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Oltre il muro del sonno

Racconto integrale con traduzione dilettantesca interpolata.

Beyond_the_wall_of_sleep

Beyond the Wall of Sleep
By H. P. Lovecraft
 
“I have an exposition of sleep come upon me.”
—  Shakespeare.
I have frequently wondered if the majority of mankind ever pause to reflect upon the occasionally titanic significance of dreams, and of the obscure world to which they belong. Whilst the greater number of our nocturnal visions are perhaps no more than faint and fantastic reflections of our waking experiences — Freud to the contrary with his puerile symbolism — there are still a certain remainder whose immundane and ethereal character permits of no ordinary interpretation, and whose vaguely exciting and disquieting effect suggests possible minute glimpses into a sphere of mental existence no less important than physical life, yet separated from that life by an all but impassable barrier. From my experience I cannot doubt but that man, when lost to terrestrial consciousness, is indeed sojourning in another and uncorporeal life of far different nature from the life we know; and of which only the slightest and most indistinct memories linger after waking. From those blurred and fragmentary memories we may infer much, yet prove little. We may guess that in dreams life, matter, and vitality, as the earth knows such things, are not necessarily constant; and that time and space do not exist as our waking selves comprehend them. Sometimes I believe that this less material life is our truer life, and that our vain presence on the terraqueous globe is itself the secondary or merely virtual phenomenon.
It was from a youthful reverie filled with speculations of this sort that I arose one afternoon in the winter of 1900–1901, when to the state psychopathic institution in which I served as an interne was brought the man whose case has ever since haunted me so unceasingly. His name, as given on the records, was Joe Slater, or Slaader, and his appearance was that of the typical denizen of the Catskill Mountain region; one of those strange, repellent scions of a primitive colonial peasant stock whose isolation for nearly three centuries in the hilly fastnesses of a little-travelled countryside has caused them to sink to a kind of barbaric degeneracy, rather than advance with their more fortunately placed brethren of the thickly settled districts. Among these odd folk, who correspond exactly to the decadent element of “white trash” in the South, law and morals are non-existent; and their general mental status is probably below that of any other section of the native American people.
Joe Slater, who came to the institution in the vigilant custody of four state policemen, and who was described as a highly dangerous character, certainly presented no evidence of his perilous disposition when first I beheld him. Though well above the middle stature, and of somewhat brawny frame, he was given an absurd appearance of harmless stupidity by the pale, sleepy blueness of his small watery eyes, the scantiness of his neglected and never-shaven growth of yellow beard, and the listless drooping of his heavy nether lip. His age was unknown, since among his kind neither family records nor permanent family ties exist; but from the baldness of his head in front, and from the decayed condition of his teeth, the head surgeon wrote him down as a man of about forty.
Oltre il muro del sonno
Di H. P. Lovecraft
 
“Mi sta prendendo una certa esposizione al sonno.”
  —  Shakespeare.
Spesso mi sono chiesto se buona parte dell’umanità si fermi mai a riflettere sul significato a volte titanico dei sogni, e sul mondo oscuro a cui essi appartengono. Mentre un gran numero delle nostre visioni notturne probabilmente non è altro che una pallida e fantasiosa proiezione delle nostre esperienze di veglia  —  tralasciando il puerile simbolismo di Freud  —  ne rimangono comunque alcune il cui carattere etereo e inconsueto sfugge all’interpretazione ordinaria, ed il cui effetto vagamente eccitante ed inquietante suggerisce la possibilità di piccole incursioni in una sfera di esistenza mentale non meno importante della vita fisica, benché separata da essa mediante una barriera quasi invalicabile. La mia esperienza mi porta alla convinzione che l’uomo, una volta persa la propria coscienza terrena, soggiorni di fatto in un’altra vita incorporea di natura molto differente da quella a noi conosciuta, e della quale solo le più confuse e indistinte reminiscenze perdurano dopo il risveglio. Con questi ricordi fumosi e frammentati possiamo inferire molto ma provare ben poco. Possiamo supporre che in sogno l’esistenza, la materia e la vita, intese in modo terreno, non siano necessariamente costanti, e che il tempo e lo spazio non siano uguali a come li concepiamo durante la veglia. A volte credo che codesta vita, benché meno materiale, sia quella più reale, e che la nostra vana presenza sul globo terracqueo sia un fenomeno secondario meramente virtuale.
Fantasticherie giovanili gravide di simili speculazioni mi stavano tenendo occupato anche in un pomeriggio dell’inverno 1900–1901, quando nell’istituto psichiatrico in cui lavoravo come interno fu portato l’uomo il cui caso, da quel momento in poi, mi avrebbe tormentato incessantemente. Il suo nome registrato agli atti era Joe Slater, o Slaader, e il suo aspetto era quello di un tipico abitante della regione di Catskill Mountain  —  uno di quegli orribili, strambi discendenti di un antico gruppo coloniale di contadini, il cui isolamento di quasi tre secoli fra le aspre colline di una campagna poco frequentata era degenerato nel loro imbarbarimento, anziché nel proposito di aggregarsi ai propri consimili in distretti più popolosi. Per questi bifolchi  —  che in quanto a decadenza rappresentano l’esatto corrispettivo del “white trash” degli stati del Sud  —  legge e morale sono inesistenti, ed il loro livello di salute mentale è probabilmente inferiore a quello di ogni altra fascia di popolazione insediata in America.
Joe Slater, che arrivò all’istituto in stato di custodia fra quattro agenti di polizia, e che fu descritto come soggetto estremamente pericoloso, di certo non dava evidenza di un temperamento aggressivo quando lo vidi per la prima volta. Benché ampiamente al di sopra della statura media e piuttosto muscoloso, possedeva un aspetto di assurda e innocua stupidità, dovuto al pallore blu sonnolento di due occhi umidi e piccoli, alla trascuratezza di un’incolta barba bionda, all’inquietante smorfia che gli appesantiva il labbro inferiore. La sua età era sconosciuta, poiché fra la sua gente non esistono né ricorrenze né legami di famiglia, ma dalla calvizie delle sue tempie e dalla condizione malsana dei suoi denti il primario stimò che dovesse avere circa quarant’anni.

