Musica in “Punto contro punto”

La Suite n.2 in Si minore di Bach; ouverture, rondò, sarabanda.

La musica era la Suite in si minore per flauto e archi di Bach. (…)
Attraverso l’apertura, il fiato faceva vibrare una colonna d’aria cilindrica e le meditazioni di Bach si diffondevano nel cortile romaneggiante. Nel Largo iniziale (…) Johann Sebastian enunciava la sua idea che nel mondo esistono grandi e nobili cose; ci sono uomini di statura regale, autentici conquistatori e intrinseci signori della terra. Poi, nell’Allegro fugato, passava alla riflessione su un mondo infinitamente complesso e multiforme. Sembra di aver trovato la verità, chiara, netta, inconfondibile; ne danno l’annuncio i violini, la possiedi, la stringi trionfante. Quella, invece, ti scivola via fra le dita e si ripresenta in forma nuova fra i violoncelli, e ancora nelle note del flauto. Le varie parti musicali vivono le loro vite separate: a volte si toccano, si incrociano, si fondono brevemente per creare quella che pare l’armonia finale e perfetta, ma poi si dividono ancora. Ognuna è sempre sola, separata, individuale. “Io sono io,” afferma il violino “il mondo ruota intorno a me”. “Intorno a me” si intromette il violoncello. “Intorno a me” insiste il flauto. Hanno torto e ragione tutti in egual misura, ma nessuno di essi ascolta gli altri.

Nella fuga dell’umanità vi sono un miliardo e ottocento milioni di voci: il frastuono ce ne deriva ha forse qualche significato per lo studioso di statistica, ma nessuno per l’artista. Egli può capire qualcosa solo se ne ascolta una o due per volta. Ecco ad esempio, una di queste parti e il modo in cui Johann Sebastian la svolge. Il Rondò ha inizio con una melodia semplice e delicata, quasi di canzone popolare. Nella sua solitudine, una fanciulla canta l’amore con malinconica tenerezza. Il suo canto aleggia sulle colline, in cielo vagano le nuvole. Ma un poeta, solitario come una di quelle nuvole, ha ascoltato il canto. I pensieri che sono nati in lui formano la Sarabanda che segue al Rondò. E’ una lenta e dolce meditazione sulla bellezza (malgrado esistano bellezza e stupidità, la profondità del bene (malgrado la varietà del male), l’unità del reale (malgrado tanta sconcertante diversità). Bellezza, bontà, unità che nessuna ricerca intellettuale può scoprire e che l’analisi dissolve, ma della cui realtà in rari momenti lo spirito si convince, in maniera subitanea e incrollabile. Il canto di una fanciulla sotto le nuvole è sufficiente per creare la certezza. Basta anche una bella mattinata. Si tratta d’illusione o della rivelazione di una verità più profonda? Chi può dirlo?

(Aldous Huxley, Punto contro punto, capitolo 2)

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“Heiliger Dankgesang” di Beethoven: quartetto d’archi op.132. Il terzo movimento molto adagio inizia a 19:09.

Un violino, da solo, emise una nota sostenuta, poi un’altra una sesta più su, quindi scese alla quinta (mentre il secondo violino riprendeva l’attacco del primo), saltò all’ottava e rimase appeso lassù per due tempi. Più di un secolo prima, Beethoven, benché completamente sordo, aveva udito nella mente gli strumenti ad arco esprimere i suoi pensieri e sentimenti più segreti, e con l’inchiostro aveva vergato dei segni sulla carta da musica.Un secolo più tardi quattro ungheresi, leggendo la trascrizione a stampa di quei segni, avevano eseguito la musica che il compositore non aveva mai udito, tranne che nella mente. Un solco a spirale su una superficie di gommalacca aveva fissato il ricordo della loro esecuzione. (…)

Gli arcaici accordi in modo lidio rimasero sospesi: una musica impassibile, limpida, pura e cristallina come un mare tropicale o un lago alpino. Scivolava l’acqua sull’acqua, la calma sulla calma; l’accordo di orizzonti lisci e distese senz’onde, un contrappunto di serenità. Tutto era trasparente e luminoso; non c’erano foschie né crepuscoli. Era la calma della contemplazione immobile ed estatica, diversa dal torpore e dal sonno. Era la serenità del convalescente che si sveglia dopo la febbre e si sente rinascere nel regno della bellezza. Ma la febbre è “la febbre chiamata vita” e la rinascita non è di questo mondo; la bellezza è ultraterrena, la serenità del convalescente è la pace di Dio. La trama delle melodie lidie è il paradiso.
Trenta battute lente per evocare il paradiso, poi il carattere della musica cambiò improvvisamente. Da remota e arcaica divenne moderna.Le armonie lidie furono sostituite da quelle della tonalità maggiore corrispondente. Il tempo diventò più rapido. Una nuova melodia sgorgò rimbalzando sui monti terrestri, non su quelli paradisiaci. (…)

La musica ricominciò, ma nel paradiso lidio era accaduto qualcosa di nuovo e di meraviglioso. La velocità era raddoppiata e la melodia aveva contorni più chiari e decisi; una delle parti interne prese a insistere su una frase palpitante. Si sarebbe detto che per un improvviso prodigio il paradiso fosse diventato più celestiale, o fosse passato da una perfezione compiuta a una perfezione ancora più profonda e assoluta. Era rimasta la pace ineffabile, senza più essere, però, la pace della convalescenza a della passività. Era viva e palpitante, pareva aumentare e intensificarsi diventando una calma attiva, una serenità quasi appassionata. Nella musica si era realizzato il miracolo paradossale della vita e del riposo eterni.

(A. Huxley, Punto contro punto, capitolo 37)

Un articolo che confuta l’analisi musicale di Huxley: soundpostonline.com

Un articolo che ritiene accurata l’analisi di Huxley: yellowbarn.org

 

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