Funghi di Yuggoth (I-XIV)

Versione amatoriale in versi liberi dei primi 14 sonetti di Fungi from Yuggoth.
L’originale qui: lovecraft.com – – PDF.

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H. P. Lovecraft
Funghi di Yuggoth

I. Il Libro

Il luogo era buio e sporco e sperduto
Nel groviglio dei vecchi vicoli del porto,
Fetente di sconosciuti odori esalati dal mare,
Con strane volute di fumo menate dal vento dell’ovest.
In piccole finestre a losanga, offuscate da fumo e gelo,
S’intravvedevano i libri, in pile simili ad alberi marcescenti,
Ritorti dal pavimento al soffitto, in una congerie
Decadente di vecchia storia svenduta.

Entrai, avvinto, e in un mucchio di ragnatele
Presi il volume più prossimo e lo sfogliai a caso,
Tremando di fronte alle insolite parole che sembravano
Custodire una sorta di segreto, mostruoso se solo svelato.
Poi, in cerca di un commesso esperto del mestiere,
Non udii altro che una voce ghignante.

II. Inseguimento

Mi infilai il libro sotto il cappotto, nell’ansia
Di nasconderlo alla vista di un luogo del genere;
Gettandomi a capofitto fra le vecchie vie del porto
Con ansia mi guardavo ripetutamente alle spalle.
Opache, anonime finestre dentro muri traballanti
Mi puntavano in modo sinistro mentre fuggivo,
E immaginando quel che celavano, mi salì la nostalgia
Di uno scorcio redentore di limpido cielo blu.

Nessuno mi aveva visto rubare l’oggetto – ma ugualmente
Una secca risata riecheggiò come un vortice nella mia testa,
E potevo solo intuire i mondi ottenebrati dalla malattia
In agguato in quel volume delle mie brame.
Il cammino si fece bizzarro – anche i muri ammattivano –
E dietro di me, il rumore ovattato di passi lontani.

III. La Chiave

Io non ricordo più i negletti meandri
Delle rotte bizzarre che mi ricondussero a casa,
Ma fui sull’ingresso e tremai, pallido dalla fretta
Di rientrare e sprangare il portone.
Possedevo il libro che rivelava la via segreta
Attraverso il vuoto e fra gli schermi sospesi
Che controllano i mondi adimensionali,
E riportano gli eoni smarriti ai propri domini.

Finalmente mia era la chiave per quelle vaghe visioni
Di vette e boschi all’imbrunire che scaturivano
Fioche negli abissi oltre i confini di questa terra,
Celandosi come ricordi di infinito.
La chiave era mia, ma mentre sedevo meditabondo,
La finestra della soffitta fu scossa da un debole scricchiolìo.

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IV. Presa di Coscienza

Si era di nuovo fatto giorno, quando come un bambino
Vidi – solo per una volta – quelle vecchie querce incavate,
Grigie nella bruma bassa che le soffoca e ne avviluppa
Le forme sfuggenti pregne di follia.
Allo stesso modo – erbe folte e selvatiche
S’avvinghiavano a un altare la cui effigie scolpita invoca
Quell’Innominato a cui ascesero mille fumi,
Eoni defunti, da mucchi di cataste immonde.

Vidi il corpo disteso su quella pietra umida,
E seppi che gli esseri che vi banchettavano non erano umani;
Seppi che quello strano mondo grigio non apparteneva a me,
Ma a Yuggoth, al di là di vuoti stellari – e in quell’istante
Provenne dal corpo un grido atroce di morte,
E troppo tardi mi accorsi che quel grido era mio!

V. Ritorno a Casa

Il demone disse che mi avrebbe ricondotto a casa
Nell’indefinita, fosca terra che a malapena ricordavo
Come un alto sito terrazzato, cinto
Da balaustre di marmo sferzate dai venti,
Mentre miglia più in basso dedali di cupole
E di torri sovrapposte fra loro fino al mare si riversano.
Di nuovo, mi disse, sarei rimasto ipnotizzato
Da quelle antiche altitudini, dallo spumeggiare lontano.

Tutto ciò mi promise, e attraverso le porte del tramonto
Mi trascinò, oltre lo sciabordio dei laghi infuocati,
E i troni d’oro rosso di certi dei senza nome
Che gridano impauriti di fronte a un fato incombente.
Poi un golfo oscuro con il frastuono del mare nella notte:
“Tu dimoravi qui,” mi schernì, “quando ancora possedevi la vista!”

VI. La Lampada

Trovammo la lampada fra le grotte di scogliere il cui cesello
Sarebbe indecifrabile persino a un sacerdote di Tebe,
E dalle cui profondità spaventosi geroglifici
Ammonivano ogni creatura della genìa terrestre.
Non v’era altro – solo quella coppa bronzea
Contenente tracce di uno strano olio;
Ornata da una pergamena con decorazioni misteriose,
E simboli che richiamavano vagamente il peccato.

Noncuranti delle paure di quaranta secoli
Ci assicurammo quel magro bottino,
E quando poi lo analizzammo nella nostra tenda buia
Strofinammo un fiammifero per provare l’antico olio.
S’incendiò – buon Dio! … Ma le forme immense che vedemmo
In quel lampo folle hanno impresso il timore sulle nostre vite.

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VII. La Collina di Zaman

La grande collina incombeva sopra alla città vecchia,
A precipizio sul finire della via centrale;
Verde, alta, e boscosa, affacciata cupamente in basso
Verso il campanile sulla curva della strada statale.
Per duecento anni s’è mormorato a proposito
Di quanto accadde sull’impervio pendio –
Racconti a proposito di cervi o uccelli dilaniati,
O di ragazzini scomparsi e famiglie senza più speranza.

Un bel giorno il portalettere non vi trovò più alcun villaggio,
E nemmeno delle case o degli abitanti vi fu più traccia;
Molti arrivavano da Aylesbury per accertarsene –
Ma accusarono comunque il portalettere d’essere
Chiaramente pazzo a dire di avere scorto
Gli occhi voraci della grande collina, e le mandibole spalancate.

VIII. Il Porto

A dieci miglia da Arkham scovai il sentiero
Che segue il crinale sopra Boynton Beach,
E sperai di poter raggiungere giusto al tramonto
La cresta che affaccia su Innsmouth nella valle.
Laggiù in mare una vela si ritirava,
Sbiancata come da anni di antichi e forti venti,
Ma funesta come una sorta di portento taciuto,
Così non salutai con cenni della mano.

State al largo da Innsmouth! secondo la vecchia nomea
Dei tempi passati. Ma ora rapidissima la notte
Si avvicina, ed io ho raggiunto l’altitudine
Da cui tanto sovente scruto la città distante.
Le guglie e i tetti sono là – ma ecco! La tenebra
Cala sulle vie buie, oscura come una tomba!

utpatel innsmouth

Innsmouth by Frank Utpatel

 

IX. Il Cortile

Era la stessa città che già conobbi;
L’antica, lebbrosa città in cui moltitudini bastarde
Pregano dèi bizzarri, e percuotono campane sconsacrate
In cripte situate sotto turpi vicoli presso la riva.
Le marcescenti, ostili costruzioni mi spiavano
Sporgendosi, ubriache e semi-incoscienti,
Mentre fra il sudiciume oltrepassavo il cancello
D’ingresso al cortile desolato dove avrei trovato l’uomo.

I muri neri mi circondarono, e forte bestemmiai
Per essermi ritrovato in un simile covo,
Quando d’improvviso alcune finestre esplosero
D’una forte luce, e s’affollarono di uomini danzanti:
Pazza, silente baldoria di striscianti cadaveri –
E non un corpo che avesse ancora mani o capo!

X. Gli Addestratori di Piccioni

Mi presero nei bassifondi, dove sottili muri di mattoni
S’incurvano trasudando il male di cui sono pregni,
E volti deformi, ammassandosi sporchi e ottusi,
Comunicano con un dio e un diavolo estranei.
Milioni d’incendi divampavano nelle strade,
E dalle altane un manipolo furtivo di addestratori
Faceva volare uccelli malandati nel cielo aperto
Mentre tamburi nascosti rullavano con battiti costanti.

Sapevo che quei fuochi predicevano cose mostruose,
E che quegli uccelli spaziali erano stati Aldilà –
Mi chiesi in quali anfratti oscuri del pianeta facessero la spola,
E cosa portassero da Thog fra le proprie ali.
Gli altri risero – e poi subito ammutolirono
Per quel che s’intravvide in uno dei becchi malvagi.

