Lettere e altro dalla seconda metà del Castello di Kafka

Consecutivo al precedente articolo sullo stesso argomento (Lettere e altro dalla prima metà del Castello di Kafka).

A proposito delle lettere ricevute dall’agrimensore (il saggio critico in prefazione** ne fa una questione filosofica, ma io no):

Valutare con esattezza le lettere, è impossibile, esse mutano continuamente di valore, le riflessioni a cui danno adito sono infinite, soltanto il caso stabilisce dove ci si deve fermare e quindi anche l’opinione è legata al caso.

Alcune frasi che dovrei appendere in bacheca sul posto di lavoro:

1) Non è possibile sapere qualcosa di più preciso, almeno per molto tempo. Qui da noi c’è un detto, forse lo conosci: le decisioni dell’amministrazione sono timide come ragazzine.

2) “Finché ti lamenti di essere stata ingannata, non potremo intenderci. Tu insisti a voler essere ingannata, perché ti lusinga e ti commuove. Ma la verità è che non sei adatta a questo posto.”

3) Noi due ci siamo affannati troppo, con troppo chiasso, in modo troppo puerile e sprovveduto, per ottenere con lacrime, graffi, strattoni – come un bambino che dà uno strattone alla tovaglia ma non ottiene altro che di far cadere a terra tutte quelle meraviglie rendendole per sempre irraggiungibili – qualcosa che per esempio con la calma, l’obiettività, si può ottenere facilmente e senza dar nell’occhio.

** A cosa servono i saggi critici, soprattutto se criptici? Servono a dare peso e autorità ai romanzi antichi per portarli ad un livello superiore rispetto ai tanti romanzi di oggi (fra i quali alcuni di sicuro sono altrettanto validi e belli e profondi e simbolici e rappresentativi del contesto in cui vengono scritti)? Non lo so. Alcuni saggi critici sono troppo criptici perché hanno poco da dire? Non lo so. Sarebbe così interessante interpretare i romanzi antichi secondo ciò che significano oggi, cioè: cosa scatena in un lettore del duemila questa storia di cent’anni fa?
Il saggista parla di interpretazione allegorica, tesi che sembra andare per la maggiore, o di altre interpretazioni critiche che non ho nemmeno decifrato, per pura noia. Il saggista dice per esempio che Barnabas rappresenta “l’allegoria della parola umana” (muoio di noia). Dice che l’ossessione per la burocrazia è solo un aspetto superficiale nella letteratura di Kafka (non lo so).
Il vero saggista del duemila, invece, secondo me, scriverebbe: Il castello per il lettore di oggi è un viaggio allucinante o una spirale di assurdità e malintesi o la spiegazione del problema della burocrazia o della comunicazione o della percezione nel mondo di oggi.  Chissenefrega delle allegorie, perché, anche se Kafka magari ci teneva particolarmente (non lo so), chi mai scrive allegorie nel duemila?

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