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Pump e Blood Sugar

Il making of di due album che segnarono la mia vita musicale alle medie.

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San Giovanni in Canale

La chiesa di San Giovanni in Canale a Piacenza. (Click sulle foto per ingrandire.)

Affreschi del XVIII secolo, illuminati di luce fredda, in un bel contrasto con la luce calda della navata:

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Le due grandi tele di Antonio Bresciani, invece, sono quasi indecifrabili per la scarsa illuminazione. Sono due scene della vita del santo Ulderico, vale la pena citare i titoli: “S. Afra appare a S. Ulderico e gli addita S. Pietro al centro di un sinodo celeste” e “A S. Ulderico celebrante appare una mano che avvolta da una nube sostiene la sacra ostia“(1747).

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Bresciani Antonio nacque a Piacenza l’8 nov. 1720. (…)
Nel 1739, in un latino abbastanza elegante che ne documenta la cultura, lasciava testimonianza della sua presenza sulle pareti della cupola del duomo di Piacenza, intento a studiare quegli affreschi del Guercino che inciderà più di sessant’anni dopo. Nel 1740 era a Bologna presso Donato Creti e vi rimase per sei o sette anni. Che cosa sapesse fare al ritorno è documentato dai due quadri con Storie di s. Ulderico (1747) dipinti a Piacenza per la chiesa omonima (e ora in S. Giovanni).
(…) La sua pittura però è in questo momento scolorita, monotona, piuttosto macchinosa e vuota.
(…) Numerose le sue opere nelle chiese di Parma. (…) Tutte opere che ci presentano un artista insensibile a quell’influsso di cultura francese che nel ducato, nella seconda metà del secolo, affascinava colleghi più giovani.
A Piacenza, oltre ai dipinti già ricordati, rimangono un suo Convito di Epulone (1779) nella chiesa di S. Lazzaro e quattro medaglie ad affresco (di soggetto mitologico) in altrettante sale del palazzo Maruffi; gli possono essere ragionevolmente riferiti cinque affreschi nelle sale al primo piano del palazzo Rota (ora della Cassa di Risparmio) e altri nei palazzi Fogliani e Scotti da Vigoleno (ora prefettura), due medaglie ad affresco nel palazzo dell’amministrazione dell’Opera pia Alberoni, altre sullo scalone e nelle sale del palazzo dei conti Manfredi; un’altra ancora in una sala del palazzo Petrucci. Veramente deliziosi gli affreschi nella villa già dei marchesi Volpolandi a Vigolzone di Piacenza. Dispersa invece la Moltiplicazione dei pani e dei pesci dipinta per S. Andrea, ricordata nelle guide come il suo dipinto più importante.

[fonte treccani.it]

Per gli stessi problemi di illuminazione non ho fotografie di un bel gruppo scultoreo in legno e della “tomba Scotti”.

In una grande cappella laterale realizzata nell’Ottocento ci sono due tele gigantesche, direi almeno 8×8 metri, una delle quali di Gaspare Landi.

… Nel 1804 firmò il contratto per l’esecuzione della vastissima Salita al Calvario per S. Giovanni in Canale a Piacenza… [treccani.it]

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Questo è il pavimento della cappella, che come indicato è del Seicento:

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L’organo Cavalletti del 1766 suonato per l’occasione da Etienne Walhain (Settimana Organistica):

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Pianta della chiesa (fonte movio.beniculturali.it):

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(…) Dopo la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, i locali della chiesa furono riutilizzati in vario modo, per esempio il chiostro fu trasformato in una scuderia e durante la prima guerra mondiale la chiesa divenne un deposito di cereali.
Dopo la guerra il parroco spinse per il restauro che inizierà solo dopo il 1928 grazie alla scoperta di un affresco quattrocentesco in una cappella laterale, che fornisce uno spunto per ridestare interesse sulla chiesa.
Siccome nella chiesa vi era una mescolanza di stili, fu proposto un ritorno al gotico. (…) Il parroco puntava sul fatto che la finestra trifora sul portale centrale era in pessime condizioni di stabilità e bisognava ripristinare il rosone. (…)
L’applicazione di mosaici moderni sulla facciata esterna non fu ben vista.
Nel 1940 si misero le mani sull’interno. (…) I restauri si conclusero nel 1958.

[fonte: movio.beniculturali.it]

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“L’applicazione di mosaici moderni sulla facciata esterna non fu ben vista…”

 

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Segnalo il sito con foto HD degli spazi interni: marcostucchi.com

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Schubertiadi e altri dipinti di musica

Galleria di dipinti ripresi da alcune copertine di vecchi dischi di musica classica e barocca (Telemann, Schubert, Chopin, Brahms).

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Bartolomeo Veneto, Suonatrice di Liuto, 1520, Pinacoteca di Brera

Schubertiade bei Spaun / Schwind 1868 - Schubertiade at Spaun's / Schwind - Schubertiade a Spaun / Schwind 1868

Moritz von Schwind, Schubertiade at Spauns, Wien Schubert Museum

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Gustav Klimt, Schubert at the piano, 1899, opera andata distrutta nella seconda guerra mondiale, comparsa sulla copertina di The Etude magazine nel 1934 (fonte: crimes against art – click sull’immagine)

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Schubertiade, Julius Schmid – Wikimedia Commons Link

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Schubertiade by Moritz von Schwind – Wikimedia Commons Link

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Schubert and his friends – The Etude music magazine

Tutte le copertine di The Etude su etudemagazine.com

Tutti i numeri di Etude con Schubert in copertina

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Ritratto di oboista, Musikinstrumenten-museum Berlino, via Wikimedia Commons

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L’enseigne de Gersant, par Antoine Watteau, Louvre Paris— Wikimedia Commons Link

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La Pompadour (particolare dell’impresa di Gersant), Antoine Watteau, Louvre Paris — link

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Camille Corot, Le pont de Mantes, Louvre Paris – attraverso Wikimedia Commons

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Portrait of Violette Heymann, by Odilon Redon 1910 – Wikimedia Commons Link

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Breve ricerca sulle origini di un pianoforte

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Non c’è alcuna marca stampigliata, forse si è cancellata con il tempo o forse è scomparsa sotto la vernice scura (il colore originale è visibile nell’impronta dei due candelabri mancanti). Partendo dalla targhetta che dichiara “Goldene Medaille Brüx 1898” ho fatto una piccola ricerca.

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Innanzitutto Brüx non è Bruxelles ma una città della Boemia, che oggi si chiama Most (Repubblica Ceca). Nel 1898 vi si tenne un’esposizione di artigianato e industria in cui il produttore di pianoforti Wilhelm Schimmel di Lipsia ottenne il riconoscimento:

Fonte, “Au clavier bien tempéré” (http://auclavier-bientempere.fr/sauver-les-pianos-anciens/histoire-piano-schimmel/):

Extrait du livre “Les Facteurs de Pianos et leurs Recherches” d’André Chenaud, 1970

Wilhelm Schimmel avait appris le métier de menuisier et dès sa deuxième année d’apprentissage, il s’était adonné à la construction d’accordéons et de violons. A 23 ans, il fut déjà contremaître dans une importante menuiserie de Riesa en Saxe. Mais il abandonna bientôt ce poste pour accomplir un apprentissage complet dans la fabrique de pianos Stigel à Leipzig. Le 2 mai 1885 à l’âge de 31 ans, il construisit son premier piano dans un modeste atelier de Neuschönefeld près de Leipzig. A peine un an plus tard, il dut s’installer dans un atelier plus vaste à Leipzig Reudnitz. En 1888 un local de 200m2 lui était devenu nécessaire et trois ans plus tard, naissait sa première usine de Luisenstrasse à Reudnitz.
Le 1er mars 1894, sa maison existe depuis neuf ans, et sort le millième piano. En 1899 elle sort le trois millième. Puis c’est l’édification de vastes installations dans la banlieue de Leipzig à Stötteritz et viennent les récompenses : prix d’honneur de la ville de Leipzig, médaille d’or à l’exposition artisanale et industrielle de Brüx.