XI. Il Pozzo

Seth Atwood il contadino aveva più di ottant’anni quando
Provò a scavare quel pozzo profondo accando alla sua porta,
Con il solo Eb ad aiutarlo a perforare e perforare.
Noi ne ridevamo, e speravamo che rinsavisse presto.
E invece, al contrario, anche il giovane Eb impazzì,
Così lo spedirono alla fattoria della contea.
Seth sigillò bene con i mattoni la bocca del pozzo –
Poi si tagliò un’arteria del suo artritico polso sinistro.

Dopo il funerale ci trovammo d’accordo
Nell’andare al pozzo e spaccare i mattoni,
Ma ciò che scovammo furono solo pioli di ferro fissati
Giù nel buco nero fino a una profondità impensabile.
Quindi posammo di nuovo i mattoni – Perché ritenemmo
Quel buco troppo fondo per qualsiasi scandaglio.

XII. L’Urlatore

Mi dissero di non imboccare il sentiero di Brigg’s Hill
Che fungeva una volta da strada maestra per Zoar,
Poiché Goody Watkins, impiccato nel 1704,
Lasciò dietro sé una sorta di eredità mostruosa.
Tuttavia quando disobbedii, e giunsi alla vista
Del casolare presso i vigneti del pendio roccioso,
Non stavo pensando a olmi né a corde appese,
Ma a come potesse la casa sembrare ancora così nuova.

Fermatomi un istante a contemplare la sera,
Sentii deboli ululati, come da una stanza di sopra,
Quando fra l’edera che ricopre i vetri un ultimo raggio
Di sole penetrò, e colpì di sorpresa l’ulratore.
Bastò uno sguardo – e fuggii rapidamente da quel posto,
E da un essere quadrupede dal volto umano.

utpatel yuggoth back

Fungi from Yuggoth (back) by Frank Utpatel

 

XIII. Hesperia

Il tramonto invernale, che da una sfera opaca
Getta fiamme attraverso le guglie e i camini a schiera,
Apre immensi varchi a certe epoche
Di antico splendore e divini desideri.
Imminenti prodigi ardono in quei fuochi abbondanti,
Gravidi d’avventura, e non privi d’un velo di timore;
Una sequenza di sfingi laddove mena la strada
Verso mura e torri che tremano alle distanti lire.

E’ la terra da cui sboccia il significato della bellezza;
Da cui origina ogni ricordo incollocabile;
Da cui sgorga il grande fiume del Tempo
Che scorre nell’immenso vuoto stellato delle ore.
Ci avviciniamo in sogno – ma recita un detto antico
Che mai queste vie furono calpestate da anima viva.

XIV. Brezze Stellari

E’ un istante specifico di ombre crepuscolari,
Specie in autunno, quando la brezza stellare si riversa
Nelle strade di collina, nelle verande deserte
Dalle cui stanze interne filtra inattesa le luce artificiale.
Le foglie morte vorticano in modo bizzarro e fantasioso,
Ed il fumo dai camini s’alza in volute di grazia aliena,
Ubbidienti a geometrie di spazi lontani,
Mentre Formalhaut cala fra le nebbie del sud.

Questo è l’istante in cui i poeti folli vengono a conoscenza
Dei funghi autoctoni di Yuggoth, e dei profumi
E delle tinte floreali proprie dei continenti di Nithon,
Che i miseri giardini terrestri mai sprigionarono.
E per un sogno che su queste brezze giunge a noi,
Altri a decine vengono da esse spazzati via!

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Piccolo reportage S. Maria di Campagna e S. Sisto

Click su ogni immagine per ingrandire.

Due inquadrature della cupola della Basilica di Santa Maria di Campagna a Piacenza, dell’architetto piacentino Alessio Tramello, XVI sec., affrescata principalmente dal “Pordenone”:

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“la cupola ed il tamburo realizzati rispettivamente da Giovanni Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone e Bernardino Gatti detto il Soiaro in un periodo compreso tra il 1530 ed il 1543” (santamariadicampagna.com)

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Su santamariadicampagna.com c’è un’incredibile galleria ad alta definizione degli affreschi.

