Due traduzioni amatoriali da E. E. Cummings

Due traduzioni amatoriali da E. E. Cummings. Immagini di Edvard Munch.

 

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Google Art Project: pic, Public Domain, Link

 

il tuo ritorno sarà il mio ritorno—

i miei me stesso se ne vanno con te,solo resto;
un’ombra spettro effige o sembiante

(un quasi qualcuno che è sempre nessuno)

un nessuno che,fino al tuo e loro ritorno,
passa il per sempre della sua solitudine
a sognare i loro occhi schiusi al tuo mattino

a percepire le loro stelle sorte nei tuoi cieli:

quindi,nel nome di un amore clemente,non
indugiare più di quanto fuor di me io possa resistere
l’assenza di quel momento in cui un estraneo
prende fra le braccia la mia stessa vita che è la tua

—quando ogni paura speme credo dubbio scompare.
Ovunque e la perfetta totalità di gioia che siamo

 

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your homecoming will be my homecoming—

my selves go with you,only i remain;
a shadow phantom effigy or seeming

(an almost someone always who’s noone)

a noone who,till their and your returning,
spends the forever of his loneliness
dreaming their eyes have opened to your morning

feeling their stars have risen through your skies:

so,in how merciful love’s own name,linger
no more than selfless i can quite endure
the absence of that moment when a stranger
takes in his arms my very life who’s your

—when all fears hopes beliefs doubts disappear.
Everywhere and joy’s perfect wholeness we’re

 E. E. Cummings, da 73 Poems (1963)

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E. E. Cummings, da 95 Poems (1958)

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The Marriage of Heaven and Hell

Qui di seguito un esercizio di traduzione amatoriale di “The Marriage of Heaven and Hell” di William Blake.

Immagini da www.blakearchive.org.

Invito a lasciar perdere la mia traduzione e affidarsi a quella di Ungaretti (Mondadori).

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Il Matrimonio di Paradiso e Inferno

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La Disputa

Rintrah ringhia e getta fiamme nell’aria densa;
Nubi affamate incombono sull’abisso.

Mite un tempo, e lungo perigliosa via,
L’uomo retto manteneva la sua direzione verso
La valle della morte.
Le rose sono piantate dove le spine crescono,
E sull’arida landa
Cantano le api.

Poi la perigliosa via fu coltivata:
E un fiume e una sorgente
Sopra ogni pendio e tomba;
E sopra le ossa sbiancate
Trasudava argilla rossa.

Finché il villano lasciò le vie dell’agio,
Per intraprendere quelle perigliose, e condurre
L’uomo retto verso climi aridi.

Ora il serpente cammina cauto
Con umile mansuetudine,
E l’uomo retto infuria in terre selvagge
Dove errano i leoni.

Rintrah ringhia e getta fiamme nell’aria densa;
Nubi affamate incombono sull’abisso.

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Poiché un nuovo cielo ha avuto inizio, e sono oggi trentatrè anni dal suo avvento: l’Eterno Inferno rivive. Eccome! Swedenborg è l’Angelo che veglia presso la tomba: i suoi scritti sono sudari di lino. Ora domina Edom e Adamo ritorna nel Paradiso; vedi Isaia, cap. XXXIV e XXXV.
Senza Opposti non c’è progresso. Attrazione e Repulsione, Ragione ed Energia, Amore e Odio, sono necessari all’esistenza Umana.
Da questi opposti scaturisce ciò che i religiosi chiamano Bene e Male. Il Bene è il passivo che obbedisce alla Ragione. Il Male è l’attivo che scaturisce dall’Energia.
Il Bene è il Paradiso. Il Male è l’Inferno.

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La Voce del Diavolo

Ogni Bibbia o codice sacro è parte in causa dei seguenti Errori.
1. Che l’Uomo ha due reali forme d’esistenza, ossia un Corpo e un’Anima.
2. Che l’Energia, chiamata Male, è indipendente dal Corpo, e che la Ragione, chiamata Bene, è indipendente dall’Anima.
3. Che Dio tormenterà l’Uomo in Eterno perché segue le proprie Energie.
Ma i seguenti Opposti ad essi sono Verità
1. L’Uomo non ha un Corpo distinto dalla sua Anima; poiché il cosiddetto Corpo è una porzione d’Anima che i cinque Sensi discernono, essendo le principali antenne dell’Anima in epoca corrente.
2. L’Energia è l’unica vita e proviene dal Corpo, e la Ragione è il confine ovvero la circonferenza esterna dell’Energia.
3. L’Energia è Eterno Diletto.

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Chi contiene il proprio desiderio può farlo poiché esso è abbastanza debole da poter essere contenuto; e il contenitore, o Ragione, usurpando il proprio posto governa i remissivi.
Ed essendo contenuto, il desiderio diviene gradualmente passivo, fino ad essere solo un’ombra del desiderio.
Questa storia è scritta nel Paradiso Perduto, e il Governatore, o Ragione, viene chiamato Messia.
E l’Arcangelo primordiale, o detentore del comando dell’esercito celeste, viene chiamato il Diavolo o Satana, e i suoi figli vengono chiamati Peccato e Morte.
Ma nel Libro di Giobbe, il Messia di Milton viene chiamato Satana.
Poiché questa storia è stata fatta propria da entrambe le parti.
Sembrava infatti alla Ragione come se il Desiderio fosse stato scacciato, ma la versione del Diavolo è che il Messia

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cadde e fece di ciò che sottrasse all’Abisso un paradiso.
Questo è spiegato nei Vangeli, ove egli prega il Padre di inviare il consolatore, o Desiderio, affinché la Ragione possa edificarvi sopra Idee, essendo il Geova della Bibbia nient’altro che colui che sprofonda in fiamme vive.
Sappiate che dopo la sua morte di Cristo divenne Geova.
Ma in Milton il Padre è Destino, il Figlio la somma dei cinque sensi, e lo Spirito Santo, Vuoto!
Nota. La ragione per cui Milton scrisse in catene quando scrisse di Angeli e di Dio, e in libertà quando scrisse di Diavoli e d’Inferno, è che era un vero Poeta ed era inconsapevolmente dalla parte del Diavolo.

Una Memorabile Visione

Mentre camminavo tra le fiamme degli inferi, sollazzato dai piaceri del Genio, che agli Angeli appaiono come tormento e follia, collezionavo alcuni dei loro Proverbi; meditavo su quanto i detti di un popolo ne definiscano il carattere, e parimenti i Proverbi dell’Inferno mostrano la natura della saggezza Infernale meglio di qualsivoglia descrizione di edifici o di indumenti.
Quando tornai a casa: sull’abisso dei cinque sensi, dove un pendio scivoloso si affaccia ostile sul mondo presente, vidi un Diavolo potente avvolto da nubi nere, che planava ai lati del monte; con getti di fuoco

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incise la seguente dichiarazione, ora giunta alle menti degli umani, e letta così sulla terra:
Come potete non sapere che ogni Uccello che fende l’aria E’ un immenso mondo di piacere, racchiuso nei vostri cinque sensi?

Proverbi dell’inferno

In tempo di semina impara, in mietitura insegna, in inverno godi.
Conduci il tuo carro e il tuo aratro sulle ossa dei morti.
La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza.
La prudenza è una vecchia brutta e ricca corteggiata dall’Incapacità.
Chi desidera ma non agisce, genera pestilenza.
Il verme tagliato perdona l’aratro.
Affondalo nel fiume chi ama l’acqua.
Un folle non vede il medesimo albero che vede il saggio.
Colui il cui viso non sprigiona luce non diverrà mai una stella.
L’eternità è innamorata dei prodotti del tempo.
L’ape indaffarata non ha tempo per i rimpianti.
Le ore di follia sono misurate dell’orologio, ma quelle di saggezza non v’è orologio che possa misurarle.
Ogni cibo sano è colto senza alcuna rete né trappola.
Prendi in riferimento numero, peso e misura in un anno di ristrettezze.
Nessun uccello vola troppo in alto se vola con le proprie ali.
Un cadavere non si vendica delle ferite.
L’atto più sublime è accomodare gli altri prima di te stesso.
Se il folle perseverasse nella sua follia diventerebbe saggio.
La follia è il mantello dell’inganno.
La vergogna è il mantello dell’Orgoglio.

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Proverbi dell’Inferno

Le prigioni vengono edificate con le pietre della Legge, I Bordelli con i mattoni della Religione.
L’orgoglio del pavone è la gloria di Dio.
La lussuria della capra è la benignità di Dio.
L’ira del leone è la saggezza di Dio.
La nudità della donna è l’opera di Dio.
Tristezza eccessiva ride. Gioia eccessiva piange.
Il ruggito del leone, l’ululato dei lupi, l’impeto del mare in tempesta, e la spada tagliente, sono frammenti di eternità troppo grandi per l’occhio dell’uomo.
La volpe incolpa la trappola, non se stessa.
La gioia feconda. La tristezza porta avanti.
Fai che l’uomo indossi il vello del leone, la donna il manto della pecora.
L’uccello un nido, il ragno una tela, l’uomo amicizia.
Il folle gaio egocentrico e il folle fosco accigliato, dovranno essere entrambi considerati saggi, potranno così essere una sferza.
Ciò che ora è dimostrato fu un tempo solo immaginato.
Il ratto, il topo, la volpe, il coniglio, osservano le radici; il leone, la tigre, il cavallo, l’elefante, osservano i frutti.
La cisterna contiene; la fontana straborda.
Un pensiero colma l’immensità.
Sempre sii pronto a dir ciò che pensi, e l’uomo vile ti eviterà.
Tutto ciò che può essere creduto è un’ immagine della verità.
L’aquila non ha mai perso così tanto tempo come quando si abbassò a imparare dal corvo.

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Proverbi dell’Inferno

La volpe provvede per se stessa, ma Dio provvede per il leone.
Pensa il mattino. Agisci nel pomeriggio. Mangia la sera. Dormi la notte.
Chi ha sofferto le tue imposizioni ti conosce.
Come l’aratro segue le parole, così Dio ricompensa le preghiere.
Le tigri dell’ira sono più sagge dei cavalli dell’istruzione.
Ci si aspetti veleno dall’acqua stagnante.
Non puoi sapere cosa sia abbastanza se non sai cosa sia più che abbastanza.
Ascolta il rimprovero del folle! E’ un titolo regale!
Fuoco gli occhi, aria le narici, acqua la bocca, terra la barba.
Chi è carente di coraggio è forte in astuzia.
Il melo non chiede al faggio come crescere, né il leone, al cavallo, come catturare una preda.
Il destinatario riconoscente promuove un raccolto abbondante.
Se altri non sono stati folli, dovremmo esserlo noi.
Un’anima di dolce piacere non può essere contaminata.
Quando vedi un’Aquila, vedi un frammento del Genio: alza lo sguardo!
Come il bruco sceglie le foglie più belle per deporvi le uova, così il sacerdote cala la sua maledizione sulle gioie più belle.
Creare un piccolo fiore è lavoro di secoli.
Maledire rinvigorisce: Benedire indebolisce.
Il vino migliore è il più vecchio, l’acqua migliore è la più nuova.
Le preghiere non arano! Le lodi non raccolgono!
Le gioie non ridono! Le tristezze non piangono!

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Proverbi dell’Inferno

Sublime la testa, Pathos il cuore, Bellezza i genitali, Proporzione i piedi e le mani.
Come l’aria per un uccello o il mare per un pesce, così è il disprezzo per lo spregevole.
Il corvo desiderò che tutto fosse nero, il gufo che tutto fosse bianco.
Esuberanza è Bellezza.
Se il leone fosse consigliato dalla volpe, diverrebbe scaltro.
Le Migliorie rendono lineari le vie, ma le vie impervie senza Migliorie sono vie del Genio.
Sopprimi l’infante nella culla piuttosto che nutrire desideri repressi.
Dove non v’è uomo, la natura è sterile.
La verità non può mai essere spiegata in modo comprensibile, senza essere creduta.
Basta! anche Troppo.

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Gli antichi Poeti animavano ogni oggetto concreto con Dei o Geni, dotandoli di un nome e assegnando loro le proprietà di boschi, fiumi, monti, laghi, città, nazioni, e tutto ciò che i loro sensi molteplici ed espansi potevano percepire.
E studiavano nel dettaglio il genio d’ogni città e paese, sottomettendolo all’immaginata divinità.
Finché prese forma un sistema di cui alcuni approfittarono, e con cui schiavizzarono il volgo tentando di razionalizzare le immaginate divinità o di astrarle dai rispettivi oggetti: così nacque il Sacerdozio.
Estrapolando forme di culto dai racconti poetici.
E infine predicarono che gli Dei avevano ordinato tutto questo.
Così gli uomini dimenticarono che Ogni divinità dimora nel ventre umano.

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Una Memorabile Visione

I Profeti Isaia ed Ezechiele cenavano con me, e io chiedevo loro come potessero affermare così francamente che Dio li aveva interpellati, e se non credessero allo stesso tempo che sarebbero stati fraintesi, e quindi divenire la causa delle imposizioni?
Isaia rispose: ‘Nessun Dio vidi, né sentii, in senso strettamente organico percettivo; ma i miei sensi scoprirono l’infinito in ogni cosa, e quando fui persuaso, e ne ebbi la conferma, che quella voce di sincera indignazione è la voce di Dio, non mi preoccupai delle conseguenze ma scrissi.’
Allora chiesi: ‘Può la ferma convinzione che una cosa sia in un certo modo, renderla in quel modo?’
Rispose: ‘Ogni poeta è certo che sia così, e nelle ere dell’immaginazione questa ferma convinzione poteva spianare le montagne; ma molti non sono capaci di convincersi fermamente di alcunché.’
Allora Ezechiele disse: ‘La filosofia Orientale insegnò i primi princìpi della percezione umana: alcune nazioni misero un principio in origine, altri ne misero un altro; noi Israeliani insegnammo che il Genio Poetico (come tu lo chiami ora) era l’origine e tutti gli altri princìpi ne erano meri derivati, il che fu causa del nostro disprezzo per i Sacerdoti e per i Filosofi di altri paesi, e del profetizzare la dimostrazione definitiva che tutti gli Dei

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hanno origine dal nostro e sono tributari del Genio Poetico; era questo che il nostro grande poeta Davide Re desiderava così ardentemente, e così sentitamente invoca, e
invocando conquista i nemici e governa i regni; e noi abbiamo amato tanto il nostro Dio, da maledire, nel suo nome, tutte le divinità delle nazioni circostanti, e da affermare che esse fossero ribelli; da queste idee il volgo iniziò a pensare che tutte le nazioni sarebbero state infine assoggettate agli Ebrei.
Tutto ciò, disse, come tutte le ferme convinzioni deve per forza avvenire, poiché tutte le nazioni credono nel codice degli Ebrei e venerano il dio degli Ebrei, e può esistere sottomissione maggiore?
Ascoltai con una certa meraviglia, e devo confessare con convinzione. Dopo cena chiesi a Isaia di rendere privilegio al mondo con i suoi scritti inediti: disse che niente di tal valore restò inedito. Ezechiele disse altrettanto per sé.
Chiesi inoltre a Isaia che motivo lo spinse a vagare nudo e scalzo tre anni? Rispose, lo stesso motivo che spinse il nostro amico Diogene il Greco.
Poi chiesi a Ezechiele perché avesse mangiato letame, e giaciuto a lungo sui fianchi destro e sinistro? rispose, il desiderio di innalzare gli altri uomini alla percezione dell’infinito, come in uso fra i tribali Nord Americani. Ed è sincero colui che ostacola il proprio genio o la coscienza a favore di un agio momentaneo o di una gratificazione?

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L’antica tradizione che il mondo sarà distrutto dal fuoco alla fine dei seimila anni è vera, stando a quanto ho sentito all’Inferno.
Poiché essa afferma che il cherubino con la sua spada infuocata riceverà l’ordine di smontare la guardia all’albero della vita, e quando lo farà l’intera creazione verrà distrutta, e si rivelerà infinita e santa, laddove ora appare finita e corrotta.
Questo dovrà avvenire con un miglioramento del piacere sensuale.
Ma la prima cosa da espungere è la nozione che l’uomo ha un corpo distinto dall’anima; questo dovrò fare stampando con tecnica infernale, con agenti corrosivi, che all’Inferno sono salutari e medicamentosi, sciogliendo una superficie apparente e svelando l’infinito che vi era nascosto sotto.
Se le porte della percezione fossero mondate tutto apparirebbe all’uomo così come è: Infinito.
Poiché l’uomo ha rinchiuso se stesso, fino a vedere ogni cosa attraverso i minuscoli spiragli di una grotta.

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Una Memorabile Visione

Mi trovavo in una Tipografia all’Inferno e vidi il metodo in cui la conoscenza è trasmessa da generazione a generazione.
Nella prima stanza v’era un Uomo-Drago, mondava dai detriti l’imbocco di una grotta; dentro, diversi Draghi scavavano la grotta.
Nella seconda stanza v’era una Vipera avvolta intorno alle rocce e alla grotta, e altre che l’adornavano con ori, argento e pietre preziose.
Nella terza stanza v’era un’Aquila con ali e piume d’aria, rendeva l’interno della grotta infinito; intorno v’erano diversi uomini-Aquila che erigevano palazzi sulle immense pendici.
Nella quarta stanza v’erano Leoni di fuoco ardente che imbestialiti trasformavano i metalli in fluidi animati.
Nella quinta stanza v’erano forme Innominate, che gettavano i metalli in una distesa.
Là erano raccolti dagli Uomini, che occupavano la sesta stanza, ed prendevano la forma di libri ed venivano sistemati su scaffali.

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I Giganti che crearono questo mondo nella sua forma d’esistenza sensuale, ed ora sembra che vi vivano in catene, sono in realtà la causa della vita e la sorgente d’ogni azione; ma le catene sono il trucco delle menti deboli e addomesticate che vogliono opporre resistenza all’energia, come dice il proverbio, chi è carente di coraggio è forte in astuzia.
Per cui una parte dell’essere è atta a Proliferare, l’altra è atta a Divorare: a quella divoratrice sembra che quella prolifica sia incatenata, ma non è così; prende solo parti di esistenza che danno illusione di completezza.
Ma il Prolifico cesserebbe d’essere tale se il Divoratore non potesse ricevere come un mare gli eccessi del suo piacere.
Alcuni diranno, non è forse Dio il Prolifico? Io rispondo, Dio è, ed Agisce, solo negli esseri viventi e nell’Uomo.
Queste due classificazioni umane si trovano sempre sulla terra. E dovrebbero essere nemiche: chiunque provasse

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a riconciliarle attenterebbe all’esistenza per distruggerla.
La Religione è un tentativo di riconciliarle.
Nota. Gesù Cristo non voleva unirle ma separarle, come nella Parabola delle pecore e dei capri! E disse: non sono venuto per portare la Pace ma la Spada.
Si insegnava un tempo che il Messia o Satana o Tentatore fu uno degli Antidiluviani ossia le nostre Energie.

Una Memorabile Visione

Un Angelo venne presso di me e disse Oh giovanotto penoso e folle! Oh che orrore! Che situazione terribile! Pensa alla prigione infuocata che ti stai preparando in vista di tutta l’eternità, e alla quale ti approssimi di gran carriera.
Dissi, forse ti andrebbe di mostrarmi il mio eterno destino, e di contemplarlo con me per capire quale fra il tuo o il mio sia più desiderabile.
Quindi mi portò con sé attraverso una stalla ed una chiesa e giù nella cripta, in fondo alla quale v’era un mulino: oltrepassammo il mulino, e giungemmo a una grotta; brancolammo scendendo fra le anse spaventose di quella grotta fino a raggiungere un orrido, vasto come un cielo rovesciato comparso all’improvviso sotto di noi, e ci aggrappammo alle radici degli alberi a penzoloni sopra quell’immensità, eppure dissi, se ti fa piacere, ci affideremo a questo vuoto, per vedere fin dove arriva la provvidenza; altrimenti, io solo? ma lui rispose, non contarci, giovanotto, e comunque restando potrai osservare il tuo destino che comparirà fra poco in luogo delle tenebre.
Così rimasi con lui, seduto sulla radice ritorta

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di una quercia, lui era adagiato su un fungo che pendeva a testa in giù sul precipizio.
Gradualmente potemmo contemplare l’Abisso, rovente come i fumi d’una città in fiamme; sotto di noi lontanissimo era il sole, nero ma lucente. Aveva intorno tracce infuocate su cui ragni enormi si contorcevano, inseguendo le prede che volavano o meglio nuotavano nell’infinito profondo, con la forma dei più terribili animali scaturiti dalla depravazione, e l’aria ne era piena fino a sembrarne satura; quelli sono i Diavoli, e si chiamano Potenze dell’aria. A quel punto chiesi al mio compagno dov’è il mio destino? disse, fra il ragno nero e quello bianco.
Proprio allora, fra il ragno nero e quello bianco, scaturì una nube di fuoco che voltolò nello spazio profondo, oscurando ogni cosa, rendendo le profondità nere come un mare, e rombando con frastuoni terribili; sotto di noi non rimase altro che una scura tempesta, finché non scorgemmo a oriente, fra nubi e onde, una cataratta iniettata di sangue e fuoco, e a un tiro di schioppo da noi comparve per poi subito scomparire la gobba squamata di un mostruoso serpente; infine, tre gradi ancora più a est, comparve sulle onde una cresta ardente; arretrava lenta come un crinale di aurea pietra fino a svelare due globi di fuoco cremisi sopra i quali il mare evaporava in sbuffi di fumo, e subito capimmo che si trattava della testa del Leviatano; la fronte era striata di verde e porpora similmente a quella di una tigre; osservammo la bocca e le branchie schiumare di rabbia, tingere l’oscurità con bagliori rosso sangue, avanzare verso di noi

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con tutta la furia di un’essere spirituale.
Il mio amico Angelo si arrampicò di nuovo verso il mulino; io rimasi solo, e l’apparizione svanì, ma mi ritrovai piacevolmente seduto sulla sponda di un fiume al chiaro di luna, ad ascoltare un arpista che cantava accompagnandosi con l’arpa, e il suo motivo recitava: L’uomo che non cambia mai opinione è come acqua stagnante, e alleva i rettili della mente.
Ma mi alzai, e cercai il mulino, e là ritrovai il mio Angelo che, sorpreso, mi chiese come avessi fatto a scappare.
Risposi. Tutto ciò che abbiamo visto è dovuto alla tua propria metafisica; poiché quando sei andato via mi sono ritrovato lungo un fiume al chiaro di luna in compagnia di un arpista. Ma ora che abbiamo visto il mio destino, posso mostrarti il tuo? Lui rise della mia proposta; ma io lo presi a forza fra le braccia e volai verso occidente nella notte salendo fin sull’ombra della terra; poi mi scagliai con lui nella massa del sole; là indossai abiti bianchi e, portando con me i volumi di Swedenborg, lasciai quella gloriosa regione e oltrepassai tutti i pianeti finché approdammo a Saturno; là stetti a riposare, e poi spiccai un balzo nel vuoto fra Saturno e le stelle fisse.
Ecco! dissi, qui sta il tuo destino, in questo spazio, se di spazio si può parlare. Presto vedemmo la stalla e la chiesa, e lo portai all’altare ed aprii la Bibbia, ed oh! era un pozzo profondo, nel quale discesi, lasciandomi precedere dall’Angelo; presto vedemmo sette case di mattoni; entrammo in una di esse; all’interno v’era

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un certo numero di scimmie, bertucce, e specie simili, incatenate al centro, ghignavano e cercavano di strattonarsi a vicenda, nonostante il vincolo delle corte catene; comunque, notavo che si facevano sempre più numerose, e che quelle più deboli venivano prese da quelle forti, che ghignando le violentavano dapprima e le divoravano poi, un arto dopo l’altro, fino a lasciare solo un tronco inerme; e dopo ghigni e baci apparentemente appassionati, si divoravano pure quello; e ogni tanto ne vedevo una che con gusto strappava la carne dalla sua stessa coda; dato che il fetore infastidiva entrambi, andammo al mulino, ed io presi in mano lo scheletro di un morto, che nel mulino rappresentava gli Analitici di Aristotele.
Allora l’Angelo disse: La tua fantasia si mi ha ingannato e dovresti vergognartene.
Risposi: Ci inganniamo a vicenda, ed è tutt’altro che perso il tempo passato a conversare con te, i cui lavori sono solo Analitici.

L’Opposizione è vera Amicizia.

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Ho sempre notato che gli Angeli hanno la vanità di considerare se stessi come gli unici saggi; lo fanno parlando con una confidenza e un’insolenza che nascono dal loro metodo di ragionamento: Per questo Swedenborg si vanta di scrivere cose originali; nonostante siano solo Contenuti o Estratti di libri già editi.
Un uomo portava con sé una scimmia da spettacolino, ed essendo un poco più intelligente della scimmia, si vantava d’essere molto più intelligente di sette uomini. Stessa cosa per Swedenborg: mostrando la follia delle chiese e sbugiardando gli ipocriti, immagina tutti come religiosi e se stesso come l’unica

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eccezione sulla terra.
Ecco ora un fatto oggettivo: Swedenborg non ha scritto una sola verità inedita. Eccone un altro: ha ribadito tutte le vecchie falsità.
Ed ecco ora il motivo. Ha conversato con gli Angeli che sono tutti religiosi, e non ha conversato con i Diavoli che odiano tutti la religione, poiché la sua presunzione lo ha reso incapace di farlo.
Così gli scritti di Swedenborg sono un riepilogo di tutte le opinioni superficiali, e un’analisi di quelle sublimi, ma niente di più.
Sentite un altro fatto oggettivo. Qualsiasi uomo con abilità tecniche può trarre, partendo dagli scritti di Paracelso o Jacob Böhme, diecimila volumi di valore pari a quelli di Swedenborg, e da quelli di Dante o Shakespeare, infiniti.
Ma quando li ha ultimati, non dica di aver superato il suo maestro, poiché egli rimarrà come la luce di una candela di fronte al sole.

Una Memorabile Visione

Una volta vidi un Diavolo che ascese avvolto in una fiamma fino alla nuvola su cui sedeva un Angelo, e il Diavolo proferì queste parole.
Adorare Dio significa: Onorare i suoi doni in ogni uomo, in base al proprio genio, e amare ancor più i grandi

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uomini; chi invidia o calunnia i grandi uomini odia Dio, poiché non c’è altro Dio.
L’Angelo udito ciò divenne quasi blu, ma dominandosi virò in giallo, e infine in rosa chiaro e sorridendo rispose.
Tu Idolatra, Dio non è forse Uno? E non è forse manifesto in Gesù Cristo? E non ha forse Gesù Cristo detto la sua circa la legge dei Dieci Comandamenti? E non sono forse dei folli, dei peccatori e delle nullità tutti gli altri uomini?
Il Diavolo rispose: pesta un folle in un mortaio insieme alla farina, non basterà a liberarlo dalla sua follia. Se Gesù Cristo è il più grande degli uomini, dovresti amarlo nel più grande dei modi; ora senti come ha detto la sua circa la legge dei Dieci Comandamenti: Non ha forse schernito il Sabato, e di conseguenza il Dio del Sabato? Ucciso chi fu ucciso per causa sua? Aiutato l’adultera ad aggirare la legge? Sfruttato il lavoro d’altri per farsi mantenere? Commesso falsa testimonianza evitando di difendersi di fronte a Pilato? Peccato di bramosia quando pregò per i suoi discepoli, e quando li invitò a scrollarsi la polvere dai piedi di fronte a chi avrebbe rifiutato di ospitarli? Ti dico, non esiste virtù che non infranga questi Dieci Comandamenti; Gesù era pura virtù, e agiva d’impulso,

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non secondo le regole.
Dopo che ebbe sentenziato: osservai l’Angelo, che si protendeva ad abbracciare la fiamma, e ne fu distrutto e ne ascese Elia.

Nota. Questo angelo, che ora è divenuto un Diavolo, è il mio amico speciale; spesso leggiamo insieme la Bibbia con un’attitudine diabolica o infernale che tutti dovrebbero avere, se agiscono correttamente.
Possiedo anche: La Bibbia dell’Inferno, che tutti dovrebbero possedere, volenti o no.

Un’unica Legge per il Leone e il Bue è Oppressione.

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Límites

La mia traduzione amatoriale di Límites, una poesia di Borges, e di seguito la versione originale e poi altre traduzioni, molto diverse fra loro: una molto bella che prova con linguaggio arcaico a mantenerne le rime, un’altra più comprensibile ma meno poetica, un’altra in inglese che sovra-interpreta e inventa.

Limiti
Jorge Luis Borges (da El otro, el mismo, 1964)

Di queste vie che affondano a ponente
Dev’essercene una (non so quale) che ho percorso
già una volta, indifferente e senza presagire
che fosse l’ultima, sottomesso

a chi prefissa onnipotenti norme
e un arcano e invalicabile confine
alle ombre, ai sogni, alle forme
che sciolgono e riannodano questa vita.

Se ogni cosa ha un termine e ha un prezzo
e una conclusione e un mai più e un oblio
Chi ci dirà da chi, in questa casa,
inconsapevoli, ci siamo separati?

Oltre la finestra già grigia termina la notte
e nella torre di libri che una tronca
ombra proiettano sul ripiano sfocato,
ce ne sarà qualcuno che mai leggeremo.

C’è nel Sud più di un varco diroccato
con i suoi vasi in muratura
e fichi d’India, precluso al mio cammino
come fosse una litografia.

Alcune porte hai chiuso per sempre
e c’è uno specchio che ti attende invano;
il crocevia ti appare libero
e lo vigila, quadrifronte, Giano.

C’è, fra tutte le tue memorie,
un ricordo perso irrimediabilmente;
non ti vedranno scendere a quella fonte
né il bianco sole né la gialla luna.

Non rammenterà la tua voce quel che il persiano
disse in una lingua di volatili e rose,
quando al crepuscolo, nella luce diffusa,
vorrai citare cose eterne.

E l’incessante Rodano e il lago,
tutto quell’ieri su cui oggi m’inchino?
Perduto sarà come Cartagine
che con fuoco e sale fu annientata dai latini.

Credo nell’alba di udire un indaffarato
brusio di moltitudini che se ne vanno;
sono quelli che mi hanno benvoluto e dimenticato;
spazio, tempo e Borges già mi lasciano.

rousseau incantatrice di serpenti.jpg

Límites
Jorge Luis Borges (da El otro, el mismo, 1964)

De estas calles que ahondan el poniente,
una habrá (no sé cuál) que he recorrido
ya por última vez, indiferente
y sin adivinarlo, sometido

a quien prefija omnipotentes normas
y una secreta y rígida medida
a las sombras, los sueños y las formas
que destejen y tejen esta vida.

Si para todo hay término y hay tasa
y última vez y nunca más y olvido
¿Quién nos dirá de quién, en esta casa,
sin saberlo, nos hemos despedido?

Tras el cristal ya gris la noche cesa
y del alto de libros que una trunca
sombra dilata por la vaga mesa,
alguno habrá que no leeremos nunca.

Hay en el Sur más de un portón gastado
con sus jarrones de mampostería
y tunas, que a mi paso está vedado
como si fuera una litografía.

Para siempre cerraste alguna puerta
y hay un espejo que te aguarda en vano;
la encrucijada te parece abierta
y la vigila, cuadrifonte, Jano.

Hay, entre todas tus memorias,
una que se ha perdido irreparablemente;
no te verán bajar a aquella fuente
ni el blanco sol ni la amarilla luna.

No volverá tu voz a lo que el persa
dijo en su lengua de aves y de rosas,
cuando al ocaso, ante la luz dispersa,
quieras decir inolvidables cosas.

¿Y el incesante Ródano y el lago,
todo ese ayer sobre el cual hoy me inclino?
Tan perdido estará como Cartago
que con fuego y con sal borró el latino.

Creo en el alba oír un atareado
rumor de multitudes que se alejan;
son los que me ha querido y olvidado;
espacio, tiempo y Borges ya me dejan.

rousseau leone antilope.jpg

Limiti
(traduzione di Umberto Cianciòlo trovata su un vecchio Mondadori)

Di queste vie che inseguono il ponente,
una v’ha (quale, ignoro) che ho varcato
per la postrema volta, indifferente
e senza presagirlo, assoggettato

a Chi prefigge onnipotenti norme
e una misura rigida ed arcana
alle ombre, alle chimere ed alle forme
che ordiscono e disfanno questa trama.

Se a ogni cosa v’è un termine e un precetto
e un postremo e un mai più e uno smemorare,
chi a noi dirà da chi questa dimora,
ignari, ci avrà visti accomiatare?

Dietro i vetri in grigior la notte cessa
e nel monte di libri che una tronca
ombra propagan sul vago ripiano,
qualcuno v’ha che mai leggeremo.

Nel Sud v’è più di un portone negletto
con le sue grandi giare in pietra scabra
e i suoi cacti, che al mio àdito è interdetto
come se fosse una litografia.

Per sempre richiudesti qualche porta
e v’è uno specchio che ti attende invano;
il crocevìa ti si disvela franco
e lo sorveglia un quadrifronte Giano.

Fra le tue rimembranze ve n’ha una
che s’è perduta irreparabilmente;
non ti vedrà calare a quella fonte
né il bianco sole né la gialla luna.

Fioca sarà tua voce a quel che il Pèrsa
disse in un suo idioma d’uccelli e di rose,
quando al tramonto, nell’effusa luce,
tu agogni dire sempiterne cose.

E l’incessante Rodano ed il lago,
tutto quell’ieri su cui oggi mi chino?
Tanto avulso sarà come Cartago
che a fuoco e a sale cancellò il latino.

Parmi nell’alba udire un concitato
romor di molte turbe che dileguano:
son ciò che mi dilesse e m’ha obliato;
me spazio e tempo e Borges già disertano.

A10893.jpg

Limiti
(traduzione di Livio Bacchi Wilcock trovata in rete)

Di queste strade che sfondano il tramonto,
una ce ne sarà (non so quale) che ho percorso
già per l’ultima volta, indifferente
e senza indovinarlo, sottomesso

a Colui che prefissa onnipotenti norme
e una segreta e rigida misura
alle ombre, ai sogni e alle forme
che intessono e che stessono questa vita.

Se per tutto c’è termine e punto fermo
e ultima volta e mai più e oblio,
chi ci dirà a chi, in questa casa,
senza saperlo abbiamo detto addio?

Dietro il vetro ormai grigio la notte cessa,
e in quel mucchio di libri che una tronca
ombra dilata sulla vaga tavola
qualcuno ce ne sarà che non leggeremo mai.

C’è verso Sud più di un cancello logoro
con i suoi vasi di cemento e sabbia
e fichidindia, che al mio passo è vietato
come se fosse una litografia.

Per sempre hai richiuso qualche porta
e c’è uno specchio che ti attende invano;
il crocevia ti sembrava troppo aperto
ma n’è vigile il quadrifronte Giano.

Fra tutti i tuoi ricordi, ce n’è uno
che si è perduto irremissibilmente;
non ti vedranno scendere a quella fonte
né il bianco sole né la gialla luna.

Non tornerà la tua voce a quel che il persiano
disse nella sua lingua di uccelli e di rose,
quando al tramonto, davanti alla luce sparsa,
vorrai dire cose indimenticabili.

E l’incessante Rodano e il lago,
tutto quel ieri al quale oggi m’inchino?
Perduto ormai sarà come Cartagine
che a fuoco e sale cancellò il latino.

Credo nell’alba di udire un operoso
tramestio di folle che si allontanano:
tutti quelli che mi hanno amato e dimenticato;
già spazio e tempo e Borges mi abbandonano.

– – –

Versione inglese trovata su poetryfoundation.org:

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Immagini di H. Rousseau.

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Jacques Callot, due opere consultabili

Jacques Callot: La vie de la Mère de Dieu représentée par des emblèmes (Open Access Image from the Davison Art Center, Wesleyan University, photo: M. Johnston)

– – –

ELOGIO DI GIACOMO CALLOT, dalla Serie degli uomini i più illustri nella pittura, scultura, e architettura, con i loro elogi e ritratti incisi in rame cominciando dalla sua prima restaurazione fino ai tempi presenti TOMO DECIMO…, ebook gratuito su Google libri, pag.68 e seguenti (https://books.google.it/books?id=m42jTiXBjRgC&hl=it&pg=PA38-IA1#v=onepage&q&f=false)

 

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Schubertiadi e altri dipinti di musica

Galleria di dipinti ripresi da alcune copertine di vecchi dischi di musica classica e barocca (Telemann, Schubert, Chopin, Brahms).

bartolomeo-veneto-suonatrice-di-liuto-pinacoteca-di-brera

Bartolomeo Veneto, Suonatrice di Liuto, 1520, Pinacoteca di Brera

Schubertiade bei Spaun / Schwind 1868 - Schubertiade at Spaun's / Schwind - Schubertiade a Spaun / Schwind 1868

Moritz von Schwind, Schubertiade at Spauns, Wien Schubert Museum

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Gustav Klimt, Schubert at the piano, 1899, opera andata distrutta nella seconda guerra mondiale, comparsa sulla copertina di The Etude magazine nel 1934 (fonte: crimes against art – click sull’immagine)

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Schubertiade, Julius Schmid – Wikimedia Commons Link

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Schubertiade by Moritz von Schwind – Wikimedia Commons Link

schubertiade-etude

Schubert and his friends – The Etude music magazine

Tutte le copertine di The Etude su etudemagazine.com

Tutti i numeri di Etude con Schubert in copertina

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Ritratto di oboista, Musikinstrumenten-museum Berlino, via Wikimedia Commons

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L’enseigne de Gersant, par Antoine Watteau, Louvre Paris— Wikimedia Commons Link

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La Pompadour (particolare dell’impresa di Gersant), Antoine Watteau, Louvre Paris — link

camille-corot-le-pont-de-mantes

Camille Corot, Le pont de Mantes, Louvre Paris – attraverso Wikimedia Commons

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Portrait of Violette Heymann, by Odilon Redon 1910 – Wikimedia Commons Link

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Breve ricerca sulle origini di un pianoforte

pianoforte.jpg

Non c’è alcuna marca stampigliata, forse si è cancellata con il tempo o forse è scomparsa sotto la vernice scura (il colore originale è visibile nell’impronta dei due candelabri mancanti). Partendo dalla targhetta che dichiara “Goldene Medaille Brüx 1898” ho fatto una piccola ricerca.

Brüx.jpg

Innanzitutto Brüx non è Bruxelles ma una città della Boemia, che oggi si chiama Most (Repubblica Ceca). Nel 1898 vi si tenne un’esposizione di artigianato e industria in cui il produttore di pianoforti Wilhelm Schimmel di Lipsia ottenne il riconoscimento:

Fonte, “Au clavier bien tempéré” (http://auclavier-bientempere.fr/sauver-les-pianos-anciens/histoire-piano-schimmel/):

Extrait du livre “Les Facteurs de Pianos et leurs Recherches” d’André Chenaud, 1970

Wilhelm Schimmel avait appris le métier de menuisier et dès sa deuxième année d’apprentissage, il s’était adonné à la construction d’accordéons et de violons. A 23 ans, il fut déjà contremaître dans une importante menuiserie de Riesa en Saxe. Mais il abandonna bientôt ce poste pour accomplir un apprentissage complet dans la fabrique de pianos Stigel à Leipzig. Le 2 mai 1885 à l’âge de 31 ans, il construisit son premier piano dans un modeste atelier de Neuschönefeld près de Leipzig. A peine un an plus tard, il dut s’installer dans un atelier plus vaste à Leipzig Reudnitz. En 1888 un local de 200m2 lui était devenu nécessaire et trois ans plus tard, naissait sa première usine de Luisenstrasse à Reudnitz.
Le 1er mars 1894, sa maison existe depuis neuf ans, et sort le millième piano. En 1899 elle sort le trois millième. Puis c’est l’édification de vastes installations dans la banlieue de Leipzig à Stötteritz et viennent les récompenses : prix d’honneur de la ville de Leipzig, médaille d’or à l’exposition artisanale et industrielle de Brüx.

En 1889 W. Schimmel fut nommé fournisseur de S.A.R. le grand duc de Saxe-Weimar, et en 1909 de S.M. le roi de Roumanie.
En 1901, pour son vingt-cinquième anniversaire la firme reçoit la médaille d’or de l’exposition universelle de Turin.
En 1925, âgé de 71 ans, toujours plein d’énergie et de projets nouveaux, il continuait avec ses deux fils comme collaborateurs.
En 1929, l’usine fut transférée à Brunswick et sinistrée pendant la dernière guerre.
Le fondateur W. Schimmel mourut en 1946 et l’usine se releva lentement de ses ruines en 1947. Le fils Wilhelm organisa une publicité efficace, l’usine a été agrandie et actuellement elle est en Europe une de celles qui ont la plus grande production annuelle. Elle en est au N° 108 000.
En 1969, elle est encore agrandie, et c’est M. Klaus Schimmel Qui représente la 3° génération et préside aux destinées de la marque avec une exportation importante.

numero di serie.jpg

Il pianoforte è dunque uno Schimmel. Considerando il numero di serie 3666 visibile all’interno, in base al testo citato potremmo datarlo intorno all’anno 1900.

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Wilh. Schimmel & co. 1885 (fonte: http://www.schimmel-pianos.de)

 

Wilh. Schimmel & co. è un produttore ancora attivo. Sul sito internet sono elencati per anno i numeri di serie. Il 3666 è probabilmente del 1901:

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E infine, ecco la medaglia d’oro. Sul fronte, in primo piano, uno scudo con lo stemma della città, e in basso quello che dovrebbe essere un simbolo di arti e mestieri; sul retro, la scritta “Brüx 1898 – Nordwestböhmischen Ausstellung für deutsche Industrie, Gewerbe und Landwirtschaft” (Esposizione dell’indutria, del commercio e dell’agricoltura nella Boemia del nordest)

medaille

Fonte: coinarchives.com (http://www.coinarchives.com/w/lotviewer.php?LotID=2525493&AucID=2446&Lot=1379&Val=e7f41d4f7e8f0573d5bda5c5429464a4)

 

 

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Il piacere

 

La dedica a Francesco Paolo Michetti:

A Francesco Paolo Michetti
Questo libro, composto nella tua casa dall’ospite bene accetto, viene a te come un rendimento di grazie, come un ex-voto.
Nella stanchezza della lunga e grave fatica, la tua presenza m’era fortificante e consolante come il mare. Nei disgusti che seguivano il doloroso e capzioso artifizio dello stile, la limpida semplicità del tuo ragionamento m’era esempio ed emendazione. Ne’ dubbii che seguivano lo sforzo dell’analisi, non di rado una tua sentenza profonda m’era di lume.
A te che studii tutte le forme e tutte le mutazioni dello spirito come studii tutte le forme e tutte le mutazioni delle cose, a te che intendi le leggi per cui si svolge l’interior vita dell’uomo come intendi le leggi del disegno e del colore, a te che sei tanto acuto conoscitor di anime quanto grande artefice di pittura io debbo l’esercizio e lo sviluppo della più nobile tra le facoltà dell’intelletto: debbo l’abitudine dell’osservazione e debbo, in ispecie, il metodo. Io sono ora, come te, convinto che c’è per noi un solo oggetto di studii: la Vita.
Siamo, in verità, assai lontani dal tempo in cui, mentre tu nella Galleria Sciarra eri intento a penetrare i segreti del Vinci e del Tiziano, io ti rivolgeva un saluto di rime sospiranti
all’Ideale che non ha tramonti,
alla Bellezza che non sa dolori!
Ben, però, un vóto di quel tempo s’è compiuto. Siam tornati insieme alla dolce patria, alla tua « vasta casa ». Non gli arazzi medìcei pendono alle pareti, né convengono dame ai nostri decameroni, né i coppieri e i levrieri di Paolo Veronese girano intorno alle mense, né
i frutti soprannaturali empiono i vasellami che Galeazzo Maria Sforza ordinò a Maffeo di Clivate. Il nostro desiderio è men superbo: e il nostro vivere è più primitivo, forse anche più omerico e più eroico se valgono i pasti lungo il risonante mare, degni d’Ajace, che interrompono i digiuni laboriosi.
Sorrido quando penso che questo libro, nel quale io studio, non senza tristezza, tanta corruzione e tanta depravazione e tanta sottilità e falsità e crudeltà vane, è stato scritto in mezzo alla semplice e serena pace della tua casa, fra gli ultimi stornelli della messe e le prime pastorali della neve, mentre insieme con le mie pagine cresceva la cara vita del tuo figliuolo.
Certo, se nel mio libro è qualche pietà umana e qualche bontà, rendo mercede al tuo figliuolo. Nessuna cosa intenerisce e solleva quanto lo spettacolo d’una vita che si schiude. Perfino lo spettacolo dell’aurora cede a quella meraviglia.
Ecco, dunque, il volume. Se, leggendolo, l’occhio ti corra più oltre e veda tu Giorgio porgerti le mani e dal tondo viso riderti, come nella divina strofe di Catullo, semihiante labello, interrompi la lettura. E le piccole calcagna rosee, dinanzi a te, premano le pagine dov’è rappresentata tutta la miseria del Piacere; e quel premere inconsapevole sia simbolo e augurio.
Ave, Giorgio. Amico e maestro, gran mercé.
Dal Convento: secondo Carmine, 1889.
G. D’A.