En 1889 W. Schimmel fut nommé fournisseur de S.A.R. le grand duc de Saxe-Weimar, et en 1909 de S.M. le roi de Roumanie.
En 1901, pour son vingt-cinquième anniversaire la firme reçoit la médaille d’or de l’exposition universelle de Turin.
En 1925, âgé de 71 ans, toujours plein d’énergie et de projets nouveaux, il continuait avec ses deux fils comme collaborateurs.
En 1929, l’usine fut transférée à Brunswick et sinistrée pendant la dernière guerre.
Le fondateur W. Schimmel mourut en 1946 et l’usine se releva lentement de ses ruines en 1947. Le fils Wilhelm organisa une publicité efficace, l’usine a été agrandie et actuellement elle est en Europe une de celles qui ont la plus grande production annuelle. Elle en est au N° 108 000.
En 1969, elle est encore agrandie, et c’est M. Klaus Schimmel Qui représente la 3° génération et préside aux destinées de la marque avec une exportation importante.

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Il pianoforte è dunque uno Schimmel. Considerando il numero di serie 3666 visibile all’interno, in base al testo citato potremmo datarlo intorno all’anno 1900.

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Wilh. Schimmel & co. 1885 (fonte: http://www.schimmel-pianos.de)

 

Wilh. Schimmel & co. è un produttore ancora attivo. Sul sito internet sono elencati per anno i numeri di serie. Il 3666 è probabilmente del 1901:

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E infine, ecco la medaglia d’oro. Sul fronte, in primo piano, uno scudo con lo stemma della città, e in basso quello che dovrebbe essere un simbolo di arti e mestieri; sul retro, la scritta “Brüx 1898 – Nordwestböhmischen Ausstellung für deutsche Industrie, Gewerbe und Landwirtschaft” (Esposizione dell’indutria, del commercio e dell’agricoltura nella Boemia del nordest)

medaille

Fonte: coinarchives.com (http://www.coinarchives.com/w/lotviewer.php?LotID=2525493&AucID=2446&Lot=1379&Val=e7f41d4f7e8f0573d5bda5c5429464a4)

 

 

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Gould, Scritti sulla musica

[Tutti i passi seguenti sono appunti presi da L’ala del turbine intelligente – scritti sulla musica, di Glenn Gould.]

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Secondo me si dovrebbe permettere all’arte di potersi liberamente estinguere a poco a poco. Dobbiamo accettare l’idea che l’arte non è necessariamente positiva, e che anzi è potenzialmente distruttiva. Dovremmo analizzare i settori in cui ha meno possibilità di fare danni, orientarci in base ad essi e inserire nell’arte una componente che le consenta di autoannullarsi…

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Le variations chromatiques di Bizet sono a mio parere uno dei pochissimi capolavori per pianoforte solo nati in quel quarto di secolo, e l’oblio quasi totale che le circonda è un fenomeno che non sono assolutamente in grado di spiegare.

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Come compositore tonale, come artista operante entro un’area armonica ben delimitata, Schoenberg scrisse musiche che sono a mio parere fra le più belle del primo Novecento. La sua produzione nell’ambito tonale occupa un periodo di circa dodici anni e va dai primi brevi lieder composti quand’era ancora studente al Secondo quartetto per archi, scritto nel 1908, che è l’ultimo suo lavoro unificato dalla fedeltà a un solo centro tonale.

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I primi sostenitori dell’atonalità non mancarono di fare orgogliosamente notare che il movimento astrattistico cominciò quasi contemporaneamente a quello atonale, ed effettivamente è possibile trovare alcune facili analogie fra le carriere del pittore Kandinsky e del musicista Schoenberg. Credo però che sia pericoloso insistere troppo su queste affinità per il semplice motivo che la musica è sempre astratta, non ha connotazioni allegoriche se non in senso supremamente metafisico e non pretende né ha mai preteso, a parte qualche rara eccezione, di essere altro che un modo per esprimere i misteri del comunicare sotto una forma altrettanto misteriosa.