Compare in una bacheca una lettera con cui il “Guercino” Francesco Barbieri, artista tanto amato a Piacenza, comunica che la tela a lui commissionata sarà pronta in due anni (sopra le colonne della chiesa c’è una fascia di trenta e più tele raffiguranti scene sacre) (purtroppo quella del Guercino è illuminata male e quasi non si vede):

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“Cento ducatoni d’argento per ogni figura integra” (nella tela vi sono tre figure)

Anche due cappelle della chiesa sono completamente affrescate dal Pordenone:

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G. A. de Sacchis detto il Pordenone, Cappella di Santa Caterina, S.Maria di Campagna (PC)

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G. A. de Sacchis detto il Pordenone, Cappella di Santa Caterina – particolare, S.Maria di Campagna (PC)

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G.A. de’ Sacchis detto il Pordenone, Cappella delle natività, S.Maria di Campagna (PC)

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G.A. de’ Sacchis detto il Pordenone, Cappella delle natività, particolare

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G.A.de’ Sacchis detto il Pordenone, “Sant’Agostino”, affresco, particolare. S.Maria di Campagna (PC). L’inquadratura non è delle migliori, per evitare i riflessi.

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San Sisto, Piacenza, sempre di A.Tramello:

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Facciata e chiostro d’ingresso

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Cancello in ferro battuto (chiostri) e sullo sfondo un’opera “ricevuta in dono da Dresda” che riprende la Madonna Sistina di Raffaello.

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Vista del soffitto della navata, San Sisto (PC)

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La copia della “Madonna Sistina” nella sua grande cornice barocca (San Sisto, PC)

La vicenda della “Madonna Sistina” è raccontata in dettaglio su vari pannelli informativi disposti nella cripta, che io ho trovato aperta:

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Gli angioletti famosi di Raffaello (sotto) vengono messi a confronto con quelli della copia (sopra)

La chiesa di San Sisto offre anche altri particolari interessanti, fra cui a mio avviso i “paliotti in scagliola” (decorazioni in gesso del ‘700 che simulano gli intarsi in marmo degli altari, info qui):

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Paliotto in scagliola, particolare, San Sisto (PC)

Una tavola in legno dipinta nel 1546:

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S.Novelli, Madonna con bambino e i ss. Girolamo e Pietro, 1546, San Sisto (PC) – l’inquadratura è storta –

Ma soprattutto le bellissime tarsie lignee del coro:

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Un po’ di informazioni dettagliate:

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Musica totale

1

(Thomas Bernhard, Antichi maestri)

 

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‘Un nero trono al centro del caos’

Gilman decided he had picked up that last conception from what he had read in the Necronomicon about the mindless entity Azathoth, which rules all time and space from a curiously environed black throne at the centre of Chaos.

[H.P.Lovecraft, The Dreams in the Witch House]

bacon pope

Francis Bacon – Studio di ritratto di Innocenzo X

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‘Alle montagne della follia’

Testi di H.P.Lovecraft
“At the mountains of madness”
(www.hplovecraft.com/writings/texts/fiction/mm)

Dipinti di Nikolaj Roerich
(www.roerich.org)

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Roerich Snowy Ascent

It was young Danforth who drew our notice to the curious regularities of the higher mountain skyline—regularities like clinging fragments of perfect cubes, which Lake had mentioned in his messages, and which indeed justified his comparison with the dream-like suggestions of primordial temple-ruins on cloudy Asian mountain-tops so subtly and strangely painted by Roerich. There was indeed something hauntingly Roerich-like about this whole unearthly continent of mountainous mystery.

Roerich Everest Range

Roerich Lake of the Nagas. Kashmir

The sky above was a churning and opalescent mass of tenuous ice-vapours, and the cold clutched at our vitals. Wearily resting the outfit-bags to which we had instinctively clung throughout our desperate flight, we rebuttoned our heavy garments for the stumbling climb down the mound and the walk through the aeon-old stone maze to the foothills where our aëroplane waited. Of what had set us fleeing from the darkness of earth’s secret and archaic gulfs we said nothing at all.

Roerich Mountain Pass. Storm

Roerich Suget Pass

Something about the scene reminded me of the strange and disturbing Asian paintings of Nicholas Roerich…

Roerich Three Glaives. Images on Rock. Lahul

Roerich Tibet. Himalayas

Great low square blocks with exactly vertical sides, and rectangular lines of low vertical ramparts, like the old Asian castles clinging to steep mountains in Roerich’s paintings.

Roerich tibetan fortress

Roerich western himalayas

Alcuni bozzetti e disegni:

Roerich Sketch of island

Roerich Sketch of landscape

As we drew near the forbidding peaks, dark and sinister above the line of crevasse-riven snow and interstitial glaciers, we noticed more and more the curiously regular formations clinging to the slopes; and thought again of the strange Asian paintings of Nicholas Roerich.

