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Funghi di Yuggoth (XV-XXXVI)

Traduzione amatoriale in versi liberi dei sonetti di Lovecraft Fungi from Yuggoth (seconda parte).

L’originale on line qui: hplovecraft.com
L’originale in pdf qui: Fungi from Yuggoth
Traduzione sonetti da I a XIV qui: Funghi di Yuggoth (I-XIV)
Immagini da incisioni di Bruegel il vecchio.

bruegel il vecchio 3

XV. Antarktos

Nel mio strano sogno il grande uccello mormorava
Dell’oscura forma conica situata nella vastità polare;
Gravante sulla calotta di ghiaccio, isolata e torva,
Battuta e deturpata da impetuose tempeste di eoni.

Non v’è forma di vita che si aggiri lassù,
E nient’altro che aurore pallide e fiochi raggi solari
Raggiungono quella roccia erosa, le cui origini ancestrali
Sono vagamente intuibili solo dagli Antichi.

Se mai uomo dovesse avvistarla, potrebbe soltanto meravigliarsi
Di come la Natura abbia potuto edificare un siffatto rilievo;
Ma l’uccello parlava di parti ancor più ampