A dialogue of Self and Soul

“Dialogo fra l’Anima e il Sé” di William B. Yeats, con il mio solito tentativo di traduzione.

Due ritratti di William B. Yeats dipinti dal padre John B. Yeats (National Gallery of Ireland).

J.B.Yeats - Ritratto di W.B.Yeats - 1900

A DIALOGUE OF SELF AND SOUL

I

My Soul. I summon to the winding ancient stair;
Set all your mind upon the steep ascent,
Upon the broken, crumbling battlement,
Upon the breathless starlit air,
Upon the star that marks the hidden pole;
Fix every wandering thought upon
That quarter where all thought is done:
Who can distinguish darkness from the soul?

My Self. The consecretes blade upon my knees
Is Sato’s ancient blade, still as it was,
Still razor-keen, still like a looking-glass
Unspotted by the centuries;
That flowering, silken, old embroidery, torn
From some court-lady’s dress and round
The wodden scabbard bound and wound
Can, tattered, still protect, faded adorn.

My Soul. Why should the imagination of a man
Long past his prime remember things that are
Emblematical of love and war?
Think of ancestral night that can,
If but imagination scorn the earth
And intellect is wandering
To this and that and t’other thing,
Deliver from the crime of death and birth.

My self. Montashigi, third of his family, fashioned it
Five hundred years ago, about it lie
Flowers from I know not what embroidery—
Heart’s purple—and all these I set
For emblems of the day against the tower
Emblematical of the night,
And claim as by a soldier’s right
A charter to commit the crime once more.

My Soul. Such fullness in that quarter overflows
And falls into the basin of the mind
That man is stricken deaf and dumb and blind,
For intellect no longer knows
Is from the Ought, or Knower from the Known
That is to say, ascends to Heaven;
Only the dead can be forgiven;
But when I think of that my tongue’s a stone.

II

My Self. A living man is blind and drinks his drop.
What matter if the ditches are impure?
The ignominy of boyhood; the distress
Of boyhood changing into man;
The unfinished man and his pain
Brought face to face with his own clumsiness;

The finished man among his enemies? —
How in the name of Heaven can he escape
That defiling and disfigured shape
The mirror of malicious eyes
Casts upon his eyes until at last
He thinks that shape must be his shape?
And what’s the good of an escape
If honour find him in the wintry blast?

I am content to live it all again
And yet again, if it be life to pitch
Into the frog-spawn of a blind man’s ditch,
A blind man battering blind men;
Or into that most fecund ditch of all,
The folly that man does
Or must suffer, if he woos
A proud woman not kindred of his soul.

I am content to follow to its source
Every event in action or in thought;
Measure the lot; forgive myself the lot!
When such as I cast out remorse
So great a sweetness flows into the breast
We must laugh and we must sing,
We are blest by everything,
Everything we look upon is blest.

J.B.Yeats - Ritratto di W.B.Yeats - 1898

DIALOGO FRA L’ANIMA E IL SE’

I

Anima. Ti invito presso l’antica scala a chiocciola;
Disponi la tua mente per l’erta salita,
Verso il bastione distrutto, pericolante,
Verso l’aria rarefatta della notte stellata,
Verso la stella che indica il polo segreto;
Fissa ogni pensiero vagante nel
Luogo in cui i pensieri prendono forma:
Chi può distinguere la tenebra dall’anima?

Sé. La lama consacrata che tengo sulle ginocchia
E’ l’antica lama di Sato, ancora come nuova,
Ancora affilata, ancora come uno specchio
Immune ai segni dei secoli;
Quel ricamo fiorito, serico, scucito
Dal vestito di qualche dama di corte avvolto
E legato intorno al fodero di legno può,
Ornamento logoro e sbiadito, ancor proteggere.

Anima. Perché dovrebbe l’immaginazione di un uomo
Ancor prima del proprio fondamento ricordare
Emblemi di amore e guerra?
Pensa ad una notte ancestrale che possa,
Se solo l’immaginazione sdegnasse la terra
E l’intelletto potesse vagare
Fra questa e codesta e quell’altra cosa,
Liberare dal crimine di morte e nascita.

Sé. Montashigi, terzo della sua famiglia, la modellò
Cinquecento anni fa, avvolti ad essa vi sono
Fiori da non so quale arte del ricamo-
Cuore purpureo- che io dispongo
Quali emblemi del giorno contro la torre
Emblematica della notte,
E chiedo come è diritto di un soldato
La licenza di perpetrare di nuovo il crimine.

Anima. Tanta pienezza da quel luogo sgorga
E si riversa nel bacino della mente
Da rendere l’uomo sordo cieco e stordito,
Poiché l’intelletto non distingue più
L’E’ dal Dovrebbe, o il Sapiente dal Sapere
Vale a dire, ascende ai Cieli;
Solo i morti possono essere perdonati;
Ma quando ci penso la mia lingua è di pietra.

II

Sé. Un uomo che vive è cieco e s’abbevera.
Che importa se le fonti sono inquinate?
L’infamia della giovinezza; lo sforzo
Della giovinezza nel divenire adulta;
L’uomo incompiuto e il dolore
Di trovarsi di fronte alla propria goffaggine;

L’uomo compiuto fra i suoi nemici? –
Come in nome del Cielo può egli fuggire
Quella forma corrotta e sfigurata
Che lo specchio di occhi maliziosi
Rende ai suoi occhi fino al pensiero
Che quella forma debba essere sua?
E a che giova una fuga
Se l’onore lo coglie nel gelo invernale?

Sarei felice di rivivere tutto di nuovo
E poi di nuovo, foss’anche vita da scovare
Dentro le uova di rana nella fonte di un cieco,
Un cieco che abbatte uomini ciechi;
O in quella fonte più feconda di tutte,
La follia che l’uomo compie
O che deve subire, corteggiando
Una donna orgogliosa e poco affine all’anima sua.

Sarei contento di risalire all’origine
D’ogni gesto d’azione o pensiero;
Misurarne la quantità; dimenticare la mia quantità!
Poiché non appena abbandono il rimorso
Una grande dolcezza fluisce nel petto
Tale da dover ridere e cantare,
Tale che tutto è benedizione,
Tutto ciò che ci riguarda è benedizione.

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