Roerich Composition sketch for “The Dead City” (1918)

Roerich Sketch for “White Stone”

On some of the peaks, though, the regular cube and rampart formations were bolder and plainer; having doubly fantastic similitudes to Roerich-painted Asian hill ruins. The distribution of cryptical cave-mouths on the black snow-denuded summits seemed roughly even as far as the range could be traced.

Roerich Composition sketch for “The Most Sacred”

Yet long before we had passed the great star-shaped ruin and reached our plane our fears had become transferred to the lesser but vast enough range whose re-crossing lay ahead of us. From these foothills the black, ruin-crusted slopes reared up starkly and hideously against the east, again reminding us of those strange Asian paintings of Nicholas Roerich; and when we thought of the damnable honeycombs inside them, and of the frightful amorphous entities that might have pushed their foetidly squirming way even to the topmost hollow pinnacles, we could not face without panic the prospect of again sailing by those suggestive skyward cave-mouths where the wind made sounds like an evil musical piping over a wide range.

Roerich Composition sketch for “Ecstasy” (1933)

For we had, of course, decided to keep straight on toward the dead city; since the consequences of loss in those unknown foothill honeycombings would be unthinkable.

Roerich “The Dead City”

The Dead City
1918
Oil on panel

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Conversazione tra dottore e paziente

Da L’anno della morte di Ricardo Reis di J.Saramago.

Reis

 

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Inscriptions

Traduzione amatoriale da Fernando Pessoa. Immagini di Käthe Kollwitz.

Käthe Kollwitz - Tod, Frau und Kind.jpg

Inscriptions
Iscrizioni
1920

I

We pass and dream. Earth smiles. Virtue is rare.
Age, duty, gods weigh on our conscious bliss.
Hope for the best and for the worst prepare.
The sum of purposed wisdom speaks in this.

Passiamo e sognamo. La Terra sorride. La virtù è rara.
Età, dovere, dèi pesano sulla nostra conscia beatitudine.
Augurati il meglio e al peggio preparati.
Il massimo proposito di saggezza recita così.

II

Me, Chloe, a maid, the mighty fates have given,
Who was nought to them, to the peopled shades.
Thus the gods will. My years were but twice seven.
I am forgotten in my distant glades.

Me, Chloe, una domestica, i potenti fati consegnarono,
Quantunque nullità per loro, alle affollate ombre.
Questo fu il volere degli dèi. I miei anni solo due volte sette.
Giaccio dimenticata nelle mie distanti radure.

Käthe Kollwitz -   .jpg

III

From my villa on the hill I long looked down
Upon the muttering town;
Then one day drew (life sight-sick, dull hope shed)
My toga o’er my head
(The simplest gesture being the greatest thing)
Like a raised wing.

Dalla mia villa in collina a lungo scrutavo
La città mormorante;
Poi un bel giorno mi sistemai
(da viste sulla vita nauseato, da noiosa speranza liberato)
La toga in testa
(Essendo il gesto più semplice la cosa migliore)
Come un’ala spiegata.

IV

Not Cecrops kept my bees. My olives bore
Oil like the sun. My several herd lowed far.
The breathing traveller rested by my door.
The wet earth smells still; dead my nostrils are.

Nessun Cecrope accudiva le mie api. Le mie olive producevano
Olio color del sole. I miei pascoli numerosi muggivano in lontananza.
Il viaggiatore ansimante riposava alla mia porta.
La terra umida odora ancora; morte sono le mie narici.

Käthe Kollwitz - .jpg

V

I conquered. Far barbarians hear my name.
Men were dice in my game,
But to my throw myself did lesser come:
I threw dice, Fate the sum.

Conquistai. Remoti barbari conoscono il mio nome.
Gli uomini erano dadi nella mia partita,
Ma al lancio di me stesso risultò minor punteggio:
Io lanciai, il Fato contò.

VI

Some were as loved loved, some as prizes prized.
A natural wife to the fed man my mate,
I was sufficient to whom I sufficed.
I moved, slept, bore and aged without a fate.

Alcuni furono come amati amati, altri come premi premiati.
Fu moglie naturale di un uomo ben nutrito la mia compagna,
Bastai a chi mi bastò.
Mossi, riposai, ressi e invecchiai senza un destino.

