Playing Don Chisciotte

E’ con grande gioia che vi presentiamo la personale di un’ artista intelligente e gentile. E’ per noi una cara amica quindi non siamo oggettivi nell’esprimere il nostro entusiasmo, tuttavia troverete conferma del grande spessore del suo lavoro  nei suoi scatti, nel testo della curatrice della mostra, in quanto detto e scritto su di lei e nel certamente luminoso futuro che la attende.

Don Chisciotte, sognato da Borges. Di Silvia Bottani, la curatrice della mostra.

“Dunque siamo profondamente influenzati dai libri che non abbiamo letto, che non abbiamo avuto il tempo di leggere”

U. Eco, Non sperate di liberarvi dai libri

Per spazzare via ogni dubbio sin dalla partenza, premetto di non aver letto per intero il Don Chisciotte. Cosa che giustamente farà storcere il naso a chi si appresta a queste brevi riflessioni. Avendo la pazienza – o la fiducia – di proseguire nel testo, cerco di circoscrivere il territorio in cui ho intenzione di muovermi: il El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha, l’opera di Miguel de Cervantes, pubblicato all’alba del 1600, è difatti un organismo, uno di quegli oggetti che arrivano al mondo come creature e come esse sviluppano un proprio percorso di vita nel tempo, dischiudendosi come un giardino segreto e parallelo al mondo ordinario da noi conosciuto.

Avvicinarsi a Don Chisciotte incute un certo timore, sia per la mole imponente del volume, sia per la letteratura che ad esso è inscindibilmente correlata. Leggerlo è come leggere la Bibbia, i Veda, Guerra e Pace, la Divina Commedia. Ovvio che sia possibile – e auspicabile – ma non dimentichiamo che per la loro stessa natura (e tralascio la dimensione di verità rivelata che attiene ai testi sacri sopra citati), queste opere si dispongono piuttosto a essere consultate, frammentate, i loro paragrafi estrapolati dal lettore comune, i contenuti esegesizzati più che fruiti nella dimensione che invece appartiene naturalmente al romanzo. Apprestandomi quindi alla lettura del capolavoro di Cervantes, mi sono tornate alla mente le parole di Umberto Eco nella sua conversazione con Jean-Claude Carriere dal titolo Non sperate di liberarvi dai libri.Nel dialogo due autori, entrambi bibliofili, dedicano un intero capitolo ai libri non letti, quelli di cui però ci si forma un’opinione. Eco sostiene la teoria di Pierre Bayard, ossia ciò che vive nei testi classici si infonde nel lettore attraverso le opinioni altrui, la critica letteraria, ciò che circonda il testo stesso, anche se egli mai ne ha fatta esperienza diretta di lettura. Questa idea mi ha accompagnato, maneggiando il Chisciotte, e mi ha permesso di saltare tra le pagine, muovendomi in avanti e indietro tra i capitoli, incurante della progressione narrativa e temporale, con la disinvoltura di chi dimentica il timore reverenziale per i maestri e i capolavori. La scelta quindi è stata quella di approcciare il volume di Cervantes come un’opera d’arte, un sistema, entrandoci in relazione libera e facendosi volontariamente influenzare dalla letteratura nata successivamente sulle gesta del cavaliere errante.

In questo passeggiare ondivago tra le pagine, sono riaffiorati sbiaditi ricordi scolastici e sono germogliati insospettabili collegamenti cinematografici. Visioni western di Sergio Leone si sono intrecciate e vacuità da cinema giapponese, ballate oscure di Nick Cave si sono liquefatte nel ritmo asciutto e spietato dei suoni delle campane di Hemingway, i paesaggi del Fortore e ilandscapes arcaici del territorio sannita sovrapposti alle terre argillose, arse e rosse della zona iberica, percorsa in viaggi di gioventù con treni locali carichi di bestie e contadini, più simili al ronzino dell’hidalgo che a un potente mezzo meccanico figlio della modernità. Ho assaporato l’architettura del romanzo cavalleresco che regge l’impianto del libro, intuito il tempo che circondava la nascita di quelle lettere, e talvolta interrogata su quell’uomo   realmente esistito che si intravede nell’ombra di Chisciotte, il Cervantes autore che si cela dietro la giacomettiana silhouette del suo cavaliere errante.

In questa esplosione di reminiscenze vere o fittizie, di rimandi e collegamenti, ho ritrovato anche il ciclo di Francesca Manetta. Il lavoro di Manetta da tempo è incentrato sulla metanarrazione: partendo da alcune figure della cultura occidentale, l’artista elabora un percorso che devia dalla storia originale e produce una versione parallela, un alterego dell’oggetto di partenza. Con Odile e Odette, i cigni alpha e omega del Lago, Manetta mette in atto un transferte gli ridà vita, lasciandoli perduti in un bosco. Da Pelleas e Melisande perviene a una fantasmagoria, la traccia di ectoplasmi catturati da una fotografia medianica; di Ofelia, larevenant, mette in scena l’eterno suicidio e soprattutto l’eterno fare dono di sé allo sguardo dello spettatore-amante, inchiodato alla visione della sua morte; Cappuccetto Rosso diventa una bambina sporca di more e preda annunciata del Lupo, un lupo che rimanda al Lewis – Carroll fotografo, amante di fanciulle in fiore. E ancora la Ballerina e il Soldatino di Piombo in attesa del compimento del loro amore, il Principe Ranocchio quasi imbalsamato, modello ideale per un gabinetto di zoologia fantastica, un Bianconiglio trafitto e inchiodato come farfalla da collezione, perfino il Santo Graal e una manciata di chiodi sacri. E chissà allora se non ci sarà poi spazio per Alice, per Macbeth, per Giona e la sua Balena o per L’Orlando senza senno. Manetta si è introdotta in un labirinto degli specchi da cui è impossibile uscire, senza infrangere tutte le superfici o sospendere il gioco. Questo perché ogni storia ne racchiude infinite altre, così come ridotte sono le matrici da cui tutte si originano ma senza limite le possibili derivazioni, e sempre è in agguato la spaventosa scoperta che la storia stia raccontando sé stessa, conchiudendosi in una favolosa e sinistra misé en abyme.

Il Don Chisciotte, per ragioni occulte, emerge come oggetto di indagine del lavoro di Manetta proprio ridosso della mostra di Benevento, città che sembra celare un recondito legame con il testo di Cervantes, scelto anche da Mimmo Paladino per il suo film Quijote girato proprio in queste terre. Anch’esso diventa uno dei tasselli della letteratura mutante di Francesca Manetta, e non può che tradursi in un lavoro ludolinguistico. Il testo viene manipolato, come in un rebus o una sciarada, sostituite le lettere, traslitterati gli scenari. Il Don Chisciotte di Manetta è uno dei donchisciotti possibili, Ronzinante una variabile X del cavallo del romanzo, Dulcinea una proiezione della donna angelicata sognata dal Cavaliere. E Sancho Panza scompare, dissolto nella polvere dei secoli che separano l’originale dalla sua variazione.

Se vogliamo pensarla in termini filosofici, del romanzo rimane la donchisciottità, scomodando Wittgenstein, e come scrive Borges nella sua introduzione al libro: “L’immagine dell’hidalgo e del suo scudiero e delle sue sconfitte ridicole è divenuta una parte indistruttibile e preziosa della memoria umana, a somiglianza dell’Ulisse omerico o dell’Ulisse dell’Inferno. Chiuso il libro, il testo continua a crescere e a ramificarsi nella coscienza del lettore. Questa altra vita è la vera vita del libro”. (1). Questa altra vita del romanzo è quella incarnata nel lavoro di Manetta.

Accanto agli scatti, si collocano delle teche che testimoniano la realtà di queste entità fittizie che animano il romanzo, oggetti che Manetta compone e dissemina come reliquiari laici a testimoniare la presenza di queste figure che compongono il pantheon della nostra cultura occidentale, la memoria collettiva incarnata nei “tipi” della letteratura. Sono reperti talvolta integri, talvolta combusti, racchiusi in teche di plexiglass che ne preservano l’incorruttibilità, nel tempo. Perché una volta incarnati nel regime del mondo fisico, tutto è condannato alla consunzione, anche il giustacuore di Chisciotte e la corona di fiori della sua amata. Sospeso trafiction and facts, il lavoro di Manetta manipola la materia letteraria e gli archetipi, confondendo volontariamente i piani. “Facciamo che io ero Dulcinea. Non anzi, tu eri Dulcinea e io il mulino a vento. Facciamo che poi c’era il mare e pioveva, un temporale terribile.”, sembra di sentire sussurrare dai protagonisti delle fotografie dell’artista. Forse si tratta, infine, sempre di storie di spettri, cosa che incontrerebbe la simpatia di Borges, p forse Don Chisciotte è morto è questo è il sogno di qualcuno che lo sogna, e che domani lo trascriverà in uno dei volumi della Biblioteca di Babele.

(1)     Introduzione di Jorge Luis Borges a Don Chisciotte della Mancia, di Miguel de Cervantes, Bur Rizzoli, 2012.

Note biografiche
Francesca Manetta nasce nel 1979 in provincia di Bergamo. Dopo la laurea in scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera si specializza presso l’Ecole Internationale Jacques Lecoq di Parigi. Oltre all’attività espositiva, è stata vincitrice del primo premio al XII Premio di Arti Visive Paolo Parati (Vittuone) nel 2010, vincitrice nel 2009 della Menzione Speciale della giuria Next Generation Premio Patrizia Barlettani, Galleria San Lorenzo (Milano), ed è tra i finalisti del premio Up nea Fabula 2012 – Fabbrica Borroni (Milano).

Francesca Manetta
Playing Don Chisciotte
Numen Arti Contemporanee di Giuliana Ippolito
Vico Noce, 20 82100 Benevento
orari: da martedi a venerdi dalle 10.00 alle 13.00 e su appuntamento
Info cell: 3387503300
Tel. 338 7503300

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