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Those of the fourth dimension

Estratti da “The Dreams in the Witch House” di H. P. Lovecraft, con una mia traduzione amatoriale.
Il racconto completo si trova on line.
Le immagini sono tratte da un libro del 1904 scoperto grazie ad un breve saggio.

fourth dimension - hinton

H. Hinton – The fourth dimension

 

Gilman’s dreams consisted largely in plunges through limitless abysses of inexplicably coloured twilight and bafflingly disordered sound; abysses whose material and gravitational properties, and whose relation to his own entity, he could not even begin to explain. He did not walk or climb, fly or swim, crawl or wriggle; yet always experienced a mode of motion partly voluntary and partly involuntary. Of his own condition he could not well judge, for sight of his arms, legs, and torso seemed always cut off by some odd disarrangement of perspective; but he felt that his physical organisation and faculties were somehow marvellously transmuted and obliquely projected — though not without a certain grotesque relationship to his normal proportions and properties.

I sogni di Gilman consistevano principalmente nello sprofondare in abissi sconfinati dai colori crepuscolari incomprensibili e dai suoni sconcertanti e confusi; abissi le cui proprietà materiche e gravitazionali, e la cui relazione con la propria essenza, non poteva nemmeno provare a spiegare. Non si trattava di camminare né arrampicarsi o volare, nuotare, strisciare, contorcersi; eppure esperiva ogni volta un tipo di moto in parte volontario e in parte involontario. Non poteva ben valutare la sua condizione, poiché la visione delle sue stesse braccia, delle gambe e del busto, appariva sempre alterata da una sorta di strana deviazione prospettica; ma sentiva che l’organizzazione e le facoltà del suo fisico venivano in qualche modo meravigliosamente trasmutate e riprogettate in modo trasversale — benché non senza una certa relazione grottesca con le sue normali proporzioni e proprietà.

The abysses were by no means vacant, being crowded with indescribably angled masses of alien-hued substance, some of which appeared to be organic while others seemed inorganic. A few of the organic objects tended to awake vague memories in the back of his mind, though he could form no conscious idea of what they mockingly resembled or suggested. In the later dreams he began to distinguish separate categories into which the organic objects appeared to be divided, and which seemed to involve in each case a radically different species of conduct-pattern and basic motivation. Of these categories one seemed to him to include objects slightly less illogical and irrelevant in their motions than the members of the other categories.

Quegli abissi erano tutt’altro che vuoti, affollati da indescrivibili masse spigolose di sostanza aliena, alcune delle quali sembravano essere organiche, mentre altre sembravano inorganiche. Alcuni degli oggetti organici tendevano a risvegliare vaghi ricordi nel profondo della sua mente, benché non fosse in grado di formulare alcuna idea conscia di ciò che essi parodiavano o suggerivano. Negli sogni più recenti prese a distinguere diverse categorie in cui gli oggetti organici parevano dividersi, e che sembravano implicare ognuna una specie radicalmente differente di modello comportamentale e di stimolo elementare. Di queste categorie una gli sembrava includesse oggetti lievemente meno illogici e insensati nei movimenti rispetto ai componenti delle altre categorie.

All the objects — organic and inorganic alike — were totally beyond description or even comprehension. Gilman sometimes compared the inorganic masses to prisms, labyrinths, clusters of cubes and planes, and Cyclopean buildings; and the organic things struck him variously as groups of bubbles, octopi, centipedes, living Hindoo idols, and intricate Arabesques roused into a kind of ophidian animation. Everything he saw was unspeakably menacing and horrible; and whenever one of the organic entities appeared by its motions to be noticing him, he felt a stark, hideous fright which generally jolted him awake. Of how the organic entities moved, he could tell no more than of how he moved himself. In time he observed a further mystery — the tendency of certain entities to appear suddenly out of empty space, or to disappear totally with equal suddenness. The shrieking, roaring confusion of sound which permeated the abysses was past all analysis as to pitch, timbre, or rhythm; but seemed to be synchronous with vague visual changes in all the indefinite objects, organic and inorganic alike. Gilman had a constant sense of dread that it might rise to some unbearable degree of intensity during one or another of its obscure, relentlessly inevitable fluctuations.

Tutti quegli oggetti — sia organici che inorganici — erano totalmente al di là di ogni possibile descrizione o comprensione. Talvolta Gilman comparava le masse inorganiche a prismi, labirinti, agglomerati di cubi e di superfici, costruzioni ciclopiche; e quelle organiche gli si paravano innanzi come grappoli di bolle, polpi, millepiedi, idoli Indu viventi, ed intricati arabeschi animati da una sorta di risveglio serpentino. Tutto ciò che vedeva era indicibilmente minaccioso ed orrorifico; e quando una delle entità organiche mostrava dai movimenti di averlo notato, lui sentiva un’improvvisa, tremenda paura, che solitamente lo svegliava di soprassalto. Di come si muovessero le entità organiche, non sapeva più di quanto poteva dire di se stesso. Col tempo osservò un ulteriore mistero — la tendenza di certe entità ad uscire all’improvviso da uno spazio vuoto, o scomparire completamente con pari immediatezza. L’urlante, ruggente confusione di suoni che permeava gli abissi andava oltre ogni analisi di intonazione, timbro o ritmo; ma sembrava sincronizzata con i casuali cambi di aspetto di quegli oggetti indefiniti, organici o inorganici che fossero. Gilman provava un senso costante di terrore che poteva intensificarsi fino ad un livello insopportabile durante una qualsiasi delle sue misteriose ed implacabili fluttuazioni.

tesseract - hinton

H. Hinton – The fourth dimension

In the deeper dreams everything was likewise more distinct, and Gilman felt that the twilight abysses around him were those of the fourth dimension. Those organic entities whose motions seemed least flagrantly irrelevant and unmotivated were probably projections of life-forms from our own planet, including human beings. What the others were in their own dimensional sphere or spheres he dared not try to think. Two of the less irrelevantly moving things — a rather large congeries of iridescent, prolately spheroidal bubbles and a very much smaller polyhedron of unknown colours and rapidly shifting surface angles — seemed to take notice of him and follow him about or float ahead as he changed position among the titan prisms, labyrinths, cube-and-plane clusters, and quasi-buildings; and all the while the vague shrieking and roaring waxed louder and louder, as if approaching some monstrous climax of utterly unendurable intensity.

