La banalità del male, ancora, e altro

Un altro chiarimento sul concetto di banalità del male, e poi due passi di pura premonizione storica datati 1945.

“… Non capisco perché chiami la mia espressione banalità del male una frase fatta o uno slogan. Per quanto ne so, nessuno ha usato questo termine prima di me; ma questo non è importante. Quel che ora penso veramente è che il male non è mai radicale, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso sfida, come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità. Solo il bene è profondo e può essere radicale. Ma non è questa la sede per affrontare seriamente tali questioni; penso di svilupparle in un altro contesto. Eichmann può servire molto bene da modello concreto per ciò che ho da dire.”

Hannah Arendt, lettera a Gershom Scholem, 1963 (in Ebraismo e modernità, Feltrinelli)

“Ora, in effetti, i sionisti hanno fatto del loro meglio per dar luogo a quell’insolubile e tragico conflitto cui si può porre termine soltanto tagliando il nodo gordiano.
Sarebbe certamente molto ingenuo credere che questa soluzione sia invariabilmente vantaggiosa per gli ebrei, né vi sono ragioni per credere che essa sia duratura. Più specificamente, è possibile che domani il governo britannico decida di ripartire il paese e che sia davvero convinto di aver trovato un buon compromesso tra le richieste degli arabi e quelle degli ebrei. Dal punto di vista degli inglesi, questa convinzione è più che giustificata, dal momento che la spartizione potrebbe davvero costituire un compromesso accettabile tra l’amministrazione coloniale filo-araba ed anti-ebraica e la pubblica opinione inglese, tendenzialmente filo-ebraica: l’Inghilterra ne ricaverebbe l’impressione di aver risolto un disaccordo interno sulla questione della Palestina. Tuttavia, è semplicemente assurdo credere che un’ulteriore suddivisione di un territorio tanto angusto, i cui confini attuali sono già il risultato di due precedenti divisioni – la prima dalla Siria, la seconda dalla Transgiordania – potrebbe risolvere il conflitto tra i due popoli, specialmente in un periodo in cui conflitti di questo genere non possono comportare soluzioni territoriali su aree molto vaste.”

“… Se i sionisti continueranno ad ignorare i popoli del Mediterraneo e a curarsi soltanto delle grandi potenze lontane, essi finiranno col sembrare loro strumenti, agenti di interessi estranei e ostili. Gli ebrei che conoscono la loro storia dovrebbero rendersi conto che un tale stato di cose condurrà inevitabilmente ad una nuova ondata di odio anti-ebraico; l’antisemitismo di domani sosterrà che gli ebrei non solo hanno tratto vantaggio dalla presenza delle grandi potenze straniere in quella regione, ma l’hanno anche voluta, rendendosi così responsabili delle conseguenze.”

Hannah Arendt, Ripensare il sionismo, 1945 (in Ebraismo e modernità, Feltrinelli)

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