Il piacere

 

La dedica a Francesco Paolo Michetti:

A Francesco Paolo Michetti
Questo libro, composto nella tua casa dall’ospite bene accetto, viene a te come un rendimento di grazie, come un ex-voto.
Nella stanchezza della lunga e grave fatica, la tua presenza m’era fortificante e consolante come il mare. Nei disgusti che seguivano il doloroso e capzioso artifizio dello stile, la limpida semplicità del tuo ragionamento m’era esempio ed emendazione. Ne’ dubbii che seguivano lo sforzo dell’analisi, non di rado una tua sentenza profonda m’era di lume.
A te che studii tutte le forme e tutte le mutazioni dello spirito come studii tutte le forme e tutte le mutazioni delle cose, a te che intendi le leggi per cui si svolge l’interior vita dell’uomo come intendi le leggi del disegno e del colore, a te che sei tanto acuto conoscitor di anime quanto grande artefice di pittura io debbo l’esercizio e lo sviluppo della più nobile tra le facoltà dell’intelletto: debbo l’abitudine dell’osservazione e debbo, in ispecie, il metodo. Io sono ora, come te, convinto che c’è per noi un solo oggetto di studii: la Vita.
Siamo, in verità, assai lontani dal tempo in cui, mentre tu nella Galleria Sciarra eri intento a penetrare i segreti del Vinci e del Tiziano, io ti rivolgeva un saluto di rime sospiranti
all’Ideale che non ha tramonti,
alla Bellezza che non sa dolori!
Ben, però, un vóto di quel tempo s’è compiuto. Siam tornati insieme alla dolce patria, alla tua « vasta casa ». Non gli arazzi medìcei pendono alle pareti, né convengono dame ai nostri decameroni, né i coppieri e i levrieri di Paolo Veronese girano intorno alle mense, né
i frutti soprannaturali empiono i vasellami che Galeazzo Maria Sforza ordinò a Maffeo di Clivate. Il nostro desiderio è men superbo: e il nostro vivere è più primitivo, forse anche più omerico e più eroico se valgono i pasti lungo il risonante mare, degni d’Ajace, che interrompono i digiuni laboriosi.
Sorrido quando penso che questo libro, nel quale io studio, non senza tristezza, tanta corruzione e tanta depravazione e tanta sottilità e falsità e crudeltà vane, è stato scritto in mezzo alla semplice e serena pace della tua casa, fra gli ultimi stornelli della messe e le prime pastorali della neve, mentre insieme con le mie pagine cresceva la cara vita del tuo figliuolo.
Certo, se nel mio libro è qualche pietà umana e qualche bontà, rendo mercede al tuo figliuolo. Nessuna cosa intenerisce e solleva quanto lo spettacolo d’una vita che si schiude. Perfino lo spettacolo dell’aurora cede a quella meraviglia.
Ecco, dunque, il volume. Se, leggendolo, l’occhio ti corra più oltre e veda tu Giorgio porgerti le mani e dal tondo viso riderti, come nella divina strofe di Catullo, semihiante labello, interrompi la lettura. E le piccole calcagna rosee, dinanzi a te, premano le pagine dov’è rappresentata tutta la miseria del Piacere; e quel premere inconsapevole sia simbolo e augurio.
Ave, Giorgio. Amico e maestro, gran mercé.
Dal Convento: secondo Carmine, 1889.
G. D’A.

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Francesco Michetti, Ritratto di D’Annunzio

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Le impressioni dell’organismo mal definite:

Il malessere vago proveniva forse anche dalla mutazione del clima, delle abitudini, degli usi. L’anima converte in fenomeni psichici le impressioni dell’organismo mal definite, a quella guisa che il sogno trasforma secondo la sua natura gli incidenti del sonno.

Un elemento intermedio del nostro essere:

E da allora in poi gli avorii, gli smalti, i gioielli passarono dalle dita dell’amata in quelle dell’amante, comunicando un indefinibile diletto. Pareva ch’entrasse in loro una particella dell’amoroso fascino di quella donna, come entra nel ferro un poco della virtù d’una calamita. Era veramente una sensazione magnetica di diletto, una di quelle sensazioni acute e profonde che si provan quasi soltanto negli inizii di un amore e che non paiono avere né una sede fisica né una sede spirituale, a simiglianza di tutte le altre, ma sì bene una sede in un elemento neutro del nostro essere, in un elemento quasi direi intermedio, di natura ignota, men semplice d’uno spirito, più sottile d’una forma, ove la passione si raccoglie come in un ricettacolo, onde la passione s’irradia come da un focolare.