Nella profondità dei sogni era tutto sempre più definito, e Gilman percepì che gli abissi crepuscolari intorno a lui appartenevano alla quarta dimensione. Le entità organiche i cui movimenti si palesavano più rilevanti e sensati erano probabilmente una proiezione delle forme di vita del nostro pianeta, esseri umani inclusi. A cosa quelle restanti corrispondessero nella rispettiva sfera dimensionale — o sfere — non s’azzardava a immaginarlo. Due delle entità il cui moto era meno insensato — una congerie piuttosto ampia di ovoidi iridescenti ed un poliedro molto più piccolo dai colori indefiniti e dalle facce in continua trasmutazione — parvero accorgersi di lui e seguire i suoi movimenti fluttuando mentre cambiava posizione fra i prismi giganti, i labirinti, gli agglomerati di solidi e piani, le pseudo-costruzioni; e nel mentre il frastuono si faceva sempre più assordante, come a raggiungere un mostruoso climax d’intensità assolutamente insopportabile.

During the night of April 19–20 the new development occurred. Gilman was half-involuntarily moving about in the twilight abysses with the bubble-mass and the small polyhedron floating ahead, when he noticed the peculiarly regular angles formed by the edges of some gigantic neighbouring prism-clusters. In another second he was out of the abyss and standing tremulously on a rocky hillside bathed in intense, diffused green light. He was barefooted and in his night-clothes, and when he tried to walk discovered that he could scarcely lift his feet. A swirling vapour hid everything but the immediate sloping terrain from sight, and he shrank from the thought of the sounds that might surge out of that vapour.

Nella notte fra il 19 e il 20 aprile si manifestò l’ulteriore sviluppo. Gilman si spostava semi-involontariamente negli abissi crepuscolari accompagnato dalle fluttuazioni dell’ammasso di bolle e del piccolo poliedro, quando fu colpito dalla peculiare regolarità degli angoli formati dalle facce di un agglomerato gigante di prismi in avvicinamento. Passò un secondo e si ritrovò in piedi al di fuori dell’abisso, tremante su sul declivio roccioso di una collina avvolta da un’intensa e diffusa luce verde. Era scalzo e in abiti da notte, e quando provò a camminare scoprì di potere a mala pena sollevare i piedi. Un vortice di nebbia celò ogni cosa al di là di quel poco terreno scosceso, e lui si ritrasse dal pensiero dei suoni che avrebbero potuto scaturire da quella nebbia.

He was glad to sink into the vaguely roaring twilight abysses, though the pursuit of that iridescent bubble-congeries and that kaleidoscopic little polyhedron was menacing and irritating. Then came the shift as vast converging planes of a slippery-looking substance loomed above and below him — a shift which ended in a flash of delirium and a blaze of unknown, alien light in which yellow, carmine, and indigo were madly and inextricably blended.

Era lieto di sprofondare nell’indistinto frastuono degli abissi crepuscolari, benché minacciato e irritato dall’inseguimento di quella congerie di bolle iridescenti e di quel piccolo poliedro caleidoscopico. Poi avvenne il cambiamento quando vasti piani convergenti di una sostanza apparentemente scivolosa si profilarono sopra e sotto di lui — un cambiamento che convogliò in un lampo delirante e in una vampa d’ignoto, luce aliena in cui giallo, carminio e indaco erano follemente e inestricabilmente miscelati.

He was half lying on a high, fantastically balustraded terrace above a boundless jungle of outlandish, incredible peaks, balanced planes, domes, minarets, horizontal discs poised on pinnacles, and numberless forms of still greater wildness — some of stone and some of metal — which glittered gorgeously in the mixed, almost blistering glare from a polychromatic sky. Looking upward he saw three stupendous discs of flame, each of a different hue, and at a different height above an infinitely distant curving horizon of low mountains. Behind him tiers of higher terraces towered aloft as far as he could see. The city below stretched away to the limits of vision, and he hoped that no sound would well up from it.

Stava mezzo sdraiato su di un’alta terrazza cintata da una fantastica balaustra, che affacciava su una giungla esotica e sconfinata di vette, altipiani, cupole, minareti, dischi orizzontali in equilibrio su pinnacoli, e innumerevoli forme di natura ancor più grande — talune di pietra e altre di metallo — che riflettevano magnificamente il bagliore diffuso, quasi accecante, di un cielo policromo. Alzando lo sguardo vide tre stupendi dischi infuocati, di tre tinte diverse, e a diverse altezze sopra la curva infinitamente distante delle montagne basse all’orizzonte. Dietro di lui torreggiavano a perdita d’occhio livelli sempre più alti di terrazze. La città si stendeva fino ai limiti del visibile, e lui si trovò a sperare che nessun suono potesse mai scaturire da essa.

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Funghi di Yuggoth (XV-XXXVI)

Traduzione amatoriale in versi liberi dei sonetti di Lovecraft Fungi from Yuggoth (seconda parte).

L’originale on line qui: hplovecraft.com
L’originale in pdf qui: Fungi from Yuggoth
Traduzione sonetti da I a XIV qui: Funghi di Yuggoth (I-XIV)
Immagini da incisioni di Bruegel il vecchio.

bruegel il vecchio 3

XV. Antarktos

Nel mio strano sogno il grande uccello mormorava
Dell’oscura forma conica situata nella vastità polare;
Gravante sulla calotta di ghiaccio, isolata e torva,
Battuta e deturpata da impetuose tempeste di eoni.

Non v’è forma di vita che si aggiri lassù,
E nient’altro che aurore pallide e fiochi raggi solari
Raggiungono quella roccia erosa, le cui origini ancestrali
Sono vagamente intuibili solo dagli Antichi.

Se mai uomo dovesse avvistarla, potrebbe soltanto meravigliarsi
Di come la Natura abbia potuto edificare un siffatto rilievo;
Ma l’uccello parlava di parti ancor più ampie, che un miglio

Sotto la crosta di ghiaccio si celano e covano e attendono.
Dio aiuti il sognatore a cui le folli visioni rivelano
Lo sguardo morto appostato negli abissi di cristallo!

XVI. La finestra

La casa era antica, e da essa si diramavano ali intricate,
In cui nessuno avrebbe potuto orientarsi,
E c’era, in una stanzetta più o meno sul retro,
Una peculiare finestra anticamente murata con pietre.

Là, in un’infanzia da incubo, ero solito andare
Solo, nel regno oscuro e nebuloso della notte;
Fra le ragnatele mi facevo strada stranamente senza
Alcuna paura, e con sempre crescente meraviglia.

