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Santo Stefano di Camastra

Dalla terra nasce ogni terraglia, dal fuoco nasce, dall’aria, dall’acqua, nasce ogni forma dall’informe, dal miscuglio l’ordine, la bellezza dal bisogno, l’armonia dal necessario. Amore e pazienza muovono il mondo, muovono mano, intelligenza, creano il piano e il fondo, il pieno e il vuoto, il concavo e il convesso.
Dal fango nasce ogni fangotto, dalla creta cratere scifo anfora olpe ariballo, màfara lemmo bòmbolo quartara, lumera della notte, matràngela bianca. Idria, giarrah per l’olio. Da Santo Stefano, dalla fornace d’Armao o di Gerbino venne la più capace, la badessa. Dal paese rinato sopra il poggio, tracciato dal duca di Camastra sul disegno del parco di Versailles, della Flora di Palermo, rombo dentro quadrilatero, raggi che si partono dal centro per ogni punto, ogni viaggio.
Va nella pirrera, nei cunicoli nelle trincee dei Torrazzi il cretarolo, carica coi corbelli muli asini. Ammassa la roba nella fossa, sparge ad asciugare nello spiazzo. Batte con la pala mazza alza polverazzo. E’ il momento dell’acqua e dell’impasto. Fanghìa principiando a caso, quindi l’impastatore a piede nudo, storto, dà ritmo criterio geometria alla sua danza. Primo è il ventaglio, a spicchi, secondo il vortice, a spirale di lumaca, terzo è il cerchio, una corona dentro l’altra.
Ora passa la roba al torniante. Lavora, gràmola la pasta, riduce il pezzo in palla, pone sul tornio, gira raddrizza percia bagna tira la creta, passa la stecca sulla forma incerta, toglie le bave dentro il fondo ampio.
Sul fondamento secco, sodo, sul pezzo basilare alza la giara, fascia sopra fascia, innesto delicato nel lento movimento, rastremando mano a mano, creando la curva della volta, maestosa come cupola di chiesa, creando il collo, la goliera d’ornamento, la bocca, il labbro.
Asciutta, secca per il sole, il tempo, viene all’interno resa stagna con piombo sciolto, polvere di selce di Leonforte o di Tropea, dal fregatore di Favara, uso a fuochi zolfi fusione di metalli.
Infornata insieme alle compagne d’uguale o di misura differente, un cantaro due cantari quattro cantari, nell’assestamento sapiente sul dammuso, nella camera soprana della cottura, dall’infornatore, accorto a impilare separando fondo dalla bocca, pance fra di loro.
Giunge il frascarolo dai boschi demaniali di Caronia o San Fratello, dai feudi obliati di Lanza o Pignatelli, col carro alto d’olivastro lentischio scannabecco, che sfiora tegole balconi.
Giunge il cuocitore, getta a piene mani, nella bocca della camera sottana, sale per il malocchio, accende la lumera a sant’Antonio. Dà esca, ciba poco a poco con fascine, governa il fuoco per le ore giuste. Tura infine la bocca per lo scemare lento del calore.
Sfornata, la giara stefanara, onore e vanto d’ogni stovigliere, suona a ogni tocco, in ogni punto, chiara e sicura, come una campana tortoriciana, parte sopra il veliero per Cefalù, Marsala, parte per Girgenti, arriva, per scambio di terraglie, fino a Marsiglia, fino a La Marsa.

Vicnenzo Consolo, Nottetempo, casa per casa

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Santo Stefano di Camastra, la lavorazione della ceramica illustrata in un giardino pubblico:

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Genovesino e Soresina

Immagini da “Soresina dalle origini al tramonto dell’ancien régime”, da “La chiesa prepositurale di San Siro in Soresina”, dal catalogo “Genovesino e Piacenza”, e dal vivo.

Genovesino - Studio per il volto di un vecchio - catalogo

Genovesino – Studio per il volto di un vecchio

Genovesino - particolare

Genovesino - Miracolo della Mula

Genovesino – Miracolo della Mula – Soresina, Santa Maria del Cingaro

Genovesino Ultima Cena

Genovesino - L'ultima cena in San Siro a Soresina

Genovesino – L’ultima cena in San Siro a Soresina

San Siro in Soresina

San Siro in Soresina

San Siro in Soresina, volta affrescata e tela di E. Lodi

San Siro in Soresina, “arcata cieca” affrescata.

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San Siro - opere

San Siro in Soresina, mappa delle opere

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San Cristoforo

Piacenza, Oratorio di San Cristoforo.