Il presentimento tragico della tristezza:

La sua tristezza s’aggravò. Egli si trovava in una disposizion di spirito strana. La sensibilità de’ suoi nervi era così acuta che ogni minima sensazione a lui data dalle cose esteriori pareva una ferita profonda. Mentre un pensiero fisso occupava e tormentava tutto il suo essere, egli aveva tutto il suo essere esposto agli urti della vita circostante. Contro ogni alienazione della mente ed ogni inerzia della volontà, i suoi sensi rimanevano vigili ed attivi; e di quell’attività egli aveva una conscienza non esatta. I gruppi delle sensazioni gli attraversavano d’improvviso lo spirito, simili a grandi fantasmagorie in una oscurità; e lo turbavano e sbigottivano. Le nuvole del tramonto, la forma del Tritone cupa in un cerchio di fanali smorti, quella discesa barbarica d’uomini bestiali e di giumenti enormi, quelle grida, quelle canzoni, quelle bestemmie esasperavano la sua tristezza, gli suscitavano nel cuore un timor vago, non so che presentimento tragico.

La tristezza ancora, nella descrizione più incredibile che abbia mai sentito:

… la occupò l’oscura tristezza che è in fondo a tutte le felicità umane, come alla foce di tutti i fiumi è l’acqua amara.

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Le bocche di donna del Botticelli e del Vinci:

Ci sono bocche di donne le quali paiono accendere d’amore il respiro che le apre. Le invermigli un sangue ricco più d’una porpora o le geli un pallor d’agonia, le illumini la bontà d’un consenso o le oscuri un’ombra di disdegno, le dischiuda il piacere o le torca la sofferenza, portano sempre in loro un enigma che turba gli uomini intellettuali e li attira e li captiva. Un’assidua discordia tra l’espression delle labbra e quella degli occhi genera il mistero; per che un’anima duplice vi si riveli con diversa bellezza, lieta e triste, gelida e passionata, crudele e misericorde, umile e orgogliosa, ridente e irridente; e l’ambiguità suscita l’inquietudine nello spirito che si compiace delle cose oscure. Due quattrocentisti meditativi, perseguitori infaticabili d’un Ideale raro e superno, psicologi acutissimi a cui si debbon forse le più sottili analisi della fisionomia umana, immersi di continuo nello studio e nella ricerca delle difficoltà più ardue e de’ segreti più occulti, il Botticelli e il Vinci, compresero e resero per vario modo nell’arte loro tutta l’indefinibile seduzione di tali bocche.

Botticelli - La nascita di Venere - Google Art Project.png

Botticelli, La nascita di Venere, dettaglio – google art project

Leonardo Da Vinci - Testa di Leda - dettaglio.png

Leonardo Da Vinci, Testa di Leda, dettaglio – google art project

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Una galleria di ritratti:

E vennero altre, talvolta in coppia: Barbarella Viti, la mascula, che aveva una superba testa di giovinetto, tutta quanta dorata e fulgente come certe teste giudee del Rembrandt; la contessa di Lùcoli, la dama delle turchesi, una Circe di Dosso Dossi, con due bellissimi occhi pieni di perfidia, varianti come i mari d’autunno, grigi, azzurri, verdi, indefinibili; Liliana Theed, una lady di ventidue anni, risplendente di quella prodigiosa carnagione, composta di luce, di rose e di latte, che han soltanto i babies delle grandi famiglie inglesi nelle tele del Reynolds, del Gainsborough e del Lawrence…

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Rembrandt, The jewish bride, dettaglio – google art project

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Maga Circe Di Dosso Dossi – http://www.atlantedellarteitaliana.it/artwork-8064.html, Pubblico dominio, Collegamento

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Thomas Gainsborough, The Marsham children, dettaglio – google art project

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Joshua Reynolds, A young girl and her dog, dettaglio – google art project

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La convalescenza (incipit del Libro Secondo):