Vi portai un giorno dei muratori, intento a scoprire
La vista che i miei sconosciuti antenati si erano preclusi,
Ma appena sfondarono la pietra, un soffio d’aria

Irruppe dai vuoti alieni che si spalancavano dietro di essa.
Loro fuggirono — io invece guardai e vi trovai sviscerati
Tutti i mondi selvaggi di cui parlavano i miei sogni.

XVII. Un ricordo

Steppe vastissime e pianure rocciose
Sconfinate si stendevano sotto la notte stellata,
Ove dei falò alieni illuminavano flebilmente
Mandrie di bestie pelose con i loro campanacci.

A meridione la piana ampia declinava
Verso la linea scura e irregolare di un muro di cinta
Steso come un immenso pitone di certe epoche remote
Congelato e fossilizzato dal tempo.

Un brivido sinistro mi scosse nell’aria gelida e penetrante,
E mentre mi chiedevo dove fossi e come vi fossi giunto,
Una sagoma ammantata si stagliò dinnanzi ai fuochi del campo,

Prese ad avvicinarsi, e mi chiamò per nome.
Fissando sotto il cappuccio quel volto morto,
Cessai di sperare — poiché compresi.

XVIII. I giardini dello Yin

Oltre quella cinta, le cui torri muschiose
Furono innalzate quasi al cielo dagli antichi massoni,
Avrebbero dovuto esservi terrazzamenti fioriti, ricchi giardini,
E svolazzamento d’api, uccelli e farfalle.

Avrebbero dovuto esservi sentieri, ponti su laghetti di ninfee,
Templi riflessi sulla superficie dell’acqua tiepida,
E ciliegi dal fogliame delicato e i rami protesi
Verso gli aironi in volo nel cielo rosa.

Tutto ciò avrebbe dovuto esservi, poiché non è forse vero
Che l’impeto dei sogni spalanca le porte di quel labirinto di pietra
In cui i ruscelli tracciano pigri le proprie anse,

Trovando la via fra i grappoli sporgenti dai vitigni?
Mi affrettai — ma di fronte all’alto muro, sinistro e immane,
Scoprii che più non v’era alcun accesso.

bruegel il vecchio 6

XIX. Le campane

Per anni ho sentito in lontananza quel suono cupo
Di campane portato dal vento tetro di mezzanotte;
Rintocchi di un campanile a me sconosciuto,
Che giungevano alterati, come da un’ampia traiettoria nel vuoto.

Cercavo indizi nei miei sogni e ricordi,
Nella mia mente risuonavano numerose visioni;
La tranquilla Innsmouth, dove i gabbiani indugiavano
Presso l’antica guglia che un tempo mi fu familiare.

Perplesso stavo a sentire quelle note lontane,
Finché la pioggia gelida e tremenda di una notte di Marzo
Mi riportò attraverso le spire della memoria

Ai battacchi impazziti di antiche torri campanarie.
Rintoccavano — ma i rintocchi provenivano dai fondali
Dimenticati e sommersi delle tenebrose maree notturne.

XX. Aridità notturne

Da che cripta siano strisciate fuori, non lo so,
Ma tutte le notti vedo quelle cose gommose,
Nere, cornute e agili, dotate di ali membranose,
E di code bifide simili a barbigli infernali.

Arrivano in legioni sospinte dal vento del nord,
E con una presa malefica che irrita e punge
Mi sequestrano per un viaggio mostruoso
Nelle grigie segrete dei mondi dell’incubo.

Vagano tra i picchi frastagliati di Thok,
Indifferenti ai miei tentativi di gridare,
E giù verso le profondità di quel turpe lago

In cui gonfi e sonnolenti si tuffano gli shoggoth.
Ma ehi! Se solo emettessero un suono riconoscibile,
O avessero un volto degno d’essere definito tale!

XXI. Nyarlathotep

Ed infine dall’entroterra d’Egitto venne
Lo strano Signore oscuro a cui s’inchinavano i fellahin;
Magro, silenzioso, misteriosamente fiero,
Avvolto di stoffe rosse come il sole infuocato.

Le folle lo circondavano, bramose dei suoi ordini,
Che difficilmente avrebbero potuto sentire in quella calca;
Ma il suo temuto verbo veniva diffuso in ogni nazione
E le bestie selvagge lo seguivano e gli leccavano le mani.

Ben presto dal mare sorse qualcosa di nocivo;
Lande dimenticate e guglie d’oro ammuffite;
Il terreno era crepato, e folli aurore crollavano

Tra le fortezze terremotate dell’uomo.
Poi, devastando ciò che avrebbe potuto modellare,
L’ignorante Caos soffiò via le ceneri della Terra.

XXII. Azathoth

Nell’insipiente vuoto il demone mi trasportò,
Oltre la massa lucente di spazio dimensionale,
Finché non fu più tempo né materia dinanzi a me,
Ma solo Caos, senza alcun luogo o forma.

In quell’oscurità il Dio di Ogni Cosa borbottò
Cose che aveva sognato e non poteva comprendere,
Mentre intorno a lui pipistrelli deformi e goffi svolazzavano
In volute ignoranti abbandonate alle correnti d’aria.

Danzavano come folli l’acuta e tagliente nenia
Suonata da zampe mostruose su un flauto crepato
Le cui insensate frequenze fluiscono in combinazioni casuali

Che determinano la legge eterna di ogni fragile cosmo.
“Io sono il Suo Messaggero,” disse il demone,
E come per spregio colpì la testa del suo Maestro.

bruegel il vecchio 2

XXIII. Miraggio

Non so se mai sia esistito —
Quel mondo perduto che fluisce sulle correnti del tempo —
Eppure lo vedo spesso, in un’aura viola,
Risplendere sulla scia di certi sogni indefiniti.

V’erano strane torri e fiumi in piena,
Labirinti del mistero e arcobaleni,
E cieli accesi di fiammate rosse, simili a rami tremanti
Di malinconia al calar di una notte d’inverno.

Vaste brughiere delimitate da coste erbose disabitate,
Ove planavano enormi volatili, e su un colle spazzato dal vento
Stava un antico villaggio dal campanile bianco,

I cui rintocchi serali sento ancora echeggiare.
Non so dove si trovi quel paese — né trovo il coraggio
Di chiedermi quando o perché vi andai, o vi andrò.

XXIV. Il canale

Sperduto nei sogni c’è un luogo maledetto
I cui edifici alti e abbandonati si susseguono
Lungo un canale profondo, angusto, oscuro, odorante
Di oscenità, le cui correnti fluiscono oleose.