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Das Marienleben è l’opera chiave della parabola creativa di Hindemith: le due versioni che ne pubblicò, separate da un intervallo di venticinque anni, delineano per sommi capi la sua evoluzione di musicista e di pensatore e stabiliscono inoltre una sorta di precedente storico. A me, personalmente, non risulta che nessun altro grande maestro, ritornando sul lavoro più importante e memorabile della sua giovinezza, lo abbia ricreato secondo le prospettive tecniche e stilistiche della sua maturità.

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Se volessimo usare la terminologia cinematografica, potremmo dire che Bach era un regista che pensa per stacchi invece che per dissolvenze.

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… il più evidente di tutti [i tempi di esecuzione decisamente sconcertanti] è l’estrema lentezza del Rondò alla turca.

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Le Variazioni Goldberg, uno dei massimi monumenti della letteratura tastieristica, furono pubblicate nel 1742, quando Bach aveva il titolo di compositore della corte reale di Polonia ed elettorale di Sassonia…

[l’articolo integrale sulle Variazioni Goldberg si trova online qui nella seconda parte della pagina: http://www.flaminioonline.it/Guide/Bach/Bach-Goldberg988.html]

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g.g.: …visto che lei ha già confessato la sua ammirazione per la Seconda e per l’Ottava, le spiacerebbe indicare qualche altra composizione di Beethoven che sia di suo particolare gradimento?

G.G.: D’accordo: la Sonata per pianoforte op.81a, il Quartetto per archi op.95, e poi le Sonate per pianoforte op.31 e , padrone di non crederlo, la Chiaro di luna.

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Coi suoi giochi di parole e melodie, il brano inciso sul nostro disco è una fuga che parla della scrittura fugale. [So you want to write a fugue?]

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Bach

La prima biografia su Bach, del 1802:

bach.png

La discografia completa di Bach (ante-litteram) ivi contenuta:

Johann Sebastian Bach – pdf inglese

Due dischi che ho trovato in Francia:

bach2.jpg

doppio 10″

 

bach1.jpg

2 euro

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Musica in “Punto contro punto”

La Suite n.2 in Si minore di Bach; ouverture, rondò, sarabanda.

La musica era la Suite in si minore per flauto e archi di Bach. (…)
Attraverso l’apertura, il fiato faceva vibrare una colonna d’aria cilindrica e le meditazioni di Bach si diffondevano nel cortile romaneggiante. Nel Largo iniziale (…) Johann Sebastian enunciava la sua idea che nel mondo esistono grandi e nobili cose; ci sono uomini di statura regale, autentici conquistatori e intrinseci signori della terra. Poi, nell’Allegro fugato, passava alla riflessione su un mondo infinitamente complesso e multiforme. Sembra di aver trovato la verità, chiara, netta, inconfondibile; ne danno l’annuncio i violini, la possiedi, la stringi trionfante. Quella, invece, ti scivola via fra le dita e si ripresenta in forma nuova fra i violoncelli, e ancora nelle note del flauto. Le varie parti musicali vivono le loro vite separate: a volte si toccano, si incrociano, si fondono brevemente per creare quella che pare l’armonia finale e perfetta, ma poi si dividono ancora. Ognuna è sempre sola, separata, individuale. “Io sono io,” afferma il violino “il mondo ruota intorno a me”. “Intorno a me” si intromette il violoncello. “Intorno a me” insiste il flauto. Hanno torto e ragione tutti in egual misura, ma nessuno di essi ascolta gli altri.