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Oratorio di san Cristoforo, Piacenza. Abside con affreschi e “quinte” affrescate che dividono la zona del coro.

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Oratorio di san Cristoforo, Piacenza. “Madonna e San Gregorio”, 1690, tela di Roberto de Longe (autore del ciclo di S. Antonino nell’omonima basilica)

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Oratorio di san Cristoforo, Piacenza. La cupola affrescata.

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Chiamato della Morte per la presenza, un tempo, della confraternita che prestava assistenza durante i riti funebri. Opera forse del Valmagini, presenta una cupola affrescata dal Bibiena [1690].

L’edificio è stato commissionato dalla Confraternita detta della Morte, esistente sin dal 1260 presso la chiesa di santa Maria dell’Argine. Nel XVI sec. l’associazione religiosa trovava poi sistemazione nella chiesa di San Silvestro, denominata della “Morte Vecchia”. La Chiesa di San Cristoforo, detta “della Morte Nuova” viene edificata a partire dall’anno 1686 ed inaugurata nel 1690; soppressa nel periodo francese viene riaperta nel periodo della Restaurazione, ma nel frattempo la confraternita era stata sciolta. […]

La tipologia è quella dell’oratorio, cioè luogo di culto destinato ad un gruppo di persone: questo di San Cristoforo è pubblico ed anche la pianta centrale e raccolta richiama l’idea di un luogo intimo, costruito per la comunità.
Certamente l’opera è frutto di una collaborazione tra il Bibiena e l’architetto ducale Domenico Valmagini; quest’ultimo utilizza qui la cultura scenografica a livello urbanistico applicando, infatti, la veduta per angolo codificata dal Bibiena.
L’Oratorio di San Cristoforo, posto nella parte nord della città, all’interno del castrum romano, si situa, infatti, all’angolo di due assi stradali e permette la percezione dello scorcio scenografico da più punti di vista.
La facciata timpanata è caratterizzata dall’addizione dell’ordine gigante ionico applicato a lesene di doppio spessore.
Nell’interno viene sottolineata l’impostazione teatrale nella realizzazione di una sorta luogo per sacre manifestazioni, mediante un accordo tra architettura reale, le nicchie e quattro palchetti, e quella invece dipinta a quadratura dal Bibiena e dal Natali.

Fonte: Cenni storici sull’Oratorio San Cristoforo o “della Morte Nuova”

 

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Il Pordenone in S.Maria di Campagna

 

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… Venuto il Pordenone in credito e fama, fu condotto a Piacenza, donde, poi che vi ebbe lavorate alcune cose, se n’andò a Mantoa, […] con suo molto onore ritornò a Piacenza, e quivi, oltre molti altri lavori, dipinse in S. Maria di Campagna tutta la tribuna, se bene una parte ne rimase imperfetta per la sua partita; che fu poi con diligenza finita da maestro Bernardo da Vercelli. Fece in detta chiesa due capelle a fresco: in una storie di S. Caterina, e nell’altra la natività di Cristo et adorazione de’ Magi, ambedue lodatissime. Dipinse poi nel bellissimo giardino di Messer Bernaba dal Pozzo dottore alcuni quadri di poesia, e nella detta chiesa di Campagna la tavola di Sant’Agostino, entrando in chiesa, a man sinistra. Le quali tutte bellissime opere furono cagione che i gentiluomini di quella città gli facessero in essa pigliar donna e l’avessero sempre in somma venerazione.

Giorgio Vasari – Le vite… (1568)

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Piacenza, Santa Maria di Campagna, la cupola vista dal centro della chiesa. Unico punto da cui si può vedere la “lanterna” con raffigurato il creatore

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Schema degli affreschi

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Vista degli affreschi dal ballatoio della cupola

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Le otto lunette dei profeti. Tutti indicano Dio nell’alto della lanterna, che da qui non è visibile.

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La parte inferiore degli affreschi, dalle finestre in giù, è quella completata dal Sojaro

 

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Guardando all’interno verso il basso si intravvede l’opera del Guercino illuminata. Fra gli affreschi del Sojaro, la scena al centro è molto simile a quella nella cappella della natività del Pordenone (vedi qui)

 

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Vista dal basso della cappella di S.Caterina. L’uomo sulla destra che regge il libro dovrebbe essere un autoritratto del Pordenone.

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Vista dal basso della cappella della natività con “l’asino più bello del Cinquecento” secondo la guida.

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Visita dei Magi (e visita dei pastori nella lunetta).

Altre immagini già pubblicate qui: Piccolo reportage S. Maria di Campagna e S. Sisto

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Piccolo reportage San Francesco, Sant’Antonino, San Savino

Click su ogni immagine per ingrandire.