Vicoli stretti fra vecchi muri che quasi si toccano
Convogliano in strade note o forse ignote,
Mentre il chiaro di luna traccia tenui riflessi spettrali
Su lunghe file di finestre altrimenti buie e inanimate.

Non s’ode un passo, l’unico suono leggero
E’ quello dell’acqua oleosa che scivola
Sotto i ponti di pietra, e fra le sponde artificiali

Del suo letto inclinato verso un oceano ignoto.
Nessuno è sopravvissuto per raccontare l’inondazione
Che spazzò via quella regione persa nel mondo dei sogni.

XXV. San Toad

“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Lo udii gridare
Mentre mi arrischiavo in quei vicoli folli
Che degenerano negli oscuri e indefiniti labirinti
A sud del fiume in cui sta il sogno dei secoli antichi.

Era un figuro furtivo, gobbo e cencioso,
E in un lampo, barcollando, sparì dalla vista,
Così proseguii nella notte verso le ombre dei tetti
Degli edifici che si stagliavano maligni e irregolari.

Non esiste una guida su cui stia scritto cosa aspettarsi —
Ma ad un tratto udii le grida d’un altro uomo:
“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Mi sentii mancare,

E mi fermai, al che un terzo saggio gracchiò impaurito:
“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Inorridito, corsi —
Finché all’improvviso comparve il campanile nero.

XXVI. I famigliari

John Whateley viveva a circa un miglio dalla città,
Lassù dove le colline si facevano impervie;
Pensavamo che avesse qualche rotella fuori posto,
Considerando lo stato di decadenza della sua fattoria.

Sprecava i suoi giorni su libri bizzarri
Recuperati da qualche parte in soffitta,
Finché strane rughe solcarono il suo volto,
Che a detta dei cittadini ora metteva a disagio.

Quando prese a ululare di notte, decidemmo
Di farlo rinchiudere prima che potesse nuocere,
Così tre uomini della fattoria di Aylesbury

Andarono a prenderlo — ma tornarono spaventati e senza di lui.
L’avevano sorpreso a parlare con due esseri rannicchiati
Che al loro ingresso spiccarono il volo con grandi ali nere.

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XXVII. Il faro dell’Anziano

Da Leng, dove le alture rocciose salgono desolate e spoglie
Sotto stelle fredde invisibili all’uomo,
Scaturisce al crepuscolo un singolo fascio di luce blu
I cui riflessi remoti fanno crollare in preghiera i pastori.

Si dice (ma non per esperienza) che provenga
Da un faro situato in una torre di pietra,
Ove l’Anziano trascorre la vita in solitudine,
Parlando al Caos mediante colpi di tamburo.

La Cosa, si mormora, indossa una maschera di seta
Gialla, le cui insolite pieghe sembrano nascondere
Un volto non di questa terra, benché nessuno osi

Anche solo immaginare le fattezze ivi celate.
Molti, durante la prima giovinezza, videro quel bagliore,
Ma ciò che scopersero nessuno saprà mai.

XXVIII. Aspettazione

Non so dire perché certe cose mi diano
L’impressione d’insondate e incombenti meraviglie,
O di un’incrinatura nel muro dell’orizzonte
Che si apre su mondi appartenenti ai soli dei.

C’è una soffocante, vaga aspettazione,
Come di grandi sfarzi che a mala pena ricordo,
O di avventure selvagge, incorporee,
Gravide d’estasi, libere come un sogno lucido.

Si può trovare in tramonti e strane guglie,
Antichi villaggi e boschi e rilievi brumosi,
Venti del sud, mare, basse colline e città illuminate,

Vecchi giardini, strofe di canti e vampe lunari.
Ma benché una tale chiamata valga il senso della vita,
Nessuno la riceve o immagina quale sia la contropartita.

XXIX. Nostalgia

Una volta all’anno, presi dalla malinconia autunnale,
Gli uccelli spiccano il volo sull’oceano deserto,
Chiamandosi e cinguettando con gioiosa frenesia
Alla ricerca di terre note alla propria memoria profonda.

Immensi giardini terrazzati in cui abbondano le fioriture
E filari di mango dal sapore delizioso,
E templi creati dagli intrecci degli alberi sopra freschi sentieri —
Tutte queste cose furono rivelate loro in sogno.

Perlustrano il mare in cerca della costa ancestrale —
Dell’alta città, chiara e turrita —
Ma solo una distesa d’acqua scorre dinanzi a loro,

Finché ad un certo punto si voltano per tornare.
Ancora una volta, nel fondo dell’abisso affollato da polipi alieni,
Non giunge alle antiche torri il canto perduto e mai dimenticato.

XXX. Retroterra

Non è possibile legarmi a cose nuove e fredde,
Poiché venni alla luce in una vecchia cittadina,
Dove dalla finestra scorgevo solo tetti delle case declinare
Giù fino ad un porto pittoresco foriero di visioni.

Strade con soglie di pietra dove i riflessi del tramonto
Inondavano i vetri di vecchie lunette e finestrelle,
E campanili Georgiani rifiniti con imposte dorate —
Queste erano le vedute che modellavano i miei sogni infantili.

Un tale patrimonio, custodito a lievitare per molto tempo,
Può sciogliere non soltanto le fragili catene dei fantasmi
Che spiccano il volo verso destini instabili e disordinati

Attraverso i confini immutabili della terra e del cielo.
Ma può strappare anche i legacci del tempo e rendermi libero
Di affrontare solitario l’eternità.

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XXXI. L’abitante

E’ stata antica quando Babilonia era nuova;
Nessuno sa per quanto abbia riposato sotto quei monti,
In cui i nostri scavi ne scoprirono infine
Gli edifici di granito e li riportarono alla luce.

C’erano ampi pavimenti e muri di fondazione,
Piani diroccati e statue, prova scolpita dell’esistenza
Di esseri fantastici di un tempo passato
Più remoto di quanto l’umanità possa ricordare.

E poi vedemmo quei gradini di pietra che portavano,
Attraverso un ingresso sigillato con dolomite istoriata,
Giù fino ad un rifugio avvolto in un’infinita notte

Turbata da iscrizioni ancestrali e segreti primitivi.
Sgomberammo un accesso — ma battemmo in ritirata
Quando da là sotto provenne un frastuono di passi.

