Archivi categoria: Incontri o luoghi

Piccolo reportage San Francesco, Sant’Antonino, San Savino

Click su ogni immagine per ingrandire.

– – –

Chiesa di San Francesco, Piacenza.

Cappella “della concezione di Maria”, affreschi e pala d’altare di Gian Battista Trotti, 1594:

san francesco-3

san francesco-4

san francesco-6

Cappella “di S.Francesco d’Assisi”, affresco del XVII sec.:

san francesco-20

Cappella “di Maria immacolata”, affreschi del XVI sec.:

Informazioni su restauri e demolizioni, e una fotografia degli affreschi rinvenuti nel chiostro sud:

– – –

Basilica di Sant’Antonino, Piacenza.

L’organo:

sant'antonino-11

La volta, affreschi del XVII sec.:

sant'antonino-13

Il cadavere decapitato di S.Antonino (una delle quattro tele di Robert De Longe, 1693):

sant'antonino-14

Particolare di “ultima cena” (Bernardo Castello, 1624):

sant'antonino-19

Il chiostro:

sant'antonino-10

Informazioni generali, architettoniche, artistiche:

– – –

Basilica di San Savino, Piacenza.

La piccola cappella affrescata:

san savino-11

I mosaici pavimentali:

san savino-10

san savino-21

san savino-20

san savino-22

I mosaici nella cripta:

Informazioni sulla basilica:

san savino-23

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in *Fabrizio, Arte o fotografia, Incontri o luoghi

Piccolo reportage S. Maria di Campagna e S. Sisto

Click su ogni immagine per ingrandire.

Due inquadrature della cupola della Basilica di Santa Maria di Campagna a Piacenza, dell’architetto piacentino Alessio Tramello, XVI sec., affrescata principalmente dal “Pordenone”:

santa maria di campagna-11

“la cupola ed il tamburo realizzati rispettivamente da Giovanni Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone e Bernardino Gatti detto il Soiaro in un periodo compreso tra il 1530 ed il 1543” (santamariadicampagna.com)

santa maria di campagna-15

Su santamariadicampagna.com c’è un’incredibile galleria ad alta definizione degli affreschi.

Compare in una bacheca una lettera con cui il “Guercino” Francesco Barbieri, artista tanto amato a Piacenza, comunica che la tela a lui commissionata sarà pronta in due anni (sopra le colonne della chiesa c’è una fascia di trenta e più tele raffiguranti scene sacre) (purtroppo quella del Guercino è illuminata male e quasi non si vede):

santa maria di campagna-10

“Cento ducatoni d’argento per ogni figura integra” (nella tela vi sono tre figure)

Anche due cappelle della chiesa sono completamente affrescate dal Pordenone:

santa maria di campagna-12

G. A. de Sacchis detto il Pordenone, Cappella di Santa Caterina, S.Maria di Campagna (PC)

santa maria di campagna-14

G. A. de Sacchis detto il Pordenone, Cappella di Santa Caterina – particolare, S.Maria di Campagna (PC)

santa maria di campagna-16

G.A. de’ Sacchis detto il Pordenone, Cappella delle natività, S.Maria di Campagna (PC)

santa maria di campagna-19

G.A. de’ Sacchis detto il Pordenone, Cappella delle natività, particolare

santa maria di campagna-20

G.A.de’ Sacchis detto il Pordenone, “Sant’Agostino”, affresco, particolare. S.Maria di Campagna (PC). L’inquadratura non è delle migliori, per evitare i riflessi.

