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Funghi di Yuggoth (I-XIV)

Versione amatoriale in versi liberi dei primi 14 sonetti di Fungi from Yuggoth.
L’originale qui: lovecraft.com – – PDF.

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H. P. Lovecraft
Funghi di Yuggoth

I. Il Libro

Il luogo era buio e sporco e sperduto
Nel groviglio dei vecchi vicoli del porto,
Fetente di sconosciuti odori esalati dal mare,
Con strane volute di fumo menate dal vento dell’ovest.
In piccole finestre a losanga, offuscate da fumo e gelo,
S’intravvedevano i libri, in pile simili ad alberi marcescenti,
Ritorti dal pavimento al soffitto, in una congerie
Decadente di vecchia storia svenduta.

Entrai, avvinto, e in un mucchio di ragnatele
Presi il volume più prossimo e lo sfogliai a caso,
Tremando di fronte alle insolite parole che sembravano
Custodire una sorta di segreto, mostruoso se solo svelato.
Poi, in cerca di un commesso esperto del mestiere,
Non udii altro che una voce ghignante.

II. Inseguimento

Mi infilai il libro sotto il cappotto, nell’ansia
Di nasconderlo alla vista di un luogo del genere;
Gettandomi a capofitto fra le vecchie vie del porto
Con ansia mi guardavo ripetutamente alle spalle.
Opache, anonime finestre dentro muri traballanti
Mi puntavano in modo sinistro mentre fuggivo,
E immaginando quel che celavano, mi salì la nostalgia
Di uno scorcio redentore di limpido cielo blu.

Nessuno mi aveva visto rubare l’oggetto – ma ugualmente
Una secca risata riecheggiò come un vortice nella mia testa,
E potevo solo intuire i mondi ottenebrati dalla malattia
In agguato in quel volume delle mie brame.
Il cammino si fece bizzarro – anche i muri ammattivano –
E dietro di me, il rumore ovattato di passi lontani.

III. La Chiave

Io non ricordo più i negletti meandri
Delle rotte bizzarre che mi ricondussero a casa,
Ma fui sull’ingresso e tremai, pallido dalla fretta
Di rientrare e sprangare il portone.
Possedevo il libro che rivelava la via segreta
Attraverso il vuoto e fra gli schermi sospesi
Che controllano i mondi adimensionali,
E riportano gli eoni smarriti ai propri domini.

Finalmente mia era la chiave per quelle vaghe visioni
Di vette e boschi all’imbrunire che scaturivano
Fioche negli abissi oltre i confini di questa terra,
Celandosi come ricordi di infinito.
La chiave era mia, ma mentre sedevo meditabondo,
La finestra della soffitta fu scossa da un debole scricchiolìo.

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IV. Presa di Coscienza

Si era di nuovo fatto giorno, quando come un bambino
Vidi – solo per una volta – quelle vecchie querce incavate,
Grigie nella bruma bassa che le soffoca e ne avviluppa
Le forme sfuggenti pregne di follia.
Allo stesso modo – erbe folte e selvatiche
S’avvinghiavano a un altare la cui effigie scolpita invoca
Quell’Innominato a cui ascesero mille fumi,
Eoni defunti, da mucchi di cataste immonde.

Vidi il corpo disteso su quella pietra umida,
E seppi che gli esseri che vi banchettavano non erano umani;
Seppi che quello strano mondo grigio non apparteneva a me,
Ma a Yuggoth, al di là di vuoti stellari – e in quell’istante
Provenne dal corpo un grido atroce di morte,
E troppo tardi mi accorsi che quel grido era mio!

V. Ritorno a Casa

Il demone disse che mi avrebbe ricondotto a casa
Nell’indefinita, fosca terra che a malapena ricordavo
Come un alto sito terrazzato, cinto
Da balaustre di marmo sferzate dai venti,
Mentre miglia più in basso dedali di cupole
E di torri sovrapposte fra loro fino al mare si riversano.
Di nuovo, mi disse, sarei rimasto ipnotizzato
Da quelle antiche altitudini, dallo spumeggiare lontano.

Tutto ciò mi promise, e attraverso le porte del tramonto
Mi trascinò, oltre lo sciabordio dei laghi infuocati,
E i troni d’oro rosso di certi dei senza nome
Che gridano impauriti di fronte a un fato incombente.
Poi un golfo oscuro con il frastuono del mare nella notte:
“Tu dimoravi qui,” mi schernì, “quando ancora possedevi la vista!”

VI. La Lampada

Trovammo la lampada fra le grotte di scogliere il cui cesello
Sarebbe indecifrabile persino a un sacerdote di Tebe,
E dalle cui profondità spaventosi geroglifici
Ammonivano ogni creatura della genìa terrestre.
Non v’era altro – solo quella coppa bronzea
Contenente tracce di uno strano olio;
Ornata da una pergamena con decorazioni misteriose,
E simboli che richiamavano vagamente il peccato.

Noncuranti delle paure di quaranta secoli
Ci assicurammo quel magro bottino,
E quando poi lo analizzammo nella nostra tenda buia
Strofinammo un fiammifero per provare l’antico olio.
S’incendiò – buon Dio! … Ma le forme immense che vedemmo
In quel lampo folle hanno impresso il timore sulle nostre vite.

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VII. La Collina di Zaman

La grande collina incombeva sopra alla città vecchia,
A precipizio sul finire della via centrale;
Verde, alta, e boscosa, affacciata cupamente in basso
Verso il campanile sulla curva della strada statale.
Per duecento anni s’è mormorato a proposito
Di quanto accadde sull’impervio pendio –
Racconti a proposito di cervi o uccelli dilaniati,
O di ragazzini scomparsi e famiglie senza più speranza.

Un bel giorno il portalettere non vi trovò più alcun villaggio,
E nemmeno delle case o degli abitanti vi fu più traccia;
Molti arrivavano da Aylesbury per accertarsene –
Ma accusarono comunque il portalettere d’essere
Chiaramente pazzo a dire di avere scorto
Gli occhi voraci della grande collina, e le mandibole spalancate.

VIII. Il Porto

A dieci miglia da Arkham scovai il sentiero
Che segue il crinale sopra Boynton Beach,
E sperai di poter raggiungere giusto al tramonto
La cresta che affaccia su Innsmouth nella valle.
Laggiù in mare una vela si ritirava,
Sbiancata come da anni di antichi e forti venti,
Ma funesta come una sorta di portento taciuto,
Così non salutai con cenni della mano.

State al largo da Innsmouth! secondo la vecchia nomea
Dei tempi passati. Ma ora rapidissima la notte
Si avvicina, ed io ho raggiunto l’altitudine
Da cui tanto sovente scruto la città distante.
Le guglie e i tetti sono là – ma ecco! La tenebra
Cala sulle vie buie, oscura come una tomba!

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Innsmouth by Frank Utpatel

 

IX. Il Cortile

Era la stessa città che già conobbi;
L’antica, lebbrosa città in cui moltitudini bastarde
Pregano dèi bizzarri, e percuotono campane sconsacrate
In cripte situate sotto turpi vicoli presso la riva.
Le marcescenti, ostili costruzioni mi spiavano
Sporgendosi, ubriache e semi-incoscienti,
Mentre fra il sudiciume oltrepassavo il cancello
D’ingresso al cortile desolato dove avrei trovato l’uomo.

I muri neri mi circondarono, e forte bestemmiai
Per essermi ritrovato in un simile covo,
Quando d’improvviso alcune finestre esplosero
D’una forte luce, e s’affollarono di uomini danzanti:
Pazza, silente baldoria di striscianti cadaveri –
E non un corpo che avesse ancora mani o capo!

X. Gli Addestratori di Piccioni

Mi presero nei bassifondi, dove sottili muri di mattoni
S’incurvano trasudando il male di cui sono pregni,
E volti deformi, ammassandosi sporchi e ottusi,
Comunicano con un dio e un diavolo estranei.
Milioni d’incendi divampavano nelle strade,
E dalle altane un manipolo furtivo di addestratori
Faceva volare uccelli malandati nel cielo aperto
Mentre tamburi nascosti rullavano con battiti costanti.

Sapevo che quei fuochi predicevano cose mostruose,
E che quegli uccelli spaziali erano stati Aldilà –
Mi chiesi in quali anfratti oscuri del pianeta facessero la spola,
E cosa portassero da Thog fra le proprie ali.
Gli altri risero – e poi subito ammutolirono
Per quel che s’intravvide in uno dei becchi malvagi.

XI. Il Pozzo

Seth Atwood il contadino aveva più di ottant’anni quando
Provò a scavare quel pozzo profondo accando alla sua porta,
Con il solo Eb ad aiutarlo a perforare e perforare.
Noi ne ridevamo, e speravamo che rinsavisse presto.
E invece, al contrario, anche il giovane Eb impazzì,
Così lo spedirono alla fattoria della contea.
Seth sigillò bene con i mattoni la bocca del pozzo –
Poi si tagliò un’arteria del suo artritico polso sinistro.

Dopo il funerale ci trovammo d’accordo
Nell’andare al pozzo e spaccare i mattoni,
Ma ciò che scovammo furono solo pioli di ferro fissati
Giù nel buco nero fino a una profondità impensabile.
Quindi posammo di nuovo i mattoni – Perché ritenemmo
Quel buco troppo fondo per qualsiasi scandaglio.

XII. L’Urlatore

Mi dissero di non imboccare il sentiero di Brigg’s Hill
Che fungeva una volta da strada maestra per Zoar,
Poiché Goody Watkins, impiccato nel 1704,
Lasciò dietro sé una sorta di eredità mostruosa.
Tuttavia quando disobbedii, e giunsi alla vista
Del casolare presso i vigneti del pendio roccioso,
Non stavo pensando a olmi né a corde appese,
Ma a come potesse la casa sembrare ancora così nuova.

Fermatomi un istante a contemplare la sera,
Sentii deboli ululati, come da una stanza di sopra,
Quando fra l’edera che ricopre i vetri un ultimo raggio
Di sole penetrò, e colpì di sorpresa l’ulratore.
Bastò uno sguardo – e fuggii rapidamente da quel posto,
E da un essere quadrupede dal volto umano.

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Fungi from Yuggoth (back) by Frank Utpatel

 

XIII. Hesperia

Il tramonto invernale, che da una sfera opaca
Getta fiamme attraverso le guglie e i camini a schiera,
Apre immensi varchi a certe epoche
Di antico splendore e divini desideri.
Imminenti prodigi ardono in quei fuochi abbondanti,
Gravidi d’avventura, e non privi d’un velo di timore;
Una sequenza di sfingi laddove mena la strada
Verso mura e torri che tremano alle distanti lire.

E’ la terra da cui sboccia il significato della bellezza;
Da cui origina ogni ricordo incollocabile;
Da cui sgorga il grande fiume del Tempo
Che scorre nell’immenso vuoto stellato delle ore.
Ci avviciniamo in sogno – ma recita un detto antico
Che mai queste vie furono calpestate da anima viva.

XIV. Brezze Stellari

E’ un istante specifico di ombre crepuscolari,
Specie in autunno, quando la brezza stellare si riversa
Nelle strade di collina, nelle verande deserte
Dalle cui stanze interne filtra inattesa le luce artificiale.
Le foglie morte vorticano in modo bizzarro e fantasioso,
Ed il fumo dai camini s’alza in volute di grazia aliena,
Ubbidienti a geometrie di spazi lontani,
Mentre Formalhaut cala fra le nebbie del sud.

Questo è l’istante in cui i poeti folli vengono a conoscenza
Dei funghi autoctoni di Yuggoth, e dei profumi
E delle tinte floreali proprie dei continenti di Nithon,
Che i miseri giardini terrestri mai sprigionarono.
E per un sogno che su queste brezze giunge a noi,
Altri a decine vengono da esse spazzati via!

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