Funghi di Yuggoth (XV-XXXVI)

Traduzione amatoriale in versi liberi dei sonetti di Lovecraft Fungi from Yuggoth (seconda parte).

L’originale on line qui: hplovecraft.com
L’originale in pdf qui: Fungi from Yuggoth
Traduzione sonetti da I a XIV qui: Funghi di Yuggoth (I-XIV)
Immagini da incisioni di Bruegel il vecchio.

bruegel il vecchio 3

XV. Antarktos

Nel mio strano sogno il grande uccello mormorava
Dell’oscura forma conica situata nella vastità polare;
Gravante sulla calotta di ghiaccio, isolata e torva,
Battuta e deturpata da impetuose tempeste di eoni.

Non v’è forma di vita che si aggiri lassù,
E nient’altro che aurore pallide e fiochi raggi solari
Raggiungono quella roccia erosa, le cui origini ancestrali
Sono vagamente intuibili solo dagli Antichi.

Se mai uomo dovesse avvistarla, potrebbe soltanto meravigliarsi
Di come la Natura abbia potuto edificare un siffatto rilievo;
Ma l’uccello parlava di parti ancor più ampie, che un miglio

Sotto la crosta di ghiaccio si celano e covano e attendono.
Dio aiuti il sognatore a cui le folli visioni rivelano
Lo sguardo morto appostato negli abissi di cristallo!

XVI. La finestra

La casa era antica, e da essa si diramavano ali intricate,
In cui nessuno avrebbe potuto orientarsi,
E c’era, in una stanzetta più o meno sul retro,
Una peculiare finestra anticamente murata con pietre.

Là, in un’infanzia da incubo, ero solito andare
Solo, nel regno oscuro e nebuloso della notte;
Fra le ragnatele mi facevo strada stranamente senza
Alcuna paura, e con sempre crescente meraviglia.

Vi portai un giorno dei muratori, intento a scoprire
La vista che i miei sconosciuti antenati si erano preclusi,
Ma appena sfondarono la pietra, un soffio d’aria

Irruppe dai vuoti alieni che si spalancavano dietro di essa.
Loro fuggirono — io invece guardai e vi trovai sviscerati
Tutti i mondi selvaggi di cui parlavano i miei sogni.

XVII. Un ricordo

Steppe vastissime e pianure rocciose
Sconfinate si stendevano sotto la notte stellata,
Ove dei falò alieni illuminavano flebilmente
Mandrie di bestie pelose con i loro campanacci.

A meridione la piana ampia declinava
Verso la linea scura e irregolare di un muro di cinta
Steso come un immenso pitone di certe epoche remote
Congelato e fossilizzato dal tempo.

Un brivido sinistro mi scosse nell’aria gelida e penetrante,
E mentre mi chiedevo dove fossi e come vi fossi giunto,
Una sagoma ammantata si stagliò dinnanzi ai fuochi del campo,

Prese ad avvicinarsi, e mi chiamò per nome.
Fissando sotto il cappuccio quel volto morto,
Cessai di sperare — poiché compresi.

XVIII. I giardini dello Yin

Oltre quella cinta, le cui torri muschiose
Furono innalzate quasi al cielo dagli antichi massoni,
Avrebbero dovuto esservi terrazzamenti fioriti, ricchi giardini,
E svolazzamento d’api, uccelli e farfalle.

Avrebbero dovuto esservi sentieri, ponti su laghetti di ninfee,
Templi riflessi sulla superficie dell’acqua tiepida,
E ciliegi dal fogliame delicato e i rami protesi
Verso gli aironi in volo nel cielo rosa.

Tutto ciò avrebbe dovuto esservi, poiché non è forse vero
Che l’impeto dei sogni spalanca le porte di quel labirinto di pietra
In cui i ruscelli tracciano pigri le proprie anse,

Trovando la via fra i grappoli sporgenti dai vitigni?
Mi affrettai — ma di fronte all’alto muro, sinistro e immane,
Scoprii che più non v’era alcun accesso.

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XIX. Le campane

Per anni ho sentito in lontananza quel suono cupo
Di campane portato dal vento tetro di mezzanotte;
Rintocchi di un campanile a me sconosciuto,
Che giungevano alterati, come da un’ampia traiettoria nel vuoto.

Cercavo indizi nei miei sogni e ricordi,
Nella mia mente risuonavano numerose visioni;
La tranquilla Innsmouth, dove i gabbiani indugiavano
Presso l’antica guglia che un tempo mi fu familiare.

Perplesso stavo a sentire quelle note lontane,
Finché la pioggia gelida e tremenda di una notte di Marzo
Mi riportò attraverso le spire della memoria

Ai battacchi impazziti di antiche torri campanarie.
Rintoccavano — ma i rintocchi provenivano dai fondali
Dimenticati e sommersi delle tenebrose maree notturne.