– – – –

San Sisto, Piacenza, sempre di A.Tramello:

san sisto-33.jpg

Facciata e chiostro d’ingresso

san sisto-32.jpg

Cancello in ferro battuto (chiostri) e sullo sfondo un’opera “ricevuta in dono da Dresda” che riprende la Madonna Sistina di Raffaello.

san sisto-27.jpg

Vista del soffitto della navata, San Sisto (PC)

san sisto-19.jpg

La copia della “Madonna Sistina” nella sua grande cornice barocca (San Sisto, PC)

La vicenda della “Madonna Sistina” è raccontata in dettaglio su vari pannelli informativi disposti nella cripta, che io ho trovato aperta:

san sisto-22

san sisto-23

san sisto-24

 

san sisto-25.jpg

Gli angioletti famosi di Raffaello (sotto) vengono messi a confronto con quelli della copia (sopra)

La chiesa di San Sisto offre anche altri particolari interessanti, fra cui a mio avviso i “paliotti in scagliola” (decorazioni in gesso del ‘700 che simulano gli intarsi in marmo degli altari, info qui):

san sisto-21.jpg

Paliotto in scagliola, particolare, San Sisto (PC)

Una tavola in legno dipinta nel 1546:

san sisto-28.jpg

S.Novelli, Madonna con bambino e i ss. Girolamo e Pietro, 1546, San Sisto (PC) – l’inquadratura è storta –

Ma soprattutto le bellissime tarsie lignee del coro:

san sisto-11

san sisto-12

san sisto-13

san sisto-14

san sisto-15

san sisto-16

san sisto-17

san sisto-18

Un po’ di informazioni dettagliate:

san sisto-30

san sisto-31

san sisto-20

Postilla:

Capitolo dedicato a Dresda, tratto dal Viaggio musicale in Germania e Paesi Bassi di Charles Burney (1772), in cui è citata la Madonna di Raffaello acquisita da Augusto III da non molti anni.

2017-12-10 14.20.26.jpg

2017-12-10 18.36.25.jpg

Lascia un commento

Archiviato in *Fabrizio, Arte o fotografia, Incontri o luoghi

In Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.
Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire e vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.

[Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia]

guttuso

Il venditore di arance, illustazione di Guttuso per “Conversazione in Sicilia”

guttuso2

La madre con l’aringa affumicata, illustrazione di Guttuso per “Conversazione in Sicilia”

 

Lascia un commento

Archiviato in *Fabrizio, Incontri o luoghi, Libri o scrittura

Possessione

In Bretagna invece può succedere che un uomo cada in un pozzo e si ritrovi in un meleto estivo. O veda impigliarsi un’esca per i pesci nel campanile della chiesa sommersa di un altro paese.

[Antonia S. Byatt, Possessione]

possessione

FOR ANNE GREGORY

‘NEVER shall a young man,
Thrown into despair
By those great honey-coloured
Ramparts at your ear,
Love you for yourself alone
And not your yellow hair.’

‘But I can get a hair-dye
And set such colour there,
Brown, or black, or carrot,
That young men in despair
May love me for myself alone
And not my yellow hair.’

‘I heard an old religious man
But yesternight declare
That he had found a text to prove
That only God, my dear,
Could love you for yourself alone
And not your yellow hair.’

[W.B.Yeats]

Lascia un commento

Archiviato in *Fabrizio, Incontri o luoghi, Libri o scrittura

Club

Palazzi in Pall Mall, Londra, comparati a palazzi italiani (Aldous Huxley, Punto contro punto, capitolo 2):

Tre fantasmi italiani abitano discreti l’estremità orientale di Pall Mall. Li hanno evocati dal passato, e dal sole del loro paese, la ricchezza dell’Inghilterra da poco industrializzata e l’entusiastico genio architettonico di Charles Barry. Sotto lo strano nerume del Reform Club l’occhio della fede riconosce qualcosa che ricorda gradevolmente Palazzo Farnese. Pochi metri più in là, dalla caligine dell’aria londinese emerge un’altra reminiscenza di Sir Charles, ispirata alla casa che Raffaello disegnò per i Pandolfini, ossia il Traveller’s Club. Fra questi due edifici si erge, austeramente classico, severo come una prigione, lordo di fuliggine, palazzo Tantaumont, una versione minore ma pur sempre enorme della Cancelleria papale.