La convalescenza e’ una purificazione e un rinascimento. Non mai il senso della vita è soave come dopo l’angoscia del male; e non mai l’anima umana più inclina alla bontà e alla fede come dopo aver guardato negli abissi della morte. Comprende l’uomo, nel guarire, che il pensiero, il desiderio, la volontà, la conscienza della vita non sono la vita. Qualche cosa è in lui più vigile del pensiero, più continua del desiderio, più potente della volontà, più profonda anche della conscienza; ed è la sostanza, la natura dell’essere suo. Comprende egli che la sua vita reale è quella, dirò così, non vissuta da lui; è il complesso delle sensazioni involontarie, spontanee, incoscienti, istintive; è l’attività armoniosa e misteriosa della vegetazione animale; è l’impercettibile sviluppo di tutte le metamorfosi e di tutte le rinnovellazioni. Quella vita appunto in lui compie i miracoli della convalescenza: richiude le piaghe, ripara le perdite, riallaccia le trame infrante, rammenda i tessuti lacerati, ristaura i congegni degli organi, rinfonde nelle vene la ricchezza del sangue, riannoda su gli occhi la benda dell’amore, rintreccia d’intorno al capo la corona de’ sogni, riaccende nel cuore la fiamma della speranza, riapre le ali alle chimere della fantasia.
Dopo la mortale ferita, dopo una specie di lunga e lenta agonia, Andrea Sperelli ora a poco a poco rinasceva, quasi con un altro corpo e con un altro spirito, come un uomo nuovo, come una creatura uscita da un fresco bagno letèo, immemore e vacua. Parevagli d’essere entrato in una forma più elementare. Il passato per la sua memoria aveva una sola lontananza, come per la vista il cielo stellato è un campo eguale e diffuso sebbene gli astri sian diversamente distanti. I tumulti si pacificavano, il fango scendeva dall’imo, l’anima facevasi monda; ed egli rientrava nel grembo della natura madre, sentivasi da lei maternamente infondere la bontà e la forza.

[…]

Il convalescente rinveniva sensazioni obliate della puerizia, quell’impression di freschezza che dànno al sangue puerile gli aliti del vento salso, quegli inesprimibili effetti che fanno le luci, le ombre, i colori, gli odori delle acque su l’anima vergine. Il mare non soltanto era per lui una delizia degli occhi, ma era una perenne onda di pace a cui si abbeveravano i suoi pensieri, una magica fonte di giovinezza in cui il suo corpo riprendeva la salute e il suo spirito la nobiltà. Il mare aveva per lui l’attrazion misteriosa d’una patria; ed egli vi si abbandonava con una confidenza filiale, come un figliuol debole nelle braccia d’un padre onnipossente. E ne riceveva conforto; poiché nessuno mai ha confidato il suo dolore, il suo desiderio, il suo sogno al mare invano.

– – –

Ricerca:

Era in fondo il suo cuore il desiderio di darsi, liberamente e per riconoscenza, a un essere più alto e più puro. Ma dov’era questo essere?

“Il verso è tutto”:

Il verso è tutto. Nella imitazion della Natura nessun istrumento d’arte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obediente, sensibile, fedele. Più compatto del marmo, più malleabile della cera, più sottile d’un fluido, più vibrante d’una corda, più luminoso d’una gemma, più fragrante d’un fiore, più tagliente d’una spada, più flessibile d’un virgulto, più carezzevole d’un murmure, più terribile d’un tuono, il verso è tutto e può tutto. Può rendere i minimi moti del sentimento e i minimi moti della sensazione; può definire l’indefinibile e dire l’ineffabile; può abbracciare l’illimitato e penetrare l’abisso; può avere dimensioni d’eternità; può rappresentare il sopraumano, il soprannaturale, l’oltramirabile; può inebriare come un vino, rapire come un’estasi; può nel tempo medesimo posseder il nostro intelletto, il nostro spirito, il nostro corpo; può, infine, raggiungere l’Assoluto. Un verso perfetto e assoluto, immutabile, immortale; tiene in sé le parole con la coerenza d’un diamante; chiude il pensiero come in un cerchio preciso che nessuna forza mai riuscirà a rompere; diviene indipendente da ogni legame da ogni dominio; non appartiene più all’artefice, ma è di tutti e di nessuno, come lo spazio, come la luce, come le cose immanenti e perpetue. Un pensiero esattamente espresso in un verso perfetto è un pensiero che già esisteva preformato nella oscura profondità della lingua. Estratto dal poeta, séguita ad esistere nella conscienza degli uomini. Maggior poeta è dunque colui che sa discoprire, disviluppare, estrarre un maggior numero di codeste preformazioni ideali. Quando il poeta è prossimo alla scoperta d’uno di tali versi eterni, è avvertito da un divino torrente di gioia che gli invade d’improvviso tutto l’essere.