XX. Aridità notturne

Da che cripta siano strisciate fuori, non lo so,
Ma tutte le notti vedo quelle cose gommose,
Nere, cornute e agili, dotate di ali membranose,
E di code bifide simili a barbigli infernali.

Arrivano in legioni sospinte dal vento del nord,
E con una presa malefica che irrita e punge
Mi sequestrano per un viaggio mostruoso
Nelle grigie segrete dei mondi dell’incubo.

Vagano tra i picchi frastagliati di Thok,
Indifferenti ai miei tentativi di gridare,
E giù verso le profondità di quel turpe lago

In cui gonfi e sonnolenti si tuffano gli shoggoth.
Ma ehi! Se solo emettessero un suono riconoscibile,
O avessero un volto degno d’essere definito tale!

XXI. Nyarlathotep

Ed infine dall’entroterra d’Egitto venne
Lo strano Signore oscuro a cui s’inchinavano i fellahin;
Magro, silenzioso, misteriosamente fiero,
Avvolto di stoffe rosse come il sole infuocato.

Le folle lo circondavano, bramose dei suoi ordini,
Che difficilmente avrebbero potuto sentire in quella calca;
Ma il suo temuto verbo veniva diffuso in ogni nazione
E le bestie selvagge lo seguivano e gli leccavano le mani.

Ben presto dal mare sorse qualcosa di nocivo;
Lande dimenticate e guglie d’oro ammuffite;
Il terreno era crepato, e folli aurore crollavano

Tra le fortezze terremotate dell’uomo.
Poi, devastando ciò che avrebbe potuto modellare,
L’ignorante Caos soffiò via le ceneri della Terra.

XXII. Azathoth

Nell’insipiente vuoto il demone mi trasportò,
Oltre la massa lucente di spazio dimensionale,
Finché non fu più tempo né materia dinanzi a me,
Ma solo Caos, senza alcun luogo o forma.

In quell’oscurità il Dio di Ogni Cosa borbottò
Cose che aveva sognato e non poteva comprendere,
Mentre intorno a lui pipistrelli deformi e goffi svolazzavano
In volute ignoranti abbandonate alle correnti d’aria.

Danzavano come folli l’acuta e tagliente nenia
Suonata da zampe mostruose su un flauto crepato
Le cui insensate frequenze fluiscono in combinazioni casuali

Che determinano la legge eterna di ogni fragile cosmo.
“Io sono il Suo Messaggero,” disse il demone,
E come per spregio colpì la testa del suo Maestro.

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XXIII. Miraggio

Non so se mai sia esistito —
Quel mondo perduto che fluisce sulle correnti del tempo —
Eppure lo vedo spesso, in un’aura viola,
Risplendere sulla scia di certi sogni indefiniti.

V’erano strane torri e fiumi in piena,
Labirinti del mistero e arcobaleni,
E cieli accesi di fiammate rosse, simili a rami tremanti
Di malinconia al calar di una notte d’inverno.

Vaste brughiere delimitate da coste erbose disabitate,
Ove planavano enormi volatili, e su un colle spazzato dal vento
Stava un antico villaggio dal campanile bianco,

I cui rintocchi serali sento ancora echeggiare.
Non so dove si trovi quel paese — né trovo il coraggio
Di chiedermi quando o perché vi andai, o vi andrò.

XXIV. Il canale

Sperduto nei sogni c’è un luogo maledetto
I cui edifici alti e abbandonati si susseguono
Lungo un canale profondo, angusto, oscuro, odorante
Di oscenità, le cui correnti fluiscono oleose.

Vicoli stretti fra vecchi muri che quasi si toccano
Convogliano in strade note o forse ignote,
Mentre il chiaro di luna traccia tenui riflessi spettrali
Su lunghe file di finestre altrimenti buie e inanimate.

Non s’ode un passo, l’unico suono leggero
E’ quello dell’acqua oleosa che scivola
Sotto i ponti di pietra, e fra le sponde artificiali

Del suo letto inclinato verso un oceano ignoto.
Nessuno è sopravvissuto per raccontare l’inondazione
Che spazzò via quella regione persa nel mondo dei sogni.

XXV. San Toad

“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Lo udii gridare
Mentre mi arrischiavo in quei vicoli folli
Che degenerano negli oscuri e indefiniti labirinti
A sud del fiume in cui sta il sogno dei secoli antichi.

Era un figuro furtivo, gobbo e cencioso,
E in un lampo, barcollando, sparì dalla vista,
Così proseguii nella notte verso le ombre dei tetti
Degli edifici che si stagliavano maligni e irregolari.