The Reform Club, Pall Mall, London

The Reform Club, Pall Mall, London

Palazzo_Farnese_Vasi

Palazzo Farnese (Roma)

travellers club

Traveller’s club

Raffaello Sanzio, Palazzo Pandolfini, via Sangallo, Firenze

Palazzo Pandolfini – Firenze

Il corrispettivo londinese della Cancelleria papale credo sia di finzione:

Palazzo della cancelleria

Palazzo della cancelleria

_ _ _ _

Update:
Piacenza, Via Roma, angolo giardino Merluzzo, palazzo parrocchiale adiacente a San Savino. La basilica di San Savino è molto antica, ma la facciata è del Settecento, quindi presumo che anche il palazzo sia del periodo a cui si rifà Charles Barry.

via roma.jpg

Lascia un commento

Archiviato in *Fabrizio, Incontri o luoghi, Libri o scrittura

Music at night

Da un saggio sulla musica di A. Huxley (fonte testo inglese).

Music, you say; it would be a good night for music. But I have music here in a box, shut up, like one of those bottled djinns in the Arabian Nights, and ready at a touch to break out of its prison. I make the necessary mechanical magic, and suddenly, by some miraculously appropriate coincidence (for I had selected the record in the dark, without knowing what music the machine would play), suddenly the introduction to the Benedictus in Beethoven’s Missa Solemnis begins to trace its patterns on the moonless sky. The Benedictus.

Blessed and blessing, this music is in some sort the equivalent of the night, of the deep and living darkness, into which, now in a single jet, now in a fine interweaving of melodies, now in pulsing and almost solid clots of harmonious sound, it pours itself, stanchlessly pours itself, like time, like the rising and falling, falling trajectories of a life. It is the equivalent of the night in another mode of being, as an essence is the equivalent of the flowers, from which it is distilled. There is, at least there sometimes seems to be, a certain blessedness lying at the heart of things, a mysterious blessedness, of whose existence occasional accidents or providences (for me, this night is one of them) make us obscurely, or it may be intensely, but always fleetingly, alas, always only for a few brief moments aware. In the Benedictus Beethoven gives expression to this awareness of blessedness. His music is the equivalent of this Mediterranean night, or rather of the blessedness as it would be if it could be sifted clear of irrelevance and accident, refined and separated out into its quintessential purity. “Benedictus, benedictus…” One after another the voices take up the theme propounded by the orchestra and lovingly mediated through a long and exquisite solo (for the blessedness reveals itself most often to the solitary spirit) by a single violin. “Benedictus, benedictus. . .” And then, suddenly, the music dies; the flying djinn has been rebottled. With a stupid insect-like insistence, a steel point rasps and rasps the silence. At school, when they taught us what was technically known as English, they used to tell us to “express in our own words” some passage from whatever play of Shakespeare was at the moment being rammed, with all its annotations — particularly the annotations — down our reluctant throats. So there we would sit, a row of inky urchins, laboriously translating “now silken dalliance in the wardrobe lies” into “now smart silk clothes lie in the wardrobe,” or “To be or not to be” into “I wonder whether I ought to commit suicide or not.” When we had finished, we would hand in our papers, and the presiding pedagogue would give us marks, more or less, according to the accuracy with which “our own words” had “expressed” the meaning of the Bard. He ought, of course, to have given us naught all round with a hundred lines to himself for ever having set us the silly exercise. Nobody’s “own words,” except those of Shakespeare himself, can possibly “express” what Shakespeare meant. The substance of a work of art is inseparable from its form; its truth and its beauty are two and yet, mysteriously, one. The verbal expression of even a metaphysic or a system of ethics is very nearly as much of a work of art as a love poem. The philosophy of Plato expressed in the “own words” of Jowett is not the philosophy of Plato; nor in the “own words” of, say, Billy Sunday, is the teaching of St. Paul St. Paul’s teaching. “Our own words” are inadequate even to express the meaning of other words; how much more inadequate, when it is a matter of rendering meanings which have their original expression in terms of music or one of the visual arts! What, for example, does music “say”? You can buy at almost any concert an analytical program that will tell you exactly. Much too exactly; that is the trouble. Every analyst has his own version. Imagine Pharaoh’s dream interpreted successively by Joseph, by the Egyptian soothsayers, by Freud, by Rivers, by Adler, by Jung, by Wohlgemuth: it would “say” a great many different things. Not nearly so many, however, as the Fifth Symphony has been made to say in the verbiage of its analysts. Not nearly so many as the Virgin of the Rocks and the Sistine Madonna have no less lyrically said. Annoyed by the verbiage and this absurd multiplicity of attributed “meanings,” some critics have protested that music and painting signify nothing but themselves; that the only things they “say” are things, for example, about modulations and fugues, about color values and three-dimensional forms. That they say anything about human destiny or the universe at large is a notion which these purists dismiss as merely nonsensical. If the purists were right, then we should have to regard painters and musicians as monsters. For it is strictly impossible to be a human being and not to have views of some kind about the universe at large, very difficult to be a human being and not to express those views, at any rate by implication. Now, it is a matter of observation that painters and musicians are not monsters. Therefore… The conclusion follows, unescapably. It is not only in program music and problem pictures that composers and painters express their views about the universe. The purest and most abstract artistic creations can be, in their own peculiar language, as eloquent in this respect as the most deliberately tendencious.

