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“Lines Written at a Small…”

Poesia di William Wordsworth e mia dilettantesca traduzione.

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Giacomo Grosso - Fiori per l_onomastico della mamma, 1927

Giacomo Grosso – Fiori per l’onomastico della mamma, 1927

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Lines Written at a Small Distance from my House, And Sent by my Little Boy to the Person to Whom They Are Addressed.

It is the first mild day of March:
Each minute sweeter than before,
The red-breast sings from the tall larch
That stands beside our door.

There is a blessing in the air,
Which seems a sense of joy to yield
To the bare trees, and mountains bare,
And grass in the green field.

My Sister! (‘tis a wish of mine)
Now that our morning meal is done,
Make haste, your morning task resign;
Come forth and feel the sun.

Edward will come with you, and pray,
Put on with speed your woodland dress,
And bring no book, for this one day
We’ll give to idleness.

No joyless forms shall regulate
Our living Calendar:
We from to-day, my friend, will date
The opening of the year.

Love, now an universal birth,
From heart to heart is stealing,
From earth to man, from man to earth,
— It is the hour of feeling.

One moment now may give us more
Than fifty years of reason;
Our minds shall drink at every pore
The spirit of the season.

Some silent laws our hearts may make,
Which they shall long obey;
We for the year to come may take
Our temper from to-day.

And from the blessed power that rolls
About, below, above;
We’ll frame the measure of our souls,
They shall be tuned to love.

Then come, my sister! come, I pray,
With speed put on your woodland dress,
And bring no book; for this one day
We’ll give to idleness.

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Giacomo Grosso - Ritratto di bambina con ermellino, 1911.jpg

Giacomo Grosso – Ritratto di bambina con ermellino, 1911

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Versi scritti poco distante da casa mia, e inviati mediante il mio figliuolo alla persona cui sono destinati.

E’ il primo giorno mite di Marzo:
Sempre più dolce a ogni minuto,
Canta il pettirosso sul grande larice
Di fronte alla soglia di casa nostra.

C’è una benedizione nell’aria,
Che sembra uno sprazzo di gioia concesso
Agli alberi spogli, alle montagne nude,
All’erba verde dei prati.

Sorella mia! (lo desidero)
Ora che è finita la colazione,
Licenziati subito dai compiti mattutini;
Vieni qui a goderti il sole.

Edward ti accompagnerà, e ti prego,
Vesti in fretta panni campagnoli,
E niente libri; poiché oggi
Ci dedichiamo all’ozio.

Mai più una sciatta agenda scandirà
Il Calendario delle nostre vite:
Oggi, amica mia, per noi
E’ un nuovo capodanno.

L’amore, come rinascita universale,
Muove furtivo da cuore a cuore,
Dalla terra all’uomo, dall’uomo alla terra,
— E’ l’ora del sentimento.

Un istante vissuto ora può darci più
Di cinquant’anni passati a ragionare;
Ogni poro della nostra mente s’abbevera
Dello spirito di questa stagione.

I nostri cuori stringono taciti accordi
Che dovranno sempre mantenere;
Nell’anno a venire ci porteremo appresso
Il temperamento di oggi.

E con l’energia benefica sprigionata
In volteggi, salti, capriole,
Calcoleremo la frequenza delle nostre anime,
Intonate in amorevole armonia.

E allora vieni, sorella! vieni, ti prego,
Vesti subito i panni campagnoli,
E niente libri; poiché oggi
Ci dedichiamo all’ozio.

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Funghi di Yuggoth (XV-XXXVI)

Traduzione amatoriale in versi liberi dei sonetti di Lovecraft Fungi from Yuggoth (seconda parte).

L’originale on line qui: hplovecraft.com
L’originale in pdf qui: Fungi from Yuggoth
Traduzione sonetti da I a XIV qui: Funghi di Yuggoth (I-XIV)
Immagini da incisioni di Bruegel il vecchio.

bruegel il vecchio 3

XV. Antarktos

Nel mio strano sogno il grande uccello mormorava
Dell’oscura forma conica situata nella vastità polare;
Gravante sulla calotta di ghiaccio, isolata e torva,
Battuta e deturpata da impetuose tempeste di eoni.

Non v’è forma di vita che si aggiri lassù,
E nient’altro che aurore pallide e fiochi raggi solari
Raggiungono quella roccia erosa, le cui origini ancestrali
Sono vagamente intuibili solo dagli Antichi.

Se mai uomo dovesse avvistarla, potrebbe soltanto meravigliarsi
Di come la Natura abbia potuto edificare un siffatto rilievo;
Ma l’uccello parlava di parti ancor più ampie, che un miglio

Sotto la crosta di ghiaccio si celano e covano e attendono.
Dio aiuti il sognatore a cui le folli visioni rivelano
Lo sguardo morto appostato negli abissi di cristallo!

XVI. La finestra

La casa era antica, e da essa si diramavano ali intricate,
In cui nessuno avrebbe potuto orientarsi,
E c’era, in una stanzetta più o meno sul retro,
Una peculiare finestra anticamente murata con pietre.

Là, in un’infanzia da incubo, ero solito andare
Solo, nel regno oscuro e nebuloso della notte;
Fra le ragnatele mi facevo strada stranamente senza
Alcuna paura, e con sempre crescente meraviglia.

Vi portai un giorno dei muratori, intento a scoprire
La vista che i miei sconosciuti antenati si erano preclusi,
Ma appena sfondarono la pietra, un soffio d’aria

Irruppe dai vuoti alieni che si spalancavano dietro di essa.
Loro fuggirono — io invece guardai e vi trovai sviscerati
Tutti i mondi selvaggi di cui parlavano i miei sogni.

XVII. Un ricordo

Steppe vastissime e pianure rocciose
Sconfinate si stendevano sotto la notte stellata,
Ove dei falò alieni illuminavano flebilmente
Mandrie di bestie pelose con i loro campanacci.

A meridione la piana ampia declinava
Verso la linea scura e irregolare di un muro di cinta
Steso come un immenso pitone di certe epoche remote
Congelato e fossilizzato dal tempo.

Un brivido sinistro mi scosse nell’aria gelida e penetrante,
E mentre mi chiedevo dove fossi e come vi fossi giunto,
Una sagoma ammantata si stagliò dinnanzi ai fuochi del campo,

Prese ad avvicinarsi, e mi chiamò per nome.
Fissando sotto il cappuccio quel volto morto,
Cessai di sperare — poiché compresi.

XVIII. I giardini dello Yin

Oltre quella cinta, le cui torri muschiose
Furono innalzate quasi al cielo dagli antichi massoni,
Avrebbero dovuto esservi terrazzamenti fioriti, ricchi giardini,
E svolazzamento d’api, uccelli e farfalle.