– – –

Ella parlava di musica:

Ella parlava di musica con sottilità d’intenditrice; e per rendere il sentimento, che una data composizione o l’intera arte di un dato maestro suscitava in lei, aveva espressioni ingegnose ed imagini ardite.
– Io ho eseguita ed ascoltata molta musica – diceva ella. – E di ogni Sinfonia, di ogni Sonata, di ogni Notturno, di ogni singolo pezzo insomma, conservo una imagine visibile, un’impressione di forma e di colore, una figura, un gruppo di figure, un paesaggio; tanto che tutti i miei pezzi prediletti portano un nome, secondo l’imagine. Io ho, per esempio, la Sonata delle quaranta nuore di Priamo, il Notturno della Bella addormentata nel bosco, la Gavotta delle dame gialle, la Giga del mulino, il Preludio della goccia d’acqua, e così via.
Ella si mise a ridere, d’un tenue riso che su quella bocca afflitta aveva una indicibile grazia e sorprendeva come un baleno inatteso.
– Ti ricordi, Francesca, in collegio, di quanti commenti in margine affliggemmo la musica di quel povero Chopin, del nostro divino Federico? Tu eri la mia complice. Un giorno mutammo tutti i titoli allo Schumann, con gravi discussioni; e tutti i titoli avevano una lunga nota esplicativa. Conservo ancóra quelle carte, per memoria. Ora, quando risuono i Myrthen e le Albumblätter, tutte quelle significazioni misteriose mi sono incomprensibili; la commozione e la visione sono assai diverse; ed è un fino piacere questo, di poter paragonare il sentimento presente con il passato, la nuova imagine con l’antica.

[…]

Ella cantò ancóra un’Arietta di Antonio Salieri. Poi sonò una Toccata di Leonardo Leo, una Gavotta del Rameau e una Giga di Sebastiano Bach. Riviveva meravigliosamente sotto le sue dita la musica del XVIII secolo, così malinconica nelle arie di danza: che paion composte per esser danzate in un pomeriggio languido d’una estate di San Martino, entro un parco abbandonato, tra fontane ammutolite, tra piedestalli senza statue, sopra un tappeto di rose morte, da coppie di amanti prossimi a non amar più.

La voce dei bambini:

Delfina ora parlava, parlava abondantemente, ripetendo senza fine le stesse cose, infatuata della cerva, mescolando le più strane fantasie, inventando lunghe storie monotone, confondendo una favola con l’altra, componendo intrichi ne’ quali si smarriva ella stessa. Parlava, parlava, con una specie d’inconscienza, quasi che l’aria del mattino l’avesse inebriata; e intorno a quella sua cerva chiamava figli e figlie di re, cenerentole, reginelle, maghi, mostri, tutti i personaggi de’ regni imaginarii, in folla, in tumulto, come nella metamorfosi continua d’un sogno. Parlava allo stesso modo che un uccello gorgheggia, con modulazioni canore, talvolta con successioni di suoni che non eran parole, ne’ quali esalavasi l’onda musicale già iniziata, come il fremito d’una corda nella pausa, quando in quello spirito infantile il legame tra il segno verbale e l’idea rimaneva interrotto.

– – –

Torture nel sonno:

Oscuramente, a traverso il mio cervello, come ombre spesse, guizzavano terribili pensieri, imagini di dolore insostenibili; e il mio cuore aveva urti e sussulti improvvisi, e io mi ritrovava con gli occhi aperti nelle tenebre, senza sapere se uscivo da un sogno o se fino allora ero stata desta a pensare e a imaginare. E questa specie di dubbio dormiveglia, assai più torturante dell’insonnio, durava, durava, durava.

– – –

Due sonate di Beethoven (nota: sono descritte in ordine inverso, prima la op.27/2  sonata numero 14 Chiaro di Luna, e poi la op.27/1 sonata numero 13):

Sonò le due Sonate-Fantasie del Beethoven (op. 27). L’una, dedicata a Giulietta Guicciardi, esprimeva una rinunzia senza speranza, narrava il risveglio dopo un sogno troppo a lungo sognato. L’altra fin dalle prime battute dell’Andante, in un ritmo soave e piano, accennava a un riposo dopo la tempesta; quindi, passando per le irrequietudini del secondo tempo, allargavasi in un Adagio di luminosa serenità e finiva con un Allegro vivace in cui era una sollevazion di coraggio e quasi un ardore.

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