XXXII. Alienazione

Il suo corpo carnale non si era mai allontanato,
Poiché ad ogni alba si ritrovava al solito posto,
Ma durante la notte il suo spirito amava scorrazzare
Fra insenature e luoghi lontani dal mondo comune.

Vide Yaddith, o così riteneva la sua mente,
E pure sopravvisse alla zona di Ghoor,
Quando in una notte calma fu scagliata dai vuoti abissali
La conduttura che risucchia nella curvatura dello spazio.

Si svegliò quel mattino come un uomo invecchiato,
E niente per lui fu più come prima.
Le cose gli fluttuano intorno opache e spente —

False, pallide imitazioni di una dimensione più vasta.
La sua gente e i suoi amici sono ora una folla aliena
A cui cercare di appartenere di nuovo è vana fatica.

XXXIII. Sirene portuali

Al di sopra dei vecchi tetti e delle guglie diroccate
Le sirene portuali fischiano per tutta la notte;
Strane bocche di porto, e spiagge lontane e chiare,
E oceani favolosi, organizzate in cori eterogenei.

Ciascuna estranea e sconosciuta all’altra, benché tutte,
Mediante una sorta di forza misteriosamente concentrata
Scaturita da insenature estranee alla rotta dello Zodiaco,
Siano fuse in un unica arcana vibrazione cosmica.

Tramite sogni oscuri inviano una serie scandita
Di ancor più oscuri disegni e cenni e scorci;
Echi dal vuoto spaziale, e indizi sottili

Di cose che in sé non potrebbero essere definite.
E sempre in quel coro, appena percettibili,
Cogliamo note mai emesse da alcuna nave terrestre.

XXXIV. Riconquista

La via seguiva un’oscura brughiera semi-boscosa
Puntellata dalle gobbe muschiose dei massi grigi,
E strane gocce, inquietanti e fredde,
Zampillavano da ruscelli nascosti in bacini sotterranei.

Non v’era alcuna traccia del vento, né di un suono
Fra i cespugli intricati, o fra quegli alberi dalle fattezze aliene,
Né alcuna veduta degna di nota — quando a un tratto,
Dritto in fronte a me, vidi un tumulo immane.

Quasi dall’alto del cielo incombevano le ripide pendici,
La cui armonia erbosa era interrotta da una scalinata
Di lava che arrampicava quell’altura del terrore

Con gradini troppo ampi per qualunque uso umano.
Gridai — e riconobbi la stella e l’era primitive
Che mi avevano rapito dall’effimera sfera dei sogni umani

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XXXV. Stella serale

La vidi da quella posizione nascosta e quieta
Dove il vecchio bosco racchiude una radura.
Splendeva fra tutte le glorie del tramonto — fioca
In principio, ma con un volto sempre più acceso.

Venne la notte, e quel faro solitario, color ambra,
Si impresse nei miei occhi come mai niente prima;
La stella serale — era divenuta nel frattempo un’ossessione
Mille volte più grande nel silenzio della solitudine.

Tracciava strane figure nell’aria tremolante —
Vaghi ricordi che hanno sempre colmato i miei occhi —
Grandi torri e giardini; mari e cieli curiosi

Dalla vitalità incerta — non saprei dire in che luogo.
Ma ora so che quei raggi, attraverso la volta del cosmo,
Erano un richiamo dalla mia casa lontana e perduta.

XXXVI. Continuità

V’è in certe cose antiche come una traccia vaga
Di essenza — più che di forma o di sostanza;
Un etere lieve, indeterminato,
Benché vincolato alle leggi di tempo e spazio.

Il debole, velato segnale delle continuità
Che un osservatore esterno non saprebbe descrivere;
Delle dimensioni rinchiuse contenenti gli anni trascorsi,
Accessibili solo mediante chiavi occulte.

La mia maggiore emozione è vedere i raggi del sole
Splendere sulle vecchie fattorie di una collina,
E colorare di vita le forme che indugiano da secoli

Su un sogno più reale del nostro qui presente.
In quella luce strana sento di non essere lontano
Dalla massa immobile sui cui lati poggiano le ere.

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Funghi di Yuggoth (I-XIV)

Versione amatoriale in versi liberi dei primi 14 sonetti di Fungi from Yuggoth.
L’originale qui: lovecraft.com – – PDF.

– – –

H. P. Lovecraft
Funghi di Yuggoth

I. Il Libro

Il luogo era buio e sporco e sperduto
Nel groviglio dei vecchi vicoli del porto,
Fetente di sconosciuti odori esalati dal mare,
Con strane volute di fumo menate dal vento dell’ovest.
In piccole finestre a losanga, offuscate da fumo e gelo,
S’intravvedevano i libri, in pile simili ad alberi marcescenti,
Ritorti dal pavimento al soffitto, in una congerie
Decadente di vecchia storia svenduta.

Entrai, avvinto, e in un mucchio di ragnatele
Presi il volume più prossimo e lo sfogliai a caso,
Tremando di fronte alle insolite parole che sembravano
Custodire una sorta di segreto, mostruoso se solo svelato.
Poi, in cerca di un commesso esperto del mestiere,
Non udii altro che una voce ghignante.

II. Inseguimento

Mi infilai il libro sotto il cappotto, nell’ansia
Di nasconderlo alla vista di un luogo del genere;
Gettandomi a capofitto fra le vecchie vie del porto
Con ansia mi guardavo ripetutamente alle spalle.
Opache, anonime finestre dentro muri traballanti
Mi puntavano in modo sinistro mentre fuggivo,
E immaginando quel che celavano, mi salì la nostalgia
Di uno scorcio redentore di limpido cielo blu.

Nessuno mi aveva visto rubare l’oggetto – ma ugualmente
Una secca risata riecheggiò come un vortice nella mia testa,
E potevo solo intuire i mondi ottenebrati dalla malattia
In agguato in quel volume delle mie brame.
Il cammino si fece bizzarro – anche i muri ammattivano –
E dietro di me, il rumore ovattato di passi lontani.

III. La Chiave

Io non ricordo più i negletti meandri
Delle rotte bizzarre che mi ricondussero a casa,
Ma fui sull’ingresso e tremai, pallido dalla fretta
Di rientrare e sprangare il portone.
Possedevo il libro che rivelava la via segreta
Attraverso il vuoto e fra gli schermi sospesi
Che controllano i mondi adimensionali,
E riportano gli eoni smarriti ai propri domini.