Compare, for example, a Virgin by Piero della Francesca with a Virgin by Tura. Two Madonnas — and the current symbolical conventions are observed by both artists.

Piero della Francesca

Piero della Francesca, Madonna di Brera

Madonna_della_Misericordia.JPG

Piero della Francesca, Madonna di San Sepolcro

Comsimo Tura small.jpg

Cosimo Tura, The Virgin and Child Enthroned, mid-1470s, Oil and egg on poplar, 239 x 101.6 cm, National Gallery, London

 

Cosimo Tura

The difference, the enormous difference between the two pictures is a purely pictorial difference, a difference in the forms and their arrangement, in the disposition of the lines and planes and masses. To any one in the least sensitive to the eloquence of pure form, the two Madonnas say utterly different things about the world. Piero’s composition is a welding together of smooth and beautifully balanced solidities. Everything in his universe is endowed with a kind of supernatural substantiality, is much more “there” than any object of the actual world could possibly be. And how sublimely rational, in the noblest, the most humane acceptation of the word, how orderedly philosophical is the landscape, are all the inhabitants of this world! It is the creation of a god who “ever plays the geometer.” What does she say, this Madonna from San Sepolcro? If I have not wholly mistranslated the eloquence of Piero’s forms, she is telling us of the greatness of the human spirit, of its power to rise above circumstance and dominate fate. If you were to ask her, “How shall I be saved?” “By Reason,” she would probably answer. And, anticipating Milton, “Not only, not mainly upon the Cross,” she would say, “is Paradise regained, but in those deserts of utter solitude where man puts forth the strength of his reason to resist the Fiend.” This particular mother of Christ is probably not a Christian. Turn now to Tura’s picture. It is fashioned out of a substance that is like the living embodiment of flame — flame-flesh, alive and sensitive and suffering. His surfaces writhe away from the eye, as though shrinking, as though in pain. The lines flow intricately with something of that disquieting and, you feel, magical calligraphy, which characterizes certain Tibetan paintings. Look closely; feel your way into the picture, into the painter’s thoughts and intuitions and emotions. This man was naked and at the mercy of destiny. To be able to proclaim the spirit’s stoical independence, you must be able to raise your head above the flux of things; this man was sunk in it, overwhelmed. He could introduce no order into his world; it remained for him a mysterious chaos, fantastically marbled with patches, now of purest heaven, now of the most excruciating hell. A beautiful and terrifying world, is this Madonna’s verdict; a world like the incarnation, the material projection, of Ophelia’s madness. There are no certainties in it but suffering and occasional happiness. And as for salvation, who knows the way of salvation? There may perhaps be miracles, and there is always hope. The limits of criticism are very quickly reached. When he has said “in his own words” as much, or rather as little, as “own words” can say, the critic can only refer his readers to the original work of art: let them go and see for themselves. Those who overstep the limit are either rather stupid, vain people, who love their “own words” and imagine that they can say in them more than “own words” are able in the nature of things to express. Or else they are intelligent people who happen to be philosophers or literary artists and who find it convenient to make the criticism of other men’s work a jumpingoff place for their own creativity.