Non esiste una guida su cui stia scritto cosa aspettarsi —
Ma ad un tratto udii le grida d’un altro uomo:
“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Mi sentii mancare,

E mi fermai, al che un terzo saggio gracchiò impaurito:
“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Inorridito, corsi —
Finché all’improvviso comparve il campanile nero.

XXVI. I famigliari

John Whateley viveva a circa un miglio dalla città,
Lassù dove le colline si facevano impervie;
Pensavamo che avesse qualche rotella fuori posto,
Considerando lo stato di decadenza della sua fattoria.

Sprecava i suoi giorni su libri bizzarri
Recuperati da qualche parte in soffitta,
Finché strane rughe solcarono il suo volto,
Che a detta dei cittadini ora metteva a disagio.

Quando prese a ululare di notte, decidemmo
Di farlo rinchiudere prima che potesse nuocere,
Così tre uomini della fattoria di Aylesbury

Andarono a prenderlo — ma tornarono spaventati e senza di lui.
L’avevano sorpreso a parlare con due esseri rannicchiati
Che al loro ingresso spiccarono il volo con grandi ali nere.

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XXVII. Il faro dell’Anziano

Da Leng, dove le alture rocciose salgono desolate e spoglie
Sotto stelle fredde invisibili all’uomo,
Scaturisce al crepuscolo un singolo fascio di luce blu
I cui riflessi remoti fanno crollare in preghiera i pastori.

Si dice (ma non per esperienza) che provenga
Da un faro situato in una torre di pietra,
Ove l’Anziano trascorre la vita in solitudine,
Parlando al Caos mediante colpi di tamburo.

La Cosa, si mormora, indossa una maschera di seta
Gialla, le cui insolite pieghe sembrano nascondere
Un volto non di questa terra, benché nessuno osi

Anche solo immaginare le fattezze ivi celate.
Molti, durante la prima giovinezza, videro quel bagliore,
Ma ciò che scopersero nessuno saprà mai.

XXVIII. Aspettazione

Non so dire perché certe cose mi diano
L’impressione d’insondate e incombenti meraviglie,
O di un’incrinatura nel muro dell’orizzonte
Che si apre su mondi appartenenti ai soli dei.

C’è una soffocante, vaga aspettazione,
Come di grandi sfarzi che a mala pena ricordo,
O di avventure selvagge, incorporee,
Gravide d’estasi, libere come un sogno lucido.

Si può trovare in tramonti e strane guglie,
Antichi villaggi e boschi e rilievi brumosi,
Venti del sud, mare, basse colline e città illuminate,

Vecchi giardini, strofe di canti e vampe lunari.
Ma benché una tale chiamata valga il senso della vita,
Nessuno la riceve o immagina quale sia la contropartita.

XXIX. Nostalgia

Una volta all’anno, presi dalla malinconia autunnale,
Gli uccelli spiccano il volo sull’oceano deserto,
Chiamandosi e cinguettando con gioiosa frenesia
Alla ricerca di terre note alla propria memoria profonda.

Immensi giardini terrazzati in cui abbondano le fioriture
E filari di mango dal sapore delizioso,
E templi creati dagli intrecci degli alberi sopra freschi sentieri —
Tutte queste cose furono rivelate loro in sogno.

Perlustrano il mare in cerca della costa ancestrale —
Dell’alta città, chiara e turrita —
Ma solo una distesa d’acqua scorre dinanzi a loro,

Finché ad un certo punto si voltano per tornare.
Ancora una volta, nel fondo dell’abisso affollato da polipi alieni,
Non giunge alle antiche torri il canto perduto e mai dimenticato.

XXX. Retroterra

Non è possibile legarmi a cose nuove e fredde,
Poiché venni alla luce in una vecchia cittadina,
Dove dalla finestra scorgevo solo tetti delle case declinare
Giù fino ad un porto pittoresco foriero di visioni.

Strade con soglie di pietra dove i riflessi del tramonto
Inondavano i vetri di vecchie lunette e finestrelle,
E campanili Georgiani rifiniti con imposte dorate —
Queste erano le vedute che modellavano i miei sogni infantili.

Un tale patrimonio, custodito a lievitare per molto tempo,
Può sciogliere non soltanto le fragili catene dei fantasmi
Che spiccano il volo verso destini instabili e disordinati

Attraverso i confini immutabili della terra e del cielo.
Ma può strappare anche i legacci del tempo e rendermi libero
Di affrontare solitario l’eternità.

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XXXI. L’abitante

E’ stata antica quando Babilonia era nuova;
Nessuno sa per quanto abbia riposato sotto quei monti,
In cui i nostri scavi ne scoprirono infine
Gli edifici di granito e li riportarono alla luce.