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Chiesa di San Francesco, Piacenza.

Cappella “della concezione di Maria”, affreschi e pala d’altare di Gian Battista Trotti, 1594:

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Cappella “di S.Francesco d’Assisi”, affresco del XVII sec.:

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Cappella “di Maria immacolata”, affreschi del XVI sec.:

Informazioni su restauri e demolizioni, e una fotografia degli affreschi rinvenuti nel chiostro sud:

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Basilica di Sant’Antonino, Piacenza.

L’organo:

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La volta, affreschi del XVII sec.:

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Il cadavere decapitato di S.Antonino (una delle quattro tele di Robert De Longe, 1693):

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Particolare di “ultima cena” (Bernardo Castello, 1624):

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Il chiostro:

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Informazioni generali, architettoniche, artistiche:

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Basilica di San Savino, Piacenza.

La piccola cappella affrescata:

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I mosaici pavimentali:

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I mosaici nella cripta:

Informazioni sulla basilica:

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Piccolo reportage S. Maria di Campagna e S. Sisto

Click su ogni immagine per ingrandire.

Due inquadrature della cupola della Basilica di Santa Maria di Campagna a Piacenza, dell’architetto piacentino Alessio Tramello, XVI sec., affrescata principalmente dal “Pordenone”:

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“la cupola ed il tamburo realizzati rispettivamente da Giovanni Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone e Bernardino Gatti detto il Soiaro in un periodo compreso tra il 1530 ed il 1543” (santamariadicampagna.com)

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Su santamariadicampagna.com c’è un’incredibile galleria ad alta definizione degli affreschi.

Compare in una bacheca una lettera con cui il “Guercino” Francesco Barbieri, artista tanto amato a Piacenza, comunica che la tela a lui commissionata sarà pronta in due anni (sopra le colonne della chiesa c’è una fascia di trenta e più tele raffiguranti scene sacre) (purtroppo quella del Guercino è illuminata male e quasi non si vede):

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“Cento ducatoni d’argento per ogni figura integra” (nella tela vi sono tre figure)

Anche due cappelle della chiesa sono completamente affrescate dal Pordenone:

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G. A. de Sacchis detto il Pordenone, Cappella di Santa Caterina, S.Maria di Campagna (PC)

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G. A. de Sacchis detto il Pordenone, Cappella di Santa Caterina – particolare, S.Maria di Campagna (PC)

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G.A. de’ Sacchis detto il Pordenone, Cappella delle natività, S.Maria di Campagna (PC)

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G.A. de’ Sacchis detto il Pordenone, Cappella delle natività, particolare

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G.A.de’ Sacchis detto il Pordenone, “Sant’Agostino”, affresco, particolare. S.Maria di Campagna (PC). L’inquadratura non è delle migliori, per evitare i riflessi.

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San Sisto, Piacenza, sempre di A.Tramello:

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Facciata e chiostro d’ingresso

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Cancello in ferro battuto (chiostri) e sullo sfondo un’opera “ricevuta in dono da Dresda” che riprende la Madonna Sistina di Raffaello.

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Vista del soffitto della navata, San Sisto (PC)

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La copia della “Madonna Sistina” nella sua grande cornice barocca (San Sisto, PC)

La vicenda della “Madonna Sistina” è raccontata in dettaglio su vari pannelli informativi disposti nella cripta, che io ho trovato aperta:

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Gli angioletti famosi di Raffaello (sotto) vengono messi a confronto con quelli della copia (sopra)

La chiesa di San Sisto offre anche altri particolari interessanti, fra cui a mio avviso i “paliotti in scagliola” (decorazioni in gesso del ‘700 che simulano gli intarsi in marmo degli altari, info qui):

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Paliotto in scagliola, particolare, San Sisto (PC)

Una tavola in legno dipinta nel 1546:

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S.Novelli, Madonna con bambino e i ss. Girolamo e Pietro, 1546, San Sisto (PC) – l’inquadratura è storta –

Ma soprattutto le bellissime tarsie lignee del coro:

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Un po’ di informazioni dettagliate:

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Postilla:

Capitolo dedicato a Dresda, tratto dal Viaggio musicale in Germania e Paesi Bassi di Charles Burney (1772), in cui è citata la Madonna di Raffaello acquisita da Augusto III da non molti anni.

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In Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.
Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire e vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.

[Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia]

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Il venditore di arance, illustazione di Guttuso per “Conversazione in Sicilia”

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La madre con l’aringa affumicata, illustrazione di Guttuso per “Conversazione in Sicilia”

 

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