Finalmente mia era la chiave per quelle vaghe visioni
Di vette e boschi all’imbrunire che scaturivano
Fioche negli abissi oltre i confini di questa terra,
Celandosi come ricordi di infinito.
La chiave era mia, ma mentre sedevo meditabondo,
La finestra della soffitta fu scossa da un debole scricchiolìo.

fungi 1

IV. Presa di Coscienza

Si era di nuovo fatto giorno, quando come un bambino
Vidi – solo per una volta – quelle vecchie querce incavate,
Grigie nella bruma bassa che le soffoca e ne avviluppa
Le forme sfuggenti pregne di follia.
Allo stesso modo – erbe folte e selvatiche
S’avvinghiavano a un altare la cui effigie scolpita invoca
Quell’Innominato a cui ascesero mille fumi,
Eoni defunti, da mucchi di cataste immonde.

Vidi il corpo disteso su quella pietra umida,
E seppi che gli esseri che vi banchettavano non erano umani;
Seppi che quello strano mondo grigio non apparteneva a me,
Ma a Yuggoth, al di là di vuoti stellari – e in quell’istante
Provenne dal corpo un grido atroce di morte,
E troppo tardi mi accorsi che quel grido era mio!

V. Ritorno a Casa

Il demone disse che mi avrebbe ricondotto a casa
Nell’indefinita, fosca terra che a malapena ricordavo
Come un alto sito terrazzato, cinto
Da balaustre di marmo sferzate dai venti,
Mentre miglia più in basso dedali di cupole
E di torri sovrapposte fra loro fino al mare si riversano.
Di nuovo, mi disse, sarei rimasto ipnotizzato
Da quelle antiche altitudini, dallo spumeggiare lontano.

Tutto ciò mi promise, e attraverso le porte del tramonto
Mi trascinò, oltre lo sciabordio dei laghi infuocati,
E i troni d’oro rosso di certi dei senza nome
Che gridano impauriti di fronte a un fato incombente.
Poi un golfo oscuro con il frastuono del mare nella notte:
“Tu dimoravi qui,” mi schernì, “quando ancora possedevi la vista!”

VI. La Lampada

Trovammo la lampada fra le grotte di scogliere il cui cesello
Sarebbe indecifrabile persino a un sacerdote di Tebe,
E dalle cui profondità spaventosi geroglifici
Ammonivano ogni creatura della genìa terrestre.
Non v’era altro – solo quella coppa bronzea
Contenente tracce di uno strano olio;
Ornata da una pergamena con decorazioni misteriose,
E simboli che richiamavano vagamente il peccato.

Noncuranti delle paure di quaranta secoli
Ci assicurammo quel magro bottino,
E quando poi lo analizzammo nella nostra tenda buia
Strofinammo un fiammifero per provare l’antico olio.
S’incendiò – buon Dio! … Ma le forme immense che vedemmo
In quel lampo folle hanno impresso il timore sulle nostre vite.

fungi 2

VII. La Collina di Zaman

La grande collina incombeva sopra alla città vecchia,
A precipizio sul finire della via centrale;
Verde, alta, e boscosa, affacciata cupamente in basso
Verso il campanile sulla curva della strada statale.
Per duecento anni s’è mormorato a proposito
Di quanto accadde sull’impervio pendio –
Racconti a proposito di cervi o uccelli dilaniati,
O di ragazzini scomparsi e famiglie senza più speranza.

Un bel giorno il portalettere non vi trovò più alcun villaggio,
E nemmeno delle case o degli abitanti vi fu più traccia;
Molti arrivavano da Aylesbury per accertarsene –
Ma accusarono comunque il portalettere d’essere
Chiaramente pazzo a dire di avere scorto
Gli occhi voraci della grande collina, e le mandibole spalancate.

VIII. Il Porto

A dieci miglia da Arkham scovai il sentiero
Che segue il crinale sopra Boynton Beach,
E sperai di poter raggiungere giusto al tramonto
La cresta che affaccia su Innsmouth nella valle.
Laggiù in mare una vela si ritirava,
Sbiancata come da anni di antichi e forti venti,
Ma funesta come una sorta di portento taciuto,
Così non salutai con cenni della mano.

State al largo da Innsmouth! secondo la vecchia nomea
Dei tempi passati. Ma ora rapidissima la notte
Si avvicina, ed io ho raggiunto l’altitudine
Da cui tanto sovente scruto la città distante.
Le guglie e i tetti sono là – ma ecco! La tenebra
Cala sulle vie buie, oscura come una tomba!

utpatel innsmouth

Innsmouth by Frank Utpatel

 

IX. Il Cortile

Era la stessa città che già conobbi;
L’antica, lebbrosa città in cui moltitudini bastarde
Pregano dèi bizzarri, e percuotono campane sconsacrate
In cripte situate sotto turpi vicoli presso la riva.
Le marcescenti, ostili costruzioni mi spiavano
Sporgendosi, ubriache e semi-incoscienti,
Mentre fra il sudiciume oltrepassavo il cancello
D’ingresso al cortile desolato dove avrei trovato l’uomo.

I muri neri mi circondarono, e forte bestemmiai
Per essermi ritrovato in un simile covo,
Quando d’improvviso alcune finestre esplosero
D’una forte luce, e s’affollarono di uomini danzanti:
Pazza, silente baldoria di striscianti cadaveri –
E non un corpo che avesse ancora mani o capo!

X. Gli Addestratori di Piccioni

Mi presero nei bassifondi, dove sottili muri di mattoni
S’incurvano trasudando il male di cui sono pregni,
E volti deformi, ammassandosi sporchi e ottusi,
Comunicano con un dio e un diavolo estranei.
Milioni d’incendi divampavano nelle strade,
E dalle altane un manipolo furtivo di addestratori
Faceva volare uccelli malandati nel cielo aperto
Mentre tamburi nascosti rullavano con battiti costanti.

Sapevo che quei fuochi predicevano cose mostruose,
E che quegli uccelli spaziali erano stati Aldilà –
Mi chiesi in quali anfratti oscuri del pianeta facessero la spola,
E cosa portassero da Thog fra le proprie ali.
Gli altri risero – e poi subito ammutolirono
Per quel che s’intravvide in uno dei becchi malvagi.

XI. Il Pozzo

Seth Atwood il contadino aveva più di ottant’anni quando
Provò a scavare quel pozzo profondo accando alla sua porta,
Con il solo Eb ad aiutarlo a perforare e perforare.
Noi ne ridevamo, e speravamo che rinsavisse presto.
E invece, al contrario, anche il giovane Eb impazzì,
Così lo spedirono alla fattoria della contea.
Seth sigillò bene con i mattoni la bocca del pozzo –
Poi si tagliò un’arteria del suo artritico polso sinistro.