Käthe Kollwitz - Lovers

VII

I put by pleasure like an alien bowl.
Stern, separate, mine, I looked towards where gods seem.
From behind me the common shadow stole.
Dreaming that I slept not, I slept my dream.

Tralasciai il piacere come un involucro assente.
Austero, distaccato, mio, ricercavo luoghi di divine apparizioni.
Dietro di me l’ombra comune era furtiva.
Sognando di non dormire, dormivo nel sogno.

Käthe Kollwitz - child.jpg

VIII

Scarce five years passed ere I passed too.
Death came and took the child he found.
No god spared, or fate smiled at, so
Small hands, clutching so little round.

Cinque anni scarsi passarono prima ch’io passai.
Venne la morte e prese il bambino che trovò.
Nessun dio graziò, né fortuna baciò, così
Piccole mani, aggrappate a così poco.

IX

There is a silence where the town was old.
Grass grows where not a memory lies below.
We that dined loud are sand. The tale is told.
The far hoofs hush. The inn’s last light doth go.

C’è ora un silenzio dove la città invecchiava.
Cresce l’erba sopra i luoghi senza alcuna memoria.
Noi che abbiamo gozzovigliato siamo sabbia. Fine della storia.
Lo scalpiccio è lontano. Spenta è l’ultima luce della locanda.

Käthe Kollwitz - conspiracy.jpg

X

We, that both lie here, loved. This denies us.
My lost hand crumbles where her breasts’ lack is.
Love’s known, each lover is anonymous.
We both felt fair. Kiss, for that was our kiss.

Noi due, che qui riposiamo, amammo. Questo ci annienta.
La mia mano persa si disfa nell’assenza del suo seno.
L’amore è noto, ogni amante è anonimo.
Ci sentivamo leali. Bacio, poiché così era il nostro bacio.

XI

I for my city’s want fought far and fell.
I could not tell
What she did want, that knew she wanted me.
Her walls be free,
Her speech keep such as I spoke, and men die,
That she die not, as I.

Per volere della mia città combattei e persi.
Non avrei saputo dire
Cosa davvero volesse, sapevo che voleva me.
Libere le sue mura,
La sua parola mantenuta nel mio parlare, e uccidere,
Per non morire, come me.

Käthe Kollwitz - march of weavers.jpg

XII

Life lived us, not we life. We, as bees sip,
Looked, talked and had. Trees grow as we did last.
We loved the gods but as we see a ship.
Never aware of being aware, we passed.

La vita ci visse, non viceversa. Noi, come api abbiamo
Centellinato, visto, parlato e avuto. Gli alberi crescono finché viviamo.
Abbiamo amato dèi ma nel modo in cui osserviamo una nave.
Mai consci d’essere consci, ce ne siamo andati.

Käthe Kollwitz - Begrüssung.jpg

XIII

The work is done. The hammer is laid down.
The artisans, that built the slow-grown town,
Have been succeeded by those who still built.
All this is something lack-of-something screening.
The thought whole has no meaning
But lies by Time’s wall like a pitcher spilt.

Il lavoro è terminato. Il martello è riposto.
Gli artigiani, che edificarono lentissime città,
Sono stati rimpiazzati da chi ancora edifica.
Tutto ciò è qualcosa che proietta la mancanza di qualcosa.
Il pensiero non ha assolutamente significato
Ma è frantumato come un vaso contro il muro del Tempo.

XIV

This covers me, that erst had the blue sky.
This soil treads me, that once I trod. My hand
Put these inscriptions here, half knowing why;
Last, and hence seeing all, of the passing band.

Sono ricoperto, quando un tempo avevo cielo azzurro.
Mi calpesta il terreno che una volta calpestavo. La mia mano
Incide queste iscrizioni, sapendo a metà il perché;
Da ultimo, e quindi osservatore, di tutta la sfilata.

Käthe Kollwitz -  .jpg

– – –

Testi originali: Fernando Pessoa. 1920 «Inscriptions». in Poemas Ingleses. Fernando Pessoa. (Edição bilingue, com prefácio, traduções, variantes e notas de Jorge de Sena e traduções também de Adolfo Casais Monteiro e José Blanc de Portugal.) Lisboa: Ática, 1974: 116. 1ª ed. in English Poems I-II. Fernando Pessoa. Lisbon: Olisipo, 1921.

Arquivo Pessoa http://arquivopessoa.net

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