C’erano ampi pavimenti e muri di fondazione,
Piani diroccati e statue, prova scolpita dell’esistenza
Di esseri fantastici di un tempo passato
Più remoto di quanto l’umanità possa ricordare.

E poi vedemmo quei gradini di pietra che portavano,
Attraverso un ingresso sigillato con dolomite istoriata,
Giù fino ad un rifugio avvolto in un’infinita notte

Turbata da iscrizioni ancestrali e segreti primitivi.
Sgomberammo un accesso — ma battemmo in ritirata
Quando da là sotto provenne un frastuono di passi.

XXXII. Alienazione

Il suo corpo carnale non si era mai allontanato,
Poiché ad ogni alba si ritrovava al solito posto,
Ma durante la notte il suo spirito amava scorrazzare
Fra insenature e luoghi lontani dal mondo comune.

Vide Yaddith, o così riteneva la sua mente,
E pure sopravvisse alla zona di Ghoor,
Quando in una notte calma fu scagliata dai vuoti abissali
La conduttura che risucchia nella curvatura dello spazio.

Si svegliò quel mattino come un uomo invecchiato,
E niente per lui fu più come prima.
Le cose gli fluttuano intorno opache e spente —

False, pallide imitazioni di una dimensione più vasta.
La sua gente e i suoi amici sono ora una folla aliena
A cui cercare di appartenere di nuovo è vana fatica.

XXXIII. Sirene portuali

Al di sopra dei vecchi tetti e delle guglie diroccate
Le sirene portuali fischiano per tutta la notte;
Strane bocche di porto, e spiagge lontane e chiare,
E oceani favolosi, organizzate in cori eterogenei.

Ciascuna estranea e sconosciuta all’altra, benché tutte,
Mediante una sorta di forza misteriosamente concentrata
Scaturita da insenature estranee alla rotta dello Zodiaco,
Siano fuse in un unica arcana vibrazione cosmica.

Tramite sogni oscuri inviano una serie scandita
Di ancor più oscuri disegni e cenni e scorci;
Echi dal vuoto spaziale, e indizi sottili

Di cose che in sé non potrebbero essere definite.
E sempre in quel coro, appena percettibili,
Cogliamo note mai emesse da alcuna nave terrestre.

XXXIV. Riconquista

La via seguiva un’oscura brughiera semi-boscosa
Puntellata dalle gobbe muschiose dei massi grigi,
E strane gocce, inquietanti e fredde,
Zampillavano da ruscelli nascosti in bacini sotterranei.

Non v’era alcuna traccia del vento, né di un suono
Fra i cespugli intricati, o fra quegli alberi dalle fattezze aliene,
Né alcuna veduta degna di nota — quando a un tratto,
Dritto in fronte a me, vidi un tumulo immane.

Quasi dall’alto del cielo incombevano le ripide pendici,
La cui armonia erbosa era interrotta da una scalinata
Di lava che arrampicava quell’altura del terrore

Con gradini troppo ampi per qualunque uso umano.
Gridai — e riconobbi la stella e l’era primitive
Che mi avevano rapito dall’effimera sfera dei sogni umani

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XXXV. Stella serale

La vidi da quella posizione nascosta e quieta
Dove il vecchio bosco racchiude una radura.
Splendeva fra tutte le glorie del tramonto — fioca
In principio, ma con un volto sempre più acceso.

Venne la notte, e quel faro solitario, color ambra,
Si impresse nei miei occhi come mai niente prima;
La stella serale — era divenuta nel frattempo un’ossessione
Mille volte più grande nel silenzio della solitudine.

Tracciava strane figure nell’aria tremolante —
Vaghi ricordi che hanno sempre colmato i miei occhi —
Grandi torri e giardini; mari e cieli curiosi

Dalla vitalità incerta — non saprei dire in che luogo.
Ma ora so che quei raggi, attraverso la volta del cosmo,
Erano un richiamo dalla mia casa lontana e perduta.

XXXVI. Continuità

V’è in certe cose antiche come una traccia vaga
Di essenza — più che di forma o di sostanza;
Un etere lieve, indeterminato,
Benché vincolato alle leggi di tempo e spazio.

Il debole, velato segnale delle continuità
Che un osservatore esterno non saprebbe descrivere;
Delle dimensioni rinchiuse contenenti gli anni trascorsi,
Accessibili solo mediante chiavi occulte.

La mia maggiore emozione è vedere i raggi del sole
Splendere sulle vecchie fattorie di una collina,
E colorare di vita le forme che indugiano da secoli

Su un sogno più reale del nostro qui presente.
In quella luce strana sento di non essere lontano
Dalla massa immobile sui cui lati poggiano le ere.

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