Dopo il funerale ci trovammo d’accordo
Nell’andare al pozzo e spaccare i mattoni,
Ma ciò che scovammo furono solo pioli di ferro fissati
Giù nel buco nero fino a una profondità impensabile.
Quindi posammo di nuovo i mattoni – Perché ritenemmo
Quel buco troppo fondo per qualsiasi scandaglio.

XII. L’Urlatore

Mi dissero di non imboccare il sentiero di Brigg’s Hill
Che fungeva una volta da strada maestra per Zoar,
Poiché Goody Watkins, impiccato nel 1704,
Lasciò dietro sé una sorta di eredità mostruosa.
Tuttavia quando disobbedii, e giunsi alla vista
Del casolare presso i vigneti del pendio roccioso,
Non stavo pensando a olmi né a corde appese,
Ma a come potesse la casa sembrare ancora così nuova.

Fermatomi un istante a contemplare la sera,
Sentii deboli ululati, come da una stanza di sopra,
Quando fra l’edera che ricopre i vetri un ultimo raggio
Di sole penetrò, e colpì di sorpresa l’ulratore.
Bastò uno sguardo – e fuggii rapidamente da quel posto,
E da un essere quadrupede dal volto umano.

utpatel yuggoth back

Fungi from Yuggoth (back) by Frank Utpatel

 

XIII. Hesperia

Il tramonto invernale, che da una sfera opaca
Getta fiamme attraverso le guglie e i camini a schiera,
Apre immensi varchi a certe epoche
Di antico splendore e divini desideri.
Imminenti prodigi ardono in quei fuochi abbondanti,
Gravidi d’avventura, e non privi d’un velo di timore;
Una sequenza di sfingi laddove mena la strada
Verso mura e torri che tremano alle distanti lire.

E’ la terra da cui sboccia il significato della bellezza;
Da cui origina ogni ricordo incollocabile;
Da cui sgorga il grande fiume del Tempo
Che scorre nell’immenso vuoto stellato delle ore.
Ci avviciniamo in sogno – ma recita un detto antico
Che mai queste vie furono calpestate da anima viva.

XIV. Brezze Stellari

E’ un istante specifico di ombre crepuscolari,
Specie in autunno, quando la brezza stellare si riversa
Nelle strade di collina, nelle verande deserte
Dalle cui stanze interne filtra inattesa le luce artificiale.
Le foglie morte vorticano in modo bizzarro e fantasioso,
Ed il fumo dai camini s’alza in volute di grazia aliena,
Ubbidienti a geometrie di spazi lontani,
Mentre Formalhaut cala fra le nebbie del sud.

Questo è l’istante in cui i poeti folli vengono a conoscenza
Dei funghi autoctoni di Yuggoth, e dei profumi
E delle tinte floreali proprie dei continenti di Nithon,
Che i miseri giardini terrestri mai sprigionarono.
E per un sogno che su queste brezze giunge a noi,
Altri a decine vengono da esse spazzati via!

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‘Alle montagne della follia’

Testi di H.P.Lovecraft
“At the mountains of madness”
(www.hplovecraft.com/writings/texts/fiction/mm)

Dipinti di Nikolaj Roerich
(www.roerich.org)

– – –

Roerich Snowy Ascent

It was young Danforth who drew our notice to the curious regularities of the higher mountain skyline—regularities like clinging fragments of perfect cubes, which Lake had mentioned in his messages, and which indeed justified his comparison with the dream-like suggestions of primordial temple-ruins on cloudy Asian mountain-tops so subtly and strangely painted by Roerich. There was indeed something hauntingly Roerich-like about this whole unearthly continent of mountainous mystery.

Roerich Everest Range

Roerich Lake of the Nagas. Kashmir

The sky above was a churning and opalescent mass of tenuous ice-vapours, and the cold clutched at our vitals. Wearily resting the outfit-bags to which we had instinctively clung throughout our desperate flight, we rebuttoned our heavy garments for the stumbling climb down the mound and the walk through the aeon-old stone maze to the foothills where our aëroplane waited. Of what had set us fleeing from the darkness of earth’s secret and archaic gulfs we said nothing at all.

Roerich Mountain Pass. Storm

Roerich Suget Pass

Something about the scene reminded me of the strange and disturbing Asian paintings of Nicholas Roerich…

Roerich Three Glaives. Images on Rock. Lahul

Roerich Tibet. Himalayas

Great low square blocks with exactly vertical sides, and rectangular lines of low vertical ramparts, like the old Asian castles clinging to steep mountains in Roerich’s paintings.

Roerich tibetan fortress

Roerich western himalayas

Alcuni bozzetti e disegni:

Roerich Sketch of island

Roerich Sketch of landscape

As we drew near the forbidding peaks, dark and sinister above the line of crevasse-riven snow and interstitial glaciers, we noticed more and more the curiously regular formations clinging to the slopes; and thought again of the strange Asian paintings of Nicholas Roerich.

Roerich Composition sketch for “The Dead City” (1918)

Roerich Sketch for “White Stone”

On some of the peaks, though, the regular cube and rampart formations were bolder and plainer; having doubly fantastic similitudes to Roerich-painted Asian hill ruins. The distribution of cryptical cave-mouths on the black snow-denuded summits seemed roughly even as far as the range could be traced.

Roerich Composition sketch for “The Most Sacred”

Yet long before we had passed the great star-shaped ruin and reached our plane our fears had become transferred to the lesser but vast enough range whose re-crossing lay ahead of us. From these foothills the black, ruin-crusted slopes reared up starkly and hideously against the east, again reminding us of those strange Asian paintings of Nicholas Roerich; and when we thought of the damnable honeycombs inside them, and of the frightful amorphous entities that might have pushed their foetidly squirming way even to the topmost hollow pinnacles, we could not face without panic the prospect of again sailing by those suggestive skyward cave-mouths where the wind made sounds like an evil musical piping over a wide range.

Roerich Composition sketch for “Ecstasy” (1933)

For we had, of course, decided to keep straight on toward the dead city; since the consequences of loss in those unknown foothill honeycombings would be unthinkable.

Roerich “The Dead City”

The Dead City
1918
Oil on panel

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