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Francesco Michetti, Ritratto di D’Annunzio

– – –

Le impressioni dell’organismo mal definite:

Il malessere vago proveniva forse anche dalla mutazione del clima, delle abitudini, degli usi. L’anima converte in fenomeni psichici le impressioni dell’organismo mal definite, a quella guisa che il sogno trasforma secondo la sua natura gli incidenti del sonno.

Un elemento intermedio del nostro essere:

E da allora in poi gli avorii, gli smalti, i gioielli passarono dalle dita dell’amata in quelle dell’amante, comunicando un indefinibile diletto. Pareva ch’entrasse in loro una particella dell’amoroso fascino di quella donna, come entra nel ferro un poco della virtù d’una calamita. Era veramente una sensazione magnetica di diletto, una di quelle sensazioni acute e profonde che si provan quasi soltanto negli inizii di un amore e che non paiono avere né una sede fisica né una sede spirituale, a simiglianza di tutte le altre, ma sì bene una sede in un elemento neutro del nostro essere, in un elemento quasi direi intermedio, di natura ignota, men semplice d’uno spirito, più sottile d’una forma, ove la passione si raccoglie come in un ricettacolo, onde la passione s’irradia come da un focolare.

Il presentimento tragico della tristezza:

La sua tristezza s’aggravò. Egli si trovava in una disposizion di spirito strana. La sensibilità de’ suoi nervi era così acuta che ogni minima sensazione a lui data dalle cose esteriori pareva una ferita profonda. Mentre un pensiero fisso occupava e tormentava tutto il suo essere, egli aveva tutto il suo essere esposto agli urti della vita circostante. Contro ogni alienazione della mente ed ogni inerzia della volontà, i suoi sensi rimanevano vigili ed attivi; e di quell’attività egli aveva una conscienza non esatta. I gruppi delle sensazioni gli attraversavano d’improvviso lo spirito, simili a grandi fantasmagorie in una oscurità; e lo turbavano e sbigottivano. Le nuvole del tramonto, la forma del Tritone cupa in un cerchio di fanali smorti, quella discesa barbarica d’uomini bestiali e di giumenti enormi, quelle grida, quelle canzoni, quelle bestemmie esasperavano la sua tristezza, gli suscitavano nel cuore un timor vago, non so che presentimento tragico.

La tristezza ancora, nella descrizione più incredibile che abbia mai sentito:

… la occupò l’oscura tristezza che è in fondo a tutte le felicità umane, come alla foce di tutti i fiumi è l’acqua amara.

– – –

Le bocche di donna del Botticelli e del Vinci:

Ci sono bocche di donne le quali paiono accendere d’amore il respiro che le apre. Le invermigli un sangue ricco più d’una porpora o le geli un pallor d’agonia, le illumini la bontà d’un consenso o le oscuri un’ombra di disdegno, le dischiuda il piacere o le torca la sofferenza, portano sempre in loro un enigma che turba gli uomini intellettuali e li attira e li captiva. Un’assidua discordia tra l’espression delle labbra e quella degli occhi genera il mistero; per che un’anima duplice vi si riveli con diversa bellezza, lieta e triste, gelida e passionata, crudele e misericorde, umile e orgogliosa, ridente e irridente; e l’ambiguità suscita l’inquietudine nello spirito che si compiace delle cose oscure. Due quattrocentisti meditativi, perseguitori infaticabili d’un Ideale raro e superno, psicologi acutissimi a cui si debbon forse le più sottili analisi della fisionomia umana, immersi di continuo nello studio e nella ricerca delle difficoltà più ardue e de’ segreti più occulti, il Botticelli e il Vinci, compresero e resero per vario modo nell’arte loro tutta l’indefinibile seduzione di tali bocche.

Botticelli - La nascita di Venere - Google Art Project.png

Botticelli, La nascita di Venere, dettaglio – google art project

Leonardo Da Vinci - Testa di Leda - dettaglio.png

Leonardo Da Vinci, Testa di Leda, dettaglio – google art project

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Una galleria di ritratti:

E vennero altre, talvolta in coppia: Barbarella Viti, la mascula, che aveva una superba testa di giovinetto, tutta quanta dorata e fulgente come certe teste giudee del Rembrandt; la contessa di Lùcoli, la dama delle turchesi, una Circe di Dosso Dossi, con due bellissimi occhi pieni di perfidia, varianti come i mari d’autunno, grigi, azzurri, verdi, indefinibili; Liliana Theed, una lady di ventidue anni, risplendente di quella prodigiosa carnagione, composta di luce, di rose e di latte, che han soltanto i babies delle grandi famiglie inglesi nelle tele del Reynolds, del Gainsborough e del Lawrence…

rembrandt-the-jewish-bride

Rembrandt, The jewish bride, dettaglio – google art project

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Maga Circe Di Dosso Dossi – http://www.atlantedellarteitaliana.it/artwork-8064.html, Pubblico dominio, Collegamento

gainsborough

Thomas Gainsborough, The Marsham children, dettaglio – google art project

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Joshua Reynolds, A young girl and her dog, dettaglio – google art project

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La convalescenza (incipit del Libro Secondo):

La convalescenza e’ una purificazione e un rinascimento. Non mai il senso della vita è soave come dopo l’angoscia del male; e non mai l’anima umana più inclina alla bontà e alla fede come dopo aver guardato negli abissi della morte. Comprende l’uomo, nel guarire, che il pensiero, il desiderio, la volontà, la conscienza della vita non sono la vita. Qualche cosa è in lui più vigile del pensiero, più continua del desiderio, più potente della volontà, più profonda anche della conscienza; ed è la sostanza, la natura dell’essere suo. Comprende egli che la sua vita reale è quella, dirò così, non vissuta da lui; è il complesso delle sensazioni involontarie, spontanee, incoscienti, istintive; è l’attività armoniosa e misteriosa della vegetazione animale; è l’impercettibile sviluppo di tutte le metamorfosi e di tutte le rinnovellazioni. Quella vita appunto in lui compie i miracoli della convalescenza: richiude le piaghe, ripara le perdite, riallaccia le trame infrante, rammenda i tessuti lacerati, ristaura i congegni degli organi, rinfonde nelle vene la ricchezza del sangue, riannoda su gli occhi la benda dell’amore, rintreccia d’intorno al capo la corona de’ sogni, riaccende nel cuore la fiamma della speranza, riapre le ali alle chimere della fantasia.
Dopo la mortale ferita, dopo una specie di lunga e lenta agonia, Andrea Sperelli ora a poco a poco rinasceva, quasi con un altro corpo e con un altro spirito, come un uomo nuovo, come una creatura uscita da un fresco bagno letèo, immemore e vacua. Parevagli d’essere entrato in una forma più elementare. Il passato per la sua memoria aveva una sola lontananza, come per la vista il cielo stellato è un campo eguale e diffuso sebbene gli astri sian diversamente distanti. I tumulti si pacificavano, il fango scendeva dall’imo, l’anima facevasi monda; ed egli rientrava nel grembo della natura madre, sentivasi da lei maternamente infondere la bontà e la forza.