Avrebbero dovuto esservi sentieri, ponti su laghetti di ninfee,
Templi riflessi sulla superficie dell’acqua tiepida,
E ciliegi dal fogliame delicato e i rami protesi
Verso gli aironi in volo nel cielo rosa.

Tutto ciò avrebbe dovuto esservi, poiché non è forse vero
Che l’impeto dei sogni spalanca le porte di quel labirinto di pietra
In cui i ruscelli tracciano pigri le proprie anse,

Trovando la via fra i grappoli sporgenti dai vitigni?
Mi affrettai — ma di fronte all’alto muro, sinistro e immane,
Scoprii che più non v’era alcun accesso.

bruegel il vecchio 6

XIX. Le campane

Per anni ho sentito in lontananza quel suono cupo
Di campane portato dal vento tetro di mezzanotte;
Rintocchi di un campanile a me sconosciuto,
Che giungevano alterati, come da un’ampia traiettoria nel vuoto.

Cercavo indizi nei miei sogni e ricordi,
Nella mia mente risuonavano numerose visioni;
La tranquilla Innsmouth, dove i gabbiani indugiavano
Presso l’antica guglia che un tempo mi fu familiare.

Perplesso stavo a sentire quelle note lontane,
Finché la pioggia gelida e tremenda di una notte di Marzo
Mi riportò attraverso le spire della memoria

Ai battacchi impazziti di antiche torri campanarie.
Rintoccavano — ma i rintocchi provenivano dai fondali
Dimenticati e sommersi delle tenebrose maree notturne.

XX. Aridità notturne

Da che cripta siano strisciate fuori, non lo so,
Ma tutte le notti vedo quelle cose gommose,
Nere, cornute e agili, dotate di ali membranose,
E di code bifide simili a barbigli infernali.

Arrivano in legioni sospinte dal vento del nord,
E con una presa malefica che irrita e punge
Mi sequestrano per un viaggio mostruoso
Nelle grigie segrete dei mondi dell’incubo.

Vagano tra i picchi frastagliati di Thok,
Indifferenti ai miei tentativi di gridare,
E giù verso le profondità di quel turpe lago

In cui gonfi e sonnolenti si tuffano gli shoggoth.
Ma ehi! Se solo emettessero un suono riconoscibile,
O avessero un volto degno d’essere definito tale!

XXI. Nyarlathotep

Ed infine dall’entroterra d’Egitto venne
Lo strano Signore oscuro a cui s’inchinavano i fellahin;
Magro, silenzioso, misteriosamente fiero,
Avvolto di stoffe rosse come il sole infuocato.

Le folle lo circondavano, bramose dei suoi ordini,
Che difficilmente avrebbero potuto sentire in quella calca;
Ma il suo temuto verbo veniva diffuso in ogni nazione
E le bestie selvagge lo seguivano e gli leccavano le mani.

Ben presto dal mare sorse qualcosa di nocivo;
Lande dimenticate e guglie d’oro ammuffite;
Il terreno era crepato, e folli aurore crollavano

Tra le fortezze terremotate dell’uomo.
Poi, devastando ciò che avrebbe potuto modellare,
L’ignorante Caos soffiò via le ceneri della Terra.

XXII. Azathoth

Nell’insipiente vuoto il demone mi trasportò,
Oltre la massa lucente di spazio dimensionale,
Finché non fu più tempo né materia dinanzi a me,
Ma solo Caos, senza alcun luogo o forma.

In quell’oscurità il Dio di Ogni Cosa borbottò
Cose che aveva sognato e non poteva comprendere,
Mentre intorno a lui pipistrelli deformi e goffi svolazzavano
In volute ignoranti abbandonate alle correnti d’aria.

Danzavano come folli l’acuta e tagliente nenia
Suonata da zampe mostruose su un flauto crepato
Le cui insensate frequenze fluiscono in combinazioni casuali

Che determinano la legge eterna di ogni fragile cosmo.
“Io sono il Suo Messaggero,” disse il demone,
E come per spregio colpì la testa del suo Maestro.

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XXIII. Miraggio

Non so se mai sia esistito —
Quel mondo perduto che fluisce sulle correnti del tempo —
Eppure lo vedo spesso, in un’aura viola,
Risplendere sulla scia di certi sogni indefiniti.

V’erano strane torri e fiumi in piena,
Labirinti del mistero e arcobaleni,
E cieli accesi di fiammate rosse, simili a rami tremanti
Di malinconia al calar di una notte d’inverno.

Vaste brughiere delimitate da coste erbose disabitate,
Ove planavano enormi volatili, e su un colle spazzato dal vento
Stava un antico villaggio dal campanile bianco,

I cui rintocchi serali sento ancora echeggiare.
Non so dove si trovi quel paese — né trovo il coraggio
Di chiedermi quando o perché vi andai, o vi andrò.

XXIV. Il canale

Sperduto nei sogni c’è un luogo maledetto
I cui edifici alti e abbandonati si susseguono
Lungo un canale profondo, angusto, oscuro, odorante
Di oscenità, le cui correnti fluiscono oleose.

Vicoli stretti fra vecchi muri che quasi si toccano
Convogliano in strade note o forse ignote,
Mentre il chiaro di luna traccia tenui riflessi spettrali
Su lunghe file di finestre altrimenti buie e inanimate.

Non s’ode un passo, l’unico suono leggero
E’ quello dell’acqua oleosa che scivola
Sotto i ponti di pietra, e fra le sponde artificiali

Del suo letto inclinato verso un oceano ignoto.
Nessuno è sopravvissuto per raccontare l’inondazione
Che spazzò via quella regione persa nel mondo dei sogni.

XXV. San Toad

“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Lo udii gridare
Mentre mi arrischiavo in quei vicoli folli
Che degenerano negli oscuri e indefiniti labirinti
A sud del fiume in cui sta il sogno dei secoli antichi.

Era un figuro furtivo, gobbo e cencioso,
E in un lampo, barcollando, sparì dalla vista,
Così proseguii nella notte verso le ombre dei tetti
Degli edifici che si stagliavano maligni e irregolari.

Non esiste una guida su cui stia scritto cosa aspettarsi —
Ma ad un tratto udii le grida d’un altro uomo:
“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Mi sentii mancare,

E mi fermai, al che un terzo saggio gracchiò impaurito:
“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Inorridito, corsi —
Finché all’improvviso comparve il campanile nero.

XXVI. I famigliari

John Whateley viveva a circa un miglio dalla città,
Lassù dove le colline si facevano impervie;
Pensavamo che avesse qualche rotella fuori posto,
Considerando lo stato di decadenza della sua fattoria.