What is true of painting is equally true of music. Music “says” things about the world, but in specifically musical terms. Any attempt to reproduce these musical statements “in our own words” is necessarily doomed to failure. We cannot isolate the truth contained in a piece of music; for it is a beauty-truth and inseparable from its partner. The best we can do is to indicate in the most general terms the nature of the musical beauty-truth under consideration and to refer curious truth-seekers to the original. Thus, the introduction to the Benedictus in the Missa Solemnis is a statement about the blessedness that is at the heart of things. But this is about as far as “own words” will take us. If we were to start describing in our “own words” exactly what Beethoven felt about this blessedness, how he conceived it, what he thought its nature to be, we should very soon find ourselves writing lyrical nonsense in the style of the analytical program makers. Only music, and only Beethoven’s music, and only this particular music of Beethoven, can tell us with any precision what Beethoven’s conception of the blessedness at the heart of things actually was. If we want to know, we must listen — on a still June night, by preference, with the breathing of the invisible sea for background to the music and the scent of lime trees drifting through the darkness, like some exquisite soft harmony apprehended by another sense.

(A. Huxley, Music at Night)

Lascia un commento

Archiviato in *Fabrizio, Incontri o luoghi, Libri o scrittura, Musica o radio

Villa Valmarana ai Nani

Affreschi di Giambattista e Giandomenico Tiepolo nella Villa Valmarana detta “ai Nani” di Vicenza.

Scrive Goethe nel 1786: “Oggi ho visitato la Villa Valmarana che il Tiepolo ha decorato, lasciando a sua discrezione libero corso a tutte le sue virtù e ai suoi difetti. Lo stile sublime non gli è riuscito come il naturale, ma in questo vi sono cose deliziose: come decoratore, in generale, è pieno di felicità e di bravura.”

Edificio principale (Giambattista Tiepolo):

20160402_132240.jpg

Parete del salone principale

20160402_131626.jpg

Parete del salone principale

 

20160402_131659.jpg

Stanza dell’Orlando Furioso: “Angelica, principessa del Catai, legata dai pirati a uno scoglio, sta per essere divorata da un’orca marina quando Ruggero, cavalcando l’ippogrifo, una creatura alata mezzo cavallo e mezzo drago, arriva a liberarla.”

20160402_131730

Orca marina

20160402_132849.jpg

Angelica e Medoro (dettaglio)

Altre stanze dell’edificio principale (scene da Iliade, Eneide, Gerusalemme liberata):

20160402_132036

20160402_132805

20160402_132052

Achille

20160402_132524

20160402_132324

Armida

_ _ _

Edificio della Foresteria, affreschi di Giandomenico Tiepolo:

20160402_133842.jpg

20160402_133940.jpg

Stanza delle cineserie

 

20160402_133820.jpg

Cineserie (dettaglio)

20160402_134156.jpg

Dame d’inverno

20160402_134323.jpg

Tema mitologico

20160402_134613.jpg

Contadina (scene campestri)

_ _ _

tiepolo

Residenza Wurzburg, autoritratti di Giambattista e Giandomenico Tiepolo

Lascia un commento

Archiviato in *Fabrizio, Arte o fotografia, Incontri o luoghi