Nella fuga dell’umanità vi sono un miliardo e ottocento milioni di voci: il frastuono ce ne deriva ha forse qualche significato per lo studioso di statistica, ma nessuno per l’artista. Egli può capire qualcosa solo se ne ascolta una o due per volta. Ecco ad esempio, una di queste parti e il modo in cui Johann Sebastian la svolge. Il Rondò ha inizio con una melodia semplice e delicata, quasi di canzone popolare. Nella sua solitudine, una fanciulla canta l’amore con malinconica tenerezza. Il suo canto aleggia sulle colline, in cielo vagano le nuvole. Ma un poeta, solitario come una di quelle nuvole, ha ascoltato il canto. I pensieri che sono nati in lui formano la Sarabanda che segue al Rondò. E’ una lenta e dolce meditazione sulla bellezza (malgrado esistano bellezza e stupidità, la profondità del bene (malgrado la varietà del male), l’unità del reale (malgrado tanta sconcertante diversità). Bellezza, bontà, unità che nessuna ricerca intellettuale può scoprire e che l’analisi dissolve, ma della cui realtà in rari momenti lo spirito si convince, in maniera subitanea e incrollabile. Il canto di una fanciulla sotto le nuvole è sufficiente per creare la certezza. Basta anche una bella mattinata. Si tratta d’illusione o della rivelazione di una verità più profonda? Chi può dirlo?

(Aldous Huxley, Punto contro punto, capitolo 2)

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“Heiliger Dankgesang” di Beethoven: quartetto d’archi op.132. Il terzo movimento molto adagio inizia a 19:09.

Un violino, da solo, emise una nota sostenuta, poi un’altra una sesta più su, quindi scese alla quinta (mentre il secondo violino riprendeva l’attacco del primo), saltò all’ottava e rimase appeso lassù per due tempi. Più di un secolo prima, Beethoven, benché completamente sordo, aveva udito nella mente gli strumenti ad arco esprimere i suoi pensieri e sentimenti più segreti, e con l’inchiostro aveva vergato dei segni sulla carta da musica.Un secolo più tardi quattro ungheresi, leggendo la trascrizione a stampa di quei segni, avevano eseguito la musica che il compositore non aveva mai udito, tranne che nella mente. Un solco a spirale su una superficie di gommalacca aveva fissato il ricordo della loro esecuzione. (…)

Gli arcaici accordi in modo lidio rimasero sospesi: una musica impassibile, limpida, pura e cristallina come un mare tropicale o un lago alpino. Scivolava l’acqua sull’acqua, la calma sulla calma; l’accordo di orizzonti lisci e distese senz’onde, un contrappunto di serenità. Tutto era trasparente e luminoso; non c’erano foschie né crepuscoli. Era la calma della contemplazione immobile ed estatica, diversa dal torpore e dal sonno. Era la serenità del convalescente che si sveglia dopo la febbre e si sente rinascere nel regno della bellezza. Ma la febbre è “la febbre chiamata vita” e la rinascita non è di questo mondo; la bellezza è ultraterrena, la serenità del convalescente è la pace di Dio. La trama delle melodie lidie è il paradiso.
Trenta battute lente per evocare il paradiso, poi il carattere della musica cambiò improvvisamente. Da remota e arcaica divenne moderna.Le armonie lidie furono sostituite da quelle della tonalità maggiore corrispondente. Il tempo diventò più rapido. Una nuova melodia sgorgò rimbalzando sui monti terrestri, non su quelli paradisiaci. (…)

La musica ricominciò, ma nel paradiso lidio era accaduto qualcosa di nuovo e di meraviglioso. La velocità era raddoppiata e la melodia aveva contorni più chiari e decisi; una delle parti interne prese a insistere su una frase palpitante. Si sarebbe detto che per un improvviso prodigio il paradiso fosse diventato più celestiale, o fosse passato da una perfezione compiuta a una perfezione ancora più profonda e assoluta. Era rimasta la pace ineffabile, senza più essere, però, la pace della convalescenza a della passività. Era viva e palpitante, pareva aumentare e intensificarsi diventando una calma attiva, una serenità quasi appassionata. Nella musica si era realizzato il miracolo paradossale della vita e del riposo eterni.

(A. Huxley, Punto contro punto, capitolo 37)

Un articolo che confuta l’analisi musicale di Huxley: soundpostonline.com

Un articolo che ritiene accurata l’analisi di Huxley: yellowbarn.org

 

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