Sprecava i suoi giorni su libri bizzarri
Recuperati da qualche parte in soffitta,
Finché strane rughe solcarono il suo volto,
Che a detta dei cittadini ora metteva a disagio.

Quando prese a ululare di notte, decidemmo
Di farlo rinchiudere prima che potesse nuocere,
Così tre uomini della fattoria di Aylesbury

Andarono a prenderlo — ma tornarono spaventati e senza di lui.
L’avevano sorpreso a parlare con due esseri rannicchiati
Che al loro ingresso spiccarono il volo con grandi ali nere.

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XXVII. Il faro dell’Anziano

Da Leng, dove le alture rocciose salgono desolate e spoglie
Sotto stelle fredde invisibili all’uomo,
Scaturisce al crepuscolo un singolo fascio di luce blu
I cui riflessi remoti fanno crollare in preghiera i pastori.

Si dice (ma non per esperienza) che provenga
Da un faro situato in una torre di pietra,
Ove l’Anziano trascorre la vita in solitudine,
Parlando al Caos mediante colpi di tamburo.

La Cosa, si mormora, indossa una maschera di seta
Gialla, le cui insolite pieghe sembrano nascondere
Un volto non di questa terra, benché nessuno osi

Anche solo immaginare le fattezze ivi celate.
Molti, durante la prima giovinezza, videro quel bagliore,
Ma ciò che scopersero nessuno saprà mai.

XXVIII. Aspettazione

Non so dire perché certe cose mi diano
L’impressione d’insondate e incombenti meraviglie,
O di un’incrinatura nel muro dell’orizzonte
Che si apre su mondi appartenenti ai soli dei.

C’è una soffocante, vaga aspettazione,
Come di grandi sfarzi che a mala pena ricordo,
O di avventure selvagge, incorporee,
Gravide d’estasi, libere come un sogno lucido.

Si può trovare in tramonti e strane guglie,
Antichi villaggi e boschi e rilievi brumosi,
Venti del sud, mare, basse colline e città illuminate,

Vecchi giardini, strofe di canti e vampe lunari.
Ma benché una tale chiamata valga il senso della vita,
Nessuno la riceve o immagina quale sia la contropartita.

XXIX. Nostalgia

Una volta all’anno, presi dalla malinconia autunnale,
Gli uccelli spiccano il volo sull’oceano deserto,
Chiamandosi e cinguettando con gioiosa frenesia
Alla ricerca di terre note alla propria memoria profonda.

Immensi giardini terrazzati in cui abbondano le fioriture
E filari di mango dal sapore delizioso,
E templi creati dagli intrecci degli alberi sopra freschi sentieri —
Tutte queste cose furono rivelate loro in sogno.

Perlustrano il mare in cerca della costa ancestrale —
Dell’alta città, chiara e turrita —
Ma solo una distesa d’acqua scorre dinanzi a loro,

Finché ad un certo punto si voltano per tornare.
Ancora una volta, nel fondo dell’abisso affollato da polipi alieni,
Non giunge alle antiche torri il canto perduto e mai dimenticato.

XXX. Retroterra

Non è possibile legarmi a cose nuove e fredde,
Poiché venni alla luce in una vecchia cittadina,
Dove dalla finestra scorgevo solo tetti delle case declinare
Giù fino ad un porto pittoresco foriero di visioni.

Strade con soglie di pietra dove i riflessi del tramonto
Inondavano i vetri di vecchie lunette e finestrelle,
E campanili Georgiani rifiniti con imposte dorate —
Queste erano le vedute che modellavano i miei sogni infantili.

Un tale patrimonio, custodito a lievitare per molto tempo,
Può sciogliere non soltanto le fragili catene dei fantasmi
Che spiccano il volo verso destini instabili e disordinati

Attraverso i confini immutabili della terra e del cielo.
Ma può strappare anche i legacci del tempo e rendermi libero
Di affrontare solitario l’eternità.

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XXXI. L’abitante

E’ stata antica quando Babilonia era nuova;
Nessuno sa per quanto abbia riposato sotto quei monti,
In cui i nostri scavi ne scoprirono infine
Gli edifici di granito e li riportarono alla luce.

C’erano ampi pavimenti e muri di fondazione,
Piani diroccati e statue, prova scolpita dell’esistenza
Di esseri fantastici di un tempo passato
Più remoto di quanto l’umanità possa ricordare.

E poi vedemmo quei gradini di pietra che portavano,
Attraverso un ingresso sigillato con dolomite istoriata,
Giù fino ad un rifugio avvolto in un’infinita notte

Turbata da iscrizioni ancestrali e segreti primitivi.
Sgomberammo un accesso — ma battemmo in ritirata
Quando da là sotto provenne un frastuono di passi.

XXXII. Alienazione

Il suo corpo carnale non si era mai allontanato,
Poiché ad ogni alba si ritrovava al solito posto,
Ma durante la notte il suo spirito amava scorrazzare
Fra insenature e luoghi lontani dal mondo comune.

Vide Yaddith, o così riteneva la sua mente,
E pure sopravvisse alla zona di Ghoor,
Quando in una notte calma fu scagliata dai vuoti abissali
La conduttura che risucchia nella curvatura dello spazio.

Si svegliò quel mattino come un uomo invecchiato,
E niente per lui fu più come prima.
Le cose gli fluttuano intorno opache e spente —

False, pallide imitazioni di una dimensione più vasta.
La sua gente e i suoi amici sono ora una folla aliena
A cui cercare di appartenere di nuovo è vana fatica.

XXXIII. Sirene portuali

Al di sopra dei vecchi tetti e delle guglie diroccate
Le sirene portuali fischiano per tutta la notte;
Strane bocche di porto, e spiagge lontane e chiare,
E oceani favolosi, organizzate in cori eterogenei.

Ciascuna estranea e sconosciuta all’altra, benché tutte,
Mediante una sorta di forza misteriosamente concentrata
Scaturita da insenature estranee alla rotta dello Zodiaco,
Siano fuse in un unica arcana vibrazione cosmica.

Tramite sogni oscuri inviano una serie scandita
Di ancor più oscuri disegni e cenni e scorci;
Echi dal vuoto spaziale, e indizi sottili

Di cose che in sé non potrebbero essere definite.
E sempre in quel coro, appena percettibili,
Cogliamo note mai emesse da alcuna nave terrestre.

XXXIV. Riconquista

La via seguiva un’oscura brughiera semi-boscosa
Puntellata dalle gobbe muschiose dei massi grigi,
E strane gocce, inquietanti e fredde,
Zampillavano da ruscelli nascosti in bacini sotterranei.

Non v’era alcuna traccia del vento, né di un suono
Fra i cespugli intricati, o fra quegli alberi dalle fattezze aliene,
Né alcuna veduta degna di nota — quando a un tratto,
Dritto in fronte a me, vidi un tumulo immane.

