Il tarlo

Il secondo oggetto era ancora più strano. Quando Grifalconi lo tirò fuori dalla cassetta imbottita, Valène credette di vedere un mazzo di coralli. Ma Grifalconi scosse la testa: nelle soffitte del castello de la Muette, aveva trovato le vestigia di un tavolo; il piano, ovale, meravigliosamente intarsiato di madreperla, era notevolmente ben conservato, ma la crociera centrale, una pesante colonna fusiforme di legno venato, si rivelò tutta tarlata; l’azione dei tarli era stata sotterranea, interna, suscitando mille canali e canalicoli pieni di legno polverizzato. Dall’esterno non traspariva niente di quel lavoro di smangiamento e Grifalconi vide ch’era impossibile conservare il piede originale il quale, quasi completamente svuotato, non poteva più reggere il peso del piano se non rinforzato dall’interno; di conseguenza, dopo aver ripulito mediante aspirazione i canali del loro contenuto polverulento, si diede a praticare delle iniezioni di un miscuglio semi liquido di piombo, allume e fibre di amianto. L’operazione riuscì ma fu subito chiaro che, pur consolidato, il piede continuava a essere troppo fragile e Grifalconi dovette decidersi a sostituirlo radicalmente. Fu allora che gli venne l’idea di sciogliere il legname residuo. Facendo così apparire l’arborescenza fantastica, la traccia precisa di quella ch’era stata la vita del tarlo in quel pezzo di legno, sovrapposizione immobile, minerale, di tutti i movimenti che avevano costituito la sua esistenza cieca, quell’ostinazione unica, quell’itinerario tenace, quella materializzazione fedele di tutto ciò che aveva mangiato e digerito, strappando alla compattezza del mondo circostante gli impercettibili elementi necessari alla propria sopravvivenza, immagine a nudo, visibile, infinitamente inquietante di quel cammino senza fine che aveva ridotto il legno più duro a un reticolo impalpabile di gallerie di polvere.

Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso

 

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