[…]

Il convalescente rinveniva sensazioni obliate della puerizia, quell’impression di freschezza che dànno al sangue puerile gli aliti del vento salso, quegli inesprimibili effetti che fanno le luci, le ombre, i colori, gli odori delle acque su l’anima vergine. Il mare non soltanto era per lui una delizia degli occhi, ma era una perenne onda di pace a cui si abbeveravano i suoi pensieri, una magica fonte di giovinezza in cui il suo corpo riprendeva la salute e il suo spirito la nobiltà. Il mare aveva per lui l’attrazion misteriosa d’una patria; ed egli vi si abbandonava con una confidenza filiale, come un figliuol debole nelle braccia d’un padre onnipossente. E ne riceveva conforto; poiché nessuno mai ha confidato il suo dolore, il suo desiderio, il suo sogno al mare invano.

– – –

Ricerca:

Era in fondo il suo cuore il desiderio di darsi, liberamente e per riconoscenza, a un essere più alto e più puro. Ma dov’era questo essere?

“Il verso è tutto”:

Il verso è tutto. Nella imitazion della Natura nessun istrumento d’arte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obediente, sensibile, fedele. Più compatto del marmo, più malleabile della cera, più sottile d’un fluido, più vibrante d’una corda, più luminoso d’una gemma, più fragrante d’un fiore, più tagliente d’una spada, più flessibile d’un virgulto, più carezzevole d’un murmure, più terribile d’un tuono, il verso è tutto e può tutto. Può rendere i minimi moti del sentimento e i minimi moti della sensazione; può definire l’indefinibile e dire l’ineffabile; può abbracciare l’illimitato e penetrare l’abisso; può avere dimensioni d’eternità; può rappresentare il sopraumano, il soprannaturale, l’oltramirabile; può inebriare come un vino, rapire come un’estasi; può nel tempo medesimo posseder il nostro intelletto, il nostro spirito, il nostro corpo; può, infine, raggiungere l’Assoluto. Un verso perfetto e assoluto, immutabile, immortale; tiene in sé le parole con la coerenza d’un diamante; chiude il pensiero come in un cerchio preciso che nessuna forza mai riuscirà a rompere; diviene indipendente da ogni legame da ogni dominio; non appartiene più all’artefice, ma è di tutti e di nessuno, come lo spazio, come la luce, come le cose immanenti e perpetue. Un pensiero esattamente espresso in un verso perfetto è un pensiero che già esisteva preformato nella oscura profondità della lingua. Estratto dal poeta, séguita ad esistere nella conscienza degli uomini. Maggior poeta è dunque colui che sa discoprire, disviluppare, estrarre un maggior numero di codeste preformazioni ideali. Quando il poeta è prossimo alla scoperta d’uno di tali versi eterni, è avvertito da un divino torrente di gioia che gli invade d’improvviso tutto l’essere.

– – –

Ella parlava di musica:

Ella parlava di musica con sottilità d’intenditrice; e per rendere il sentimento, che una data composizione o l’intera arte di un dato maestro suscitava in lei, aveva espressioni ingegnose ed imagini ardite.
– Io ho eseguita ed ascoltata molta musica – diceva ella. – E di ogni Sinfonia, di ogni Sonata, di ogni Notturno, di ogni singolo pezzo insomma, conservo una imagine visibile, un’impressione di forma e di colore, una figura, un gruppo di figure, un paesaggio; tanto che tutti i miei pezzi prediletti portano un nome, secondo l’imagine. Io ho, per esempio, la Sonata delle quaranta nuore di Priamo, il Notturno della Bella addormentata nel bosco, la Gavotta delle dame gialle, la Giga del mulino, il Preludio della goccia d’acqua, e così via.
Ella si mise a ridere, d’un tenue riso che su quella bocca afflitta aveva una indicibile grazia e sorprendeva come un baleno inatteso.
– Ti ricordi, Francesca, in collegio, di quanti commenti in margine affliggemmo la musica di quel povero Chopin, del nostro divino Federico? Tu eri la mia complice. Un giorno mutammo tutti i titoli allo Schumann, con gravi discussioni; e tutti i titoli avevano una lunga nota esplicativa. Conservo ancóra quelle carte, per memoria. Ora, quando risuono i Myrthen e le Albumblätter, tutte quelle significazioni misteriose mi sono incomprensibili; la commozione e la visione sono assai diverse; ed è un fino piacere questo, di poter paragonare il sentimento presente con il passato, la nuova imagine con l’antica.

[…]

Ella cantò ancóra un’Arietta di Antonio Salieri. Poi sonò una Toccata di Leonardo Leo, una Gavotta del Rameau e una Giga di Sebastiano Bach. Riviveva meravigliosamente sotto le sue dita la musica del XVIII secolo, così malinconica nelle arie di danza: che paion composte per esser danzate in un pomeriggio languido d’una estate di San Martino, entro un parco abbandonato, tra fontane ammutolite, tra piedestalli senza statue, sopra un tappeto di rose morte, da coppie di amanti prossimi a non amar più.

La voce dei bambini:

Delfina ora parlava, parlava abondantemente, ripetendo senza fine le stesse cose, infatuata della cerva, mescolando le più strane fantasie, inventando lunghe storie monotone, confondendo una favola con l’altra, componendo intrichi ne’ quali si smarriva ella stessa. Parlava, parlava, con una specie d’inconscienza, quasi che l’aria del mattino l’avesse inebriata; e intorno a quella sua cerva chiamava figli e figlie di re, cenerentole, reginelle, maghi, mostri, tutti i personaggi de’ regni imaginarii, in folla, in tumulto, come nella metamorfosi continua d’un sogno. Parlava allo stesso modo che un uccello gorgheggia, con modulazioni canore, talvolta con successioni di suoni che non eran parole, ne’ quali esalavasi l’onda musicale già iniziata, come il fremito d’una corda nella pausa, quando in quello spirito infantile il legame tra il segno verbale e l’idea rimaneva interrotto.

– – –

Torture nel sonno:

Oscuramente, a traverso il mio cervello, come ombre spesse, guizzavano terribili pensieri, imagini di dolore insostenibili; e il mio cuore aveva urti e sussulti improvvisi, e io mi ritrovava con gli occhi aperti nelle tenebre, senza sapere se uscivo da un sogno o se fino allora ero stata desta a pensare e a imaginare. E questa specie di dubbio dormiveglia, assai più torturante dell’insonnio, durava, durava, durava.

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Due sonate di Beethoven (nota: sono descritte in ordine inverso, prima la op.27/2  sonata numero 14 Chiaro di Luna, e poi la op.27/1 sonata numero 13):

Sonò le due Sonate-Fantasie del Beethoven (op. 27). L’una, dedicata a Giulietta Guicciardi, esprimeva una rinunzia senza speranza, narrava il risveglio dopo un sogno troppo a lungo sognato. L’altra fin dalle prime battute dell’Andante, in un ritmo soave e piano, accennava a un riposo dopo la tempesta; quindi, passando per le irrequietudini del secondo tempo, allargavasi in un Adagio di luminosa serenità e finiva con un Allegro vivace in cui era una sollevazion di coraggio e quasi un ardore.

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