Quasi dall’alto del cielo incombevano le ripide pendici,
La cui armonia erbosa era interrotta da una scalinata
Di lava che arrampicava quell’altura del terrore

Con gradini troppo ampi per qualunque uso umano.
Gridai — e riconobbi la stella e l’era primitive
Che mi avevano rapito dall’effimera sfera dei sogni umani

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XXXV. Stella serale

La vidi da quella posizione nascosta e quieta
Dove il vecchio bosco racchiude una radura.
Splendeva fra tutte le glorie del tramonto — fioca
In principio, ma con un volto sempre più acceso.

Venne la notte, e quel faro solitario, color ambra,
Si impresse nei miei occhi come mai niente prima;
La stella serale — era divenuta nel frattempo un’ossessione
Mille volte più grande nel silenzio della solitudine.

Tracciava strane figure nell’aria tremolante —
Vaghi ricordi che hanno sempre colmato i miei occhi —
Grandi torri e giardini; mari e cieli curiosi

Dalla vitalità incerta — non saprei dire in che luogo.
Ma ora so che quei raggi, attraverso la volta del cosmo,
Erano un richiamo dalla mia casa lontana e perduta.

XXXVI. Continuità

V’è in certe cose antiche come una traccia vaga
Di essenza — più che di forma o di sostanza;
Un etere lieve, indeterminato,
Benché vincolato alle leggi di tempo e spazio.

Il debole, velato segnale delle continuità
Che un osservatore esterno non saprebbe descrivere;
Delle dimensioni rinchiuse contenenti gli anni trascorsi,
Accessibili solo mediante chiavi occulte.

La mia maggiore emozione è vedere i raggi del sole
Splendere sulle vecchie fattorie di una collina,
E colorare di vita le forme che indugiano da secoli

Su un sogno più reale del nostro qui presente.
In quella luce strana sento di non essere lontano
Dalla massa immobile sui cui lati poggiano le ere.

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Ballate liriche, nota e prefazione

Nota di un traduttore italiano delle Ballate Liriche di Wordsworth e Coleridge (click per ingrandire):

nota traduttore

William Wordsworth, prefazione alle Ballate Liriche di Wordsworth e Coleridge, 1800,  considerata una specie di manifesto (click per sfogliare):

 

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Canto per l’Ebreo Errante

The Pedlar

Hieronymus Bosch – The Pedlar

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Song for the Wandering Jew
BY WILLIAM WORDSWORTH

Though the torrents from their fountains
Roar down many a craggy steep,
Yet they find among the mountains
Resting-places calm and deep.

Clouds that love through air to hasten,
Ere the storm its fury stills,
Helmet-like themselves will fasten
On the heads of towering hills.

What, if through the frozen centre
Of the Alps the Chamois bound,
Yet he has a home to enter
In some nook of chosen ground:

And the Sea-horse, though the ocean
Yield him no domestic cave,
Slumbers without sense of motion,
Couched upon the rocking wave.

If on windy days the Raven
Gambol like a dancing skiff,
Not the less she loves her haven
In the bosom of the cliff.

The fleet Ostrich, till day closes,
Vagrant over desert sands,
Brooding on her eggs reposes
When chill night that care demands.

Day and night my toils redouble,
Never nearer to the goal;
Night and day, I feel the trouble
Of the Wanderer in my soul.

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William Wordsworth after Daniel Maclise


 William Wordsworth after Daniel Maclise – National Portrait Gallery – Londra

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Traduzione amatoriale:

Canto per l’Ebreo Errante
DI WILLIAM WORDSWORTH

Per quanto i torrenti dalle loro fonti
Si gettino con frastuono lungo pendii scoscesi,
Trovano sempre fra le montagne
Anse profonde e calme in cui riposare.

Le nubi che amano correre nel vento
Mentre imperversa la furia della tempesta,
Come elmi potranno adagiarsi
In capo alle più alte colline.

Sia quel che sia, se nel bel mezzo
Delle gelide Alpi un Camoscio s’accuccia,
Trova sempre un nascondiglio
In qualche meandro del terreno:

E un Cavalluccio, benché l’oceano
Non gli favorisca un rifugio adatto,
Può dormire incurante del movimento,
Adagiato e cullato fra le onde.

Se in giorni ventosi la Cornacchia
Sobbalza come una barchetta,
Tanto più apprezza il porto sicuro
Ch’è in seno alla scogliera.

L’agile Struzzo, che tutto il giorno
Ha vagato sulle sabbie desertiche,
Si ferma quieto a covare le sue uova,
Come richiesto dal gelo della notte.

Giorno e notte le mie fatiche aumentano,
Senza mai avvicinarsi a una meta;
Giorno e notte, sento il travaglio
Dell’Errante che c’è in me.

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William Wordsworth after Robert Hancock

William Wordsworth after Robert Hancock – National Portrait Gallery – Londra

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If

La poesia “If” di R. Kipling con una traduzione amatoriale in dodecasillabi ideata per mantenere le rime.

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If

If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you;
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too:
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
And yet don’t look too good, nor talk too wise;

If you can dream — and not make dreams your master;
If you can think — and not make thoughts your aim,
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same:
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build ‘em up with worn-out tools;

If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss:
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: “Hold on!”

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings — nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much:
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds’ worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that’s in it,
And — which is more — you’ll be a Man, my son!

– – – – – – – – –

Se…

… Non perdi la testa ma tutti lo fanno
E della disgrazia la colpa ti danno;
Se ascolti te stesso perché hai buon istinto
E rispetti anche chi sembra meno convinto:
Se sai aver pazienza e non temi l’attesa,
Se un uomo ti offende e non rendi l’offesa,
Se non assecondi un bugiardo che mente,
Eppur non ti mostri mai troppo saccente;

Se sei un sognator — ma coi piedi per terra;
Se adopri il cervello — ma non per la guerra,
Se incontri per strada un Trionfo o uno Smacco
E tratti ambedue con eguale distacco:
Non cedi alla rabbia a veder dei furfanti
Che sfruttan tue idee ma ne imbrogliano tanti,
Se quando son rotte le cose a te care,
Ti metti d’impegno per ricominciare;

Se puoi fare un mucchio di ciò che possiedi,
Giocartelo tutto così su due piedi
E perderlo e poi ritrovarti da zero
E non farne un lamento e non farne un mistero:
Se chiedi al tuo cuore — ai tuoi tendini e nervi
Che oltre ogni sforzo rimangan tuoi servi,
E corri anche quando nel corpo non hai
Che un grido che dice così: “Ce la fai!”

