altri punti in cui egli veniva trattato, in modo velato o scoperto, come un piccolo impiegato che quel capo, dalla sua posizione, a malapena notava; il capo doveva fare uno sforzo «per non perderlo di vista», il suo superiore era un semplice sindaco di paese al quale doveva persino rendere conto, il suo unico collega era probabilmente la guardia campestre. Erano contraddizioni indubitabili, e così evidenti che potevano solo essere intenzionali. L’idea – assurda, trattandosi di una simile autorità – che ciò fosse il risultato d’indecisione sfiorò appena K. Egli vi scorse piuttosto una scelta che gli veniva offerta con franchezza, stava a lui decidere come regolarsi in merito alle disposizioni contenute nella lettera, se voler essere un impiegato municipale, con un legame malgrado tutto lusinghiero ma soltanto apparente con il castello, oppure mantenere l’apparenza di un impiegato municipale e lasciare che tutti gli aspetti del suo lavoro venissero regolati dalle istruzioni che Barnabas gli avrebbe trasmesso. K. non esitò a scegliere, non avrebbe esitato nemmeno senza le sue recenti esperienze.

Solo come impiegato municipale, il più possibile lontano dai signori del castello, sarebbe stato in grado di ottenere qualcosa dal castello; la gente del paese, ancora così diffidente nei suoi confronti, avrebbe incominciato a parlare quando egli fosse diventato se non loro amico almeno compaesano, e una volta che nulla lo avrebbe più distinto da Gerstäcker o da Lasemann – il che doveva avvenire al più presto, tutto dipendeva da questo – di colpo gli si sarebbero aperte tutte le strade che, se la cosa fosse dipesa unicamente da quei signori lassù e dalla loro benevolenza, avrebbero continuato a rimanere per lui non solo sbarrate ma invisibili. Certo un rischio c’era, e la lettera lo sottolineava abbastanza, lo descriveva anzi con un certo compiacimento, come se fosse una cosa inevitabile. Era la condizione d’impiegato: servizio, superiori, compiti, remunerazione, rendiconti, lavoratori, la lettera pullulava di tutto questo, e anche quando parlava d’altro, di cose più personali, lo faceva sempre da quel punto di vista. Se K. voleva diventare un impiegato, facesse pure, ma allora davvero con tutta la terribile serietà che escludeva ogni altra prospettiva. K. sapeva di non essere minacciato da una costrizione reale, non la temeva, in questa circostanza meno che in altre, temeva invece la violenza di un ambiente scoraggiante, quella dell’abitudine alle delusioni, la violenza degli impercettibili influssi che ogni istante esercita, ma era necessario che egli osasse affrontare questo pericolo. La lettera non taceva del resto che, se si fosse arrivati a degli scontri, era K. che aveva avuto la temerarietà d’incominciare; questo era detto finemente, e solo una coscienza inquieta – inquieta, non cattiva – poteva accorgersene, era la formula «come Le è noto» riferita alla sua assunzione in servizio. K. si era presentato, e da allora gli era noto, come diceva la lettera, di essere stato assunto.

K. riceve una seconda lettera:

«Al signor agrimensore, Locanda del Ponte. I lavori di agrimensura da Lei eseguiti finora incontrano la mia approvazione. Anche i lavori degli aiutanti meritano un elogio. Lei sa bene come incitarli al lavoro. Non allenti il Suo zelo! Porti a buon fine i lavori. Un’interruzione mi contrarierebbe. Per il resto stia tranquillo, la questione dello stipendio sarà decisa quanto prima. Io non La perdo di vista».

K.:

«Il signore è male informato. Io non faccio nessun lavoro di agrimensore, e quanto agli aiutanti, lo vedi da te quel che valgono. E il lavoro che non faccio non lo posso certo interrompere, non posso nemmeno essere causa di contrarietà per il signore, come potrei meritare la sua approvazione? Tranquillo, poi, non potrò mai esserlo».

 

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