Se parli alla gente restando virtuoso,
Se i Re tu frequenti e non sei pretenzioso,
Se amici e nemici non sono un intoppo,
D’ognun tieni conto, ma invero mai troppo:
Se poi sai riempire i minuti impietosi
Con tutti i sessanta secondi preziosi,
E’ tua già la Terra, con ciò che contiene,
E tu — mio figliuolo — sei un Uomo per bene!

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Un uomo giovane e vecchio

W. B. Yeats
A Man Young And Old

I. First Love

Though nurtured like the sailing moon
In beauty’s murderous brood,
She walked awhile and blushed awhile
And on my pathway stood
Until I thought her body bore
A heart of flesh and blood.

But since I laid a hand thereon
And found a heart of stone
I have attempted many things
And not a thing is done,
For every hand is lunatic
That travels on the moon.

She smiled and that transfigured me
And left me but a lout,
Maundering here, and maundering there,
Emptier of thought
Than the heavenly circuit of its stars
When the moon sails out.

II. Human Dignity

Like the moon her kindness is,
If kindness I may call
What has no comprehension in’t,
But is the same for all
As though my sorrow were a scene
Upon a painted wall.

So like a bit of stone I lie
Under a broken tree.
I could recover if I shrieked
My heart’s agony
To passing bird, but I am dumb
From human dignity.

III. The Mermaid

A mermaid found a swimming lad,
Picked him for her own,
Pressed her body to his body,
Laughed; and plunging down
Forgot in cruel happiness
That even lovers drown.

IV. The Death of the Hare

I have pointed out the yelling pack,
The hare leap to the wood,
And when I pass a compliment
Rejoice as lover should
At the drooping of an eye,
At the mantling of the blood.

Then suddenly my heart is wrung
By her distracted air
And I remember wildness lost
And after, swept from there,
Am set down standing in the wood
At the death of the hare.

V. The Empty Cup

A crazy man that found a cup,
When all but dead of thirst,
Hardly dared to wet his mouth
Imagining, moon-accursed,
That another mouthful
And his beating heart would burst.
October last I found it too
But found it dry as bone,
And for that reason am I crazed
And my sleep is gone.

VI. His Memories

We should be hidden from their eyes,
Being but holy shows
And bodies broken like a thorn
Whereon the bleak north blows,
To think of buried Hector
And that none living knows.

The women take so little stock
In what I do or say
They’d sooner leave their cosseting
To hear a jackass bray;
My arms are like the twisted thorn
And yet there beauty lay;

The first of all the tribe lay there
And did such pleasure take—
She who had brought great Hector down
And put all Troy to wreck—
That she cried into this ear,
‘Strike me if I shriek.’

VII. The Friends of his Youth

Laughter not time destroyed my voice
And put that crack in it,
And when the moon’s pot-bellied
I get a laughing fit,
For that old Madge comes down the lane,
A stone upon her breast,
And a cloak wrapped about the stone,
And she can get no rest
With singing hush and hush-a-bye;
She that has been wild
And barren as a breaking wave
Thinks that the stone’s a child.

And Peter that had great affairs
And was a pushing man
Shrieks, ‘I am King of the Peacocks,’
And perches on a stone;
And then I laugh till tears run down
And the heart thumps at my side,
Remembering that her shriek was love
And that he shrieks from pride.

VIII. Summer and Spring

We sat under an old thorn-tree
And talked away the night,
Told all that had been said or done
Since first we saw the light,
And when we talked of growing up
Knew that we’d halved a soul
And fell the one in t’other’s arms
That we might make it whole;
Then Peter had a murdering look,
For it seemed that he and she
Had spoken of their childish days
Under that very tree.
O what a bursting out there was,
And what a blossoming,
When we had all the summer-time
And she had all the Spring!

IX. The Secrets of the Old

I have old women’s secrets now
That had those of the young;
Madge tells me what I dared not think
When my blood was strong,
And what had drowned a lover once
Sounds like an old song.

Though Margery is stricken dumb
If thrown in Madge’s way,
We three make up a solitude;
For none alive to-day
Can know the stories that we know
Or say the things we say:

How such a man pleased women most
Of all that are gone,
How such a pair loved many years
And such a pair but one,
Stories of the bed of straw
Or the bed of down.

X. His Wildness

O bid me mount and sail up there
Amid the cloudy wrack,
For Peg and Meg and Paris’ love
That had so straight a back,
Are gone away, and some that stay
Have changed their silk for sack.

Were I but there and none to hear
I’d have a peacock cry,
For that is natural to a man
That lives in memory,
Being all alone I’d nurse a stone
And sing it lullaby.

XI. From ‘Oedipus at Colonus’

Endure what life God gives and ask no longer span;
Cease to remember the delights of youth, travel-wearied aged man;
Delight becomes death-longing if all longing else be vain.
Even from that delight memory treasures so,
Death, despair, division of families, all entanglements of mankind grow,

As that old wandering beggar and these God-hated children know.
In the long echoing street the laughing dancers throng,
The bride is carried to the bridegroom’s chamber
Through torchlight and tumultuous song;
I celebrate the silent kiss that ends short life or long.

Never to have lived is best, ancient writers say;
Never to have drawn the breath of life, never to have looked into the eye of day;
The second best’s a gay goodnight and quickly turn away.

– – –

Fulchran-Jean Harriet - Oedipus at Colonus (1798)

Fulchran-Jean Harriet – Oedipus at Colonus (1798)

– – –

Traduzione amatoriale:

W. B. Yeats
Un uomo giovane e vecchio

I. Primo amore

Sebbene allevata come una luna veleggiante
Nella nidiata micidiale della bellezza,
Un poco indugiava e un poco arrossiva
Ma poi si fermò sul mio cammino
Quindi pensai che nel corpo portasse
Un cuore di carne e sangue.

Ma dacché toccai con mano
E vi trovai un cuore di pietra
Feci molteplici tentativi
Senza concludere nulla,
Poiché lunatica è la mano
Che viaggia con la luna.

Lei sorridendo mi trasfigurò
E fece di me uno zotico,
Che farfugliava di qua e di là,
Incapace di pensare
Come l’intera volta di stelle in cielo
Quando la luna spiega le vele.

II. Umana dignità.

La sua bontà è come una luna,
Se bontà posso chiamare
Ciò che non ha possibile spiegazione,
Ma lo stesso vale per tutti
Come se il mio dolore fosse una scena
Già raffigurata su un muro.

Così come una pietra giaccio
Ai piedi d’un albero spezzato.
Potrei guarire gridando
L’agonia del mio cuore
A un uccello di passaggio, ma l’umana dignità
Mi ammutolisce.

III. La sirena

Una sirena trovò un giovane bagnante,
Lo prese con sé,
Strinse il corpo sul suo corpo,
Rise; e rituffandosi
Crudelmente felice si scordò
Che anche gli innamorati affogano.

IV. La morte della lepre

Ho osservato la muta abbaiare,
La lepre balzare nel bosco,
E quando esprimo un complimento
Mi rallegro come un amante
Ad un cenno dello sguardo,
Al fluire del sangue.

Poi d’improvviso mi si torce il cuore
Per la sua aria distratta
E mi sovviene la libertà perduta
E più tardi, via di là,
Abbandonato nel bosco
Assisto alla morte della lepre.

V. La tazza vuota

Un folle che trovò una tazza,
Mentre si moriva di sete,
Quasi non osava abbeverarsi
Immaginando, dannata luna,
Che al prossimo sorso
Il suo cuore sarebbe esploso.
L’Ottobre scorso anch’io ne trovai una
Ma la trovai asciutta come un osso,
Il che mi fece impazzire
E persi il sonno.

VI. Le sue memorie

Dovremmo nasconderci alla vista,
Essere solo sante apparizioni
E corpi spezzati come rovi
Nel soffio gelido del nord,
Pensando al defunto Ettore
Oggi sconosciuto ai vivi.

Le donne tengono così poco conto
Di quel che io faccio o dico
Che del raglio d’un asino
Avrebbero maggior considerazione;
Ho braccia ritorte come rovi
Eppure in esse stava la bellezza;

La prima della tribù vi riposava
E ne ebbe tanto piacere –
Lei che il grande Ettore sconfisse
E portò Troia alla disfatta –
Da guiaire nel mio orecchio,
‘Picchiami se mi senti gridare.’

VII. I suoi amici di gioventù

Fu il riso e non il tempo a consumarmi la voce
E a renderla così roca,
E quando la luna fa la pancia grossa
Ho un attacco di risate,
Poiché quella vecchia Madge mi viene incontro,
Una pietra in grembo,
Ed un soprabito avvolto sulla pietra,
E continua a canticchiare sottovoce
Sussurrando una ninna-nanna;
Lei che fu impetuosa
E sterile come un’onda infranta
Crede che la pietra sia un figlio.

E Peter che fece grandi affari
Ed ebbe grandi ambizioni
Grida, ‘Sono il Re dei Pavoni,’
Appollaiato su un masso;
E quindi rido fino alle lacrime
E il cuore mi martella nel petto,
Ricordando che lei gridava d’amore
E lui di vanità.

VIII. Estate e Primavera

Seduti sotto un albero vecchio e nodoso
Passavamo la notte a parlare,
E ci raccontavamo tutto ciò che accadde
Dal momento in cui diedero alla luce,
E quando parlammo di crescere
Sapevamo di avere ognuno la metà di un’anima
Così ci unimmo in un abbraccio
Per completarne una intera;
Allora Peter sembrò straziato,
Poiché gli parve che loro due
Avessero parlato dei tempi dell’infanzia
Proprio sotto quell’albero.
Oh che esplosioni nell’aria,
E che fioriture,
Quando di noi tutti era l’estate
E di lei sola la Primavera!

IX. I segreti delle vecchie

Ora conosco i segreti delle vecchie
Io che conoscevo quelli delle giovani;
Madge mi svela ciò che non osavo pensare
Quando avevo sangue forte,
E ciò che un tempo avrebbe affogato un amante
Ora è solo un vecchio stornello.

Benché Margery divenga muta
Quando incappa in Madge,
Noi tre siamo una cosa sola;
Poiché nessun altro al mondo oggi
Sa le storie che noi sappiamo
O dice le cose che noi diciamo:

Come un uomo così abbia appagato le donne
Più di chiunque altro,
Come una tal coppia si sia amata tanti anni
E una tal altra solo uno,
Storie da letto di paglia
O da letto di piuma.

X. Sua libertà

Oh augurami di montare e navigare fin lassù
In un naufragio di nuvole,
Poiché Peg e Meg e l’amante di Paride
Che avevano un busto così eretto
Se ne sono andate, e le poche rimaste
La seta hanno mutata in sacco.

Se nessuno sentisse e fossi qui solo
Piangerei come un pavone,
Sarebbe normale per un uomo
Che vive di ricordi,
Se fossi tutto solo cullerei una pietra
Cantandole una ninna nanna.

XI. Dall’ ‘Edipo a Colono’

Vivi quanta vita Dio ti dà e non chiedere oltre;
Non pensare più ai diletti della giovinezza, oh vecchio esausto dal tanto viaggiare;
Diletto è la brama di morte quando bramare altre cose è vano.
Ma anche da quei diletti che la memoria ha tanto a cuore,
Morte, desolazione, separazioni di famiglie, tutti i garbugli umani hanno origine,

Come sanno bene il vecchio vagabondo e questi suoi bambini a Dio invisi.
Echeggia il riso dei danzatori radunati nella strada ampia,
La sposa viene trasportata al talamo nuziale
Con forti canti e torce illuminate;
Celebro il bacio silente che pone fine a una vita lunga o breve.

Aver mai vissuto sarebbe la cosa migliore, scrivono gli antichi;
Aver mai respirato il soffio della vita, aver mai guardato negli occhi la luce del giorno;
La seconda cosa migliore sarebbe un felice addio per una rapida dipartita.

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“A woman young and old”

W. B. YEATS
A WOMAN YOUNG AND OLD

I. FATHER AND CHILD

SHE hears me strike the board and say
That she is under ban
Of all good men and women,
Being mentioned with a man
That has the worst of all bad names;
And thereupon replies
That his hair is beautiful,
Cold as the March wind his eyes.

II. BEFORE THE WORLD WAS MADE

IF I make the lashes dark
And the eyes more bright
And the lips more scarlet,
Or ask if all be right
From mirror after mirror,
No vanity’s displayed:
I’m looking for the face I had
Before the world was made.

What if I look upon a man
As though on my beloved,
And my blood be cold the while
And my heart unmoved?
Why should he think me cruel
Or that he is betrayed?
I’d have him love the thing that was
Before the world was made.

III. A FIRST CONFESSION

I ADMIT the briar
Entangled in my hair
Did not injure me;
My blenching and trembling,
Nothing but dissembling,
Nothing but coquetry.

I long for truth, and yet
I cannot stay from that
My better self disowns,
For a man’s attention
Brings such satisfaction
To the craving in my bones.

Brightness that I pull back
From the Zodiac,
Why those questioning eyes
That are fixed upon me?
What can they do but shun me
If empty night replies?

IV. HER TRIUMPH

I DID the dragon’s will until you came
Because I had fancied love a casual
Improvisation, or a settled game
That followed if I let the kerchief fall:
Those deeds were best that gave the minute wings
And heavenly music if they gave it wit;
And then you stood among the dragon-rings.
I mocked, being crazy, but you mastered it
And broke the chain and set my ankles free,
Saint George or else a pagan Perseus;
And now we stare astonished at the sea,
And a miraculous strange bird shrieks at us.

V. CONSOLATION

O BUT there is wisdom
In what the sages said;
But stretch that body for a while
And lay down that head
Till I have told the sages
Where man is comforted.

How could passion run so deep
Had I never thought
That the crime of being born
Blackens all our lot?
But where the crime’s committed
The crime can be forgot.

VI. CHOSEN

THE lot of love is chosen. I learnt that much
Struggling for an image on the track
Of the whirling Zodiac.
Scarce did he my body touch,
Scarce sank he from the west
Or found a subterranean rest
On the maternal midnight of my breast
Before I had marked him on his northern way,
And seemed to stand although in bed I lay.

I struggled with the horror of daybreak,
I chose it for my lot! If questioned on
My utmost pleasure with a man
By some new-married bride, I take
That stillness for a theme
Where his heart my heart did seem
And both adrift on the miraculous stream
Where— wrote a learned astrologer—
The Zodiac is changed into a sphere.

VII. PARTING

He. Dear, I must be gone
While night shuts the eyes
Of the household spies;
That song announces dawn.

She. No, night’s bird and love’s
Bids all true lovers rest,
While his loud song reproves
The murderous stealth of day.

He. Daylight already flies
From mountain crest to crest

She. That light is from the moon.

He. That bird …

She. Let him sing on,
I offer to love’s play
My dark declivities.

VIII. HER VISION IN THE WOOD

DRY timber under that rich foliage,
At wine-dark midnight in the sacred wood,
Too old for a man’s love I stood in rage
Imagining men. Imagining that I could
A greater with a lesser pang assuage
Or but to find if withered vein ran blood,
I tore my body that its wine might cover
Whatever could recall the lip of lover.

And after that I held my fingers up,
Stared at the wine-dark nail, or dark that ran
Down every withered finger from the top;
But the dark changed to red, and torches shone,
And deafening music shook the leaves; a troop
Shouldered a litter with a wounded man,
Or smote upon the string and to the sound
Sang of the beast that gave the fatal wound.

All stately women moving to a song
With loosened hair or foreheads grief-distraught,
It seemed a Quattrocento painter’s throng,
A thoughtless image of Mantegna’s thought—
Why should they think that are for ever young?
Till suddenly in grief’s contagion caught,
I stared upon his blood-bedabbled breast
And sang my malediction with the rest.

That thing all blood and mire, that beast-torn wreck,
Half turned and fixed a glazing eye on mine,
And, though love’s bitter-sweet had all come back,
Those bodies from a picture or a coin
Nor saw my body fall nor heard it shriek,
Nor knew, drunken with singing as with wine,
That they had brought no fabulous symbol there
But my heart’s victim and its torturer.

IX. A LAST CONFESSION

WHAT lively lad most pleasured me
Of all that with me lay?
I answer that I gave my soul
And loved in misery,
But had great pleasure with a lad
That I loved bodily.

Flinging from his arms I laughed
To think his passion such
He fancied that I gave a soul
Did but our bodies touch,
And laughed upon his breast to think
Beast gave beast as much.

I gave what other women gave
That stepped out of their clothes.
But when this soul, its body off,
Naked to naked goes,
He it has found shall find therein
What none other knows,

And give his own and take his own
And rule in his own right;
And though it loved in misery
Close and cling so tight,
There’s not a bird of day that dare
Extinguish that delight.

X. MEETING

HIDDEN by old age awhile
In masker’s cloak and hood,
Each hating what the other loved,
Face to face we stood:
‘That I have met with such,’ said he,
‘Bodes me little good.’

‘Let others boast their fill,’ said I,
‘But never dare to boast
That such as I had such a man
For lover in the past;
Say that of living men I hate
Such a man the most.’

‘A loony’d boast of such a love,’
He in his rage declared:
But such as he for such as me—
Could we both discard
This beggarly habiliment—
Had found a sweeter word.

XI. FROM THE ‘ANTIGONE’

OVERCOME — O bitter sweetness,
Inhabitant of the soft cheek of a girl—
The rich man and his affairs,
The fat flocks and the fields’ fatness,
Mariners, rough harvesters;
Overcome Gods upon Parnassus;

Overcome the Empyrean; hurl
Heaven and Earth out of their places,
That in the Same calamity
Brother and brother, friend and friend,
Family and family,
City and city may contend,
By that great glory driven wild.

Pray I will and sing I must,
And yet I weep—Oedipus’ child
Descends into the loveless dust.

– – –

Italo Cremona - Capelli e criniera

Italo Cremona – Capelli e criniera – Accademia Albertina Torino

– – –

Traduzione amatoriale:

W. B. YEATS
UNA DONNA GIOVANE E VECCHIA

I. PADRE E FIGLIA

Mi sente colpire il bancone e dire
Che avrà chiuso
Con uomini e donne per bene,
Se prenderà il nome d’un uomo
Che ha il peggiore dei nomi;
E allora risponde
Che lui ha capelli bellissimi,
E occhi freddi come il vento marzolino.

II. PRIMA CHE IL MONDO FOSSE CREATO

Se mi faccio ciglia scure
Ed occhi più chiari
E labbra più rosse,
O se chiedo come sto
A uno specchio dopo l’altro,
Non ostento vanità:
Sto cercando il volto che avevo
Prima che il mondo fosse creato.

Che male c’è se guardo un uomo
Come fosse il mio innamorato,
E il mio sangue si raggela
E il mio cuore si ferma?
Perché dovrebbe credermi cattiva
O sentirsi tradito?
Lo vorrei innamorato di qualcosa che fu
Prima che il mondo fosse creato.

III. UNA PRIMA CONFESSIONE

Ammetto che l’erica
Che m’impigliò i capelli
Non mi ferì;
Il mio indugio e miei tremiti,
Solo dissimulazione,
Solo civetteria.

Io bramo l’onestà, ma
Non so far mio
Ciò che nell’intimo ripudio,
Poiché le attenzioni di un uomo
Sono l’estrema soddisfazione
Del desiderio nelle mie ossa.

Sottraggo luminosità
Allo Zodiaco,
Perché quegli occhi interrogativi
Puntati su di me?
Non dovrebbero evitarmi
Se il vuoto della notte hanno in risposta?

IV. IL TRIONFO

Seguivo l’istinto del drago prima del tuo arrivo
Poiché mi figuravo l’amore come una casuale
Improvvisazione, o un gioco convenzionale
Che ti insegue se lasci cadere il fazzoletto:
Il meglio che potesse dare erano ali
E musica celestiale se vissuto con brio;
Allora ti trovasti a fronteggiare il drago.
Io ne facevo beffe, cose da pazzi, ma tu lo domavi
E mi liberavi le caviglie spezzando la catena,
Come un San Giorgio o un Perseo pagano;
Ed ora ipnotizzati fissiamo il mare,
Ed una specie di volatile miracoloso gracchia verso di noi.

V. CONSOLAZIONE

Oh se c’è saggezza
E’ nelle parole dei saggi;
Ma distendi un attimo il corpo
E appoggia qui il capo
Finché ai saggi avrò spiegato
Dove sta la consolazione di un uomo.

Come avrebbe potuto la passione affondare tanto
Se non avessi mai pensato
Che il crimine della nascita
Offusca del tutto la nostra sorte?
Ma è laddove il crimine si compie
Che il crimine si può dimenticare.

VI. DECISA

La sorte dell’amore è decisa. L’ho capito bene
Mentre lottavo per un’immagine lungo la scia
Dello Zodiaco vorticante.
Sfiorava appena il mio corpo,
Calava appena da occidente
O verso un rifugio sotterraneo
Sulla mezzanotte del mio grembo materno
Prima che lo notassi volgere a settentrione,
E parve alzarsi benché io fossi sdraiata nel letto.

Lottavo con il terrore dell’alba,
Decidevo la mia sorte! Se mi chiedesse
Qual è il più grande piacere con un uomo
Una qualche giovane moglie, userei
Quell’immobilità come esempio
In cui il suo cuore diviene simile al mio
E con esso si abbandona alla corrente miracolosa
Nella quale – scrisse un erudito astrologo –
Lo Zodiaco diviene una sfera.

VII. SEPARAZIONE

Lui. Cara, devo andare
Mentre la notte pesa sugli occhi
Delle spie di questa casa;
Un canto annuncia l’alba.

Lei. No, l’uccello della notte e dell’amore
Invita alla calma ogni vero amante,
Il suo canto sonoro biasima piuttosto
La scaltrezza omicida del giorno.

Lui. Fluttua già la luce del giorno
Di cresta in cresta sui monti.

Lei. Quella luce è di luna.

Lui. Quell’uccello…

Lei. Lascia che canti,
Al palco scenico dell’amore
Offro i miei declivi oscuri.

VIII. LA SUA VISIONE NEL BOSCO

Legno secco sotto un ricco fogliame,
Nel bosco sacro in una mezzanotte nera come vino,
Ormai vecchia per l’amore mi arrovellavo rabbiosa
Pensando agli uomini. Pensando di poter mitigare
Un grande dolore con un dolore più lieve
O di poter cavare sangue da vene atrofizzate,
Mi ferii per coprire con il vino del corpo
Anche solo il ricordo delle labbra dell’amato.

Dopodiché levai al cielo le dita,
Fissando quel vino nero sulle mie unghie, o piuttosto
Vedendolo scorrere dalla punta delle dita;
Ma quel nero diventò rosso, le torce si accesero,
E una musica assordante scosse le foglie; dei soldati
Portarono una lettiga con un uomo ferito,
Ovvero picchiavano su di una corda ed al suono di quella
Cantavano della bestia che lo ferì fatalmente.

Donne meravigliose mosse verso quel canto
Con capelli sciolti o fronti aggrottate dal turbamento,
Come nella folla di un pittore del Quattrocento,
Un’immagine concepita senza meditare dal Mantegna –
Perché dovrebbe meditare chi è perennemente giovane?
Ad un tratto contagiata da tutto quel turbamento,
Fissando lo sguardo sul suo petto schizzato di sangue
Intonai a mia volta il canto di maledizione.

Quella cosa di melma e sangue, quell’avanzo di bestia,
Si voltò e piantò il suo sguardo lucente sul mio,
E, sebbene il dolce-amaro dell’amore fosse tornato,
Quei corpi dipinti in quadro o forgiati su moneta
Non videro il mio corpo cadere né lo sentirono gridare,
Né capirono, cantando ebbri come di vino,
Che il solo simbolo fiabesco che avevano portato con sé
Era il succube e il torturatore del mio cuore.

IX. UN’ULTIMA CONFESSIONE

Quale giovanotto fu più soddisfacente
Fra quelli con cui giacqui?
Posso dire che davo l’anima
E amavo con dolore,
Ma ebbi grande piacere da un giovane
Che amai carnalmente.

Spingendo via il suo abbraccio ridevo
Al pensiero che con tanta passione
Immaginava di arrivare alla mia anima
Mentre solo i corpi si toccavano,
E sul suo petto ridevo al pensiero
Che le bestie facevano altrettanto.

Davo ciò che qualunque donna
Spogliandosi dà.
Ma se quest’anima, distaccata dal corpo,
Nuda entrasse in contatto con la nudità,
Colui che dovesse trovarla vi troverebbe
Ciò che nessuno sa,

E darebbe tutto e si prenderebbe tutto
E in suo diritto ne sarebbe padrone;
E lei pur amando con dolore
Stringerebbe ancora più forte,
Non esiste un uccello diurno che si permetta
Di affievolire un tale diletto.

X. INCONTRO

Nascosti un poco dalla vecchiaia
Coperti da mantello e cappuccio,
Odiando ognuno ciò che l’altro amava,
Stavamo faccia a faccia:
‘Un incontro del genere,’ disse lui,
‘Promette poco di buono.’

‘Lascia che gli altri si vantino,’ dissi io,
‘Ma non permetterti di fare altrettanto
Per il fatto che ho avuto te
Come amante in passato;
Di’ piuttosto che fra tutti gli uomini
Sei proprio quello che più ho odiato.’

‘Un folle vanto per un siffatto amore,’
Dichiarò furioso lui:
Ma uno come lui per una come me –
Se avessimo potuto smettere
Quei vestiti da pezzenti –
Avrebbe trovato parole più dolci.

XI. DALL’ ‘ANTIGONE’

Vinci – Oh amara dolcezza,
Alloggiata sulla gota morbida d’una giovane –
Sui ricchi e i loro affari,
Sui greggi abbondanti e sull’abbondanza dei campi,
Sui marinai, sui rozzi mietitori;
Vinci sugli Dei del Parnaso;

Vinci sull’Empireo; scaraventa
Cielo e Terra fuori posto,
Cosicché nella medesima calamità
Fratello con fratello, amico con amico,
Famiglia con famiglia,
Città con città siano in disputa,
Resi folli da quell’immensa gloria.

Vorrei pregare e dovrei cantare,
Eppure piango – la figlia di Edipo
Si fa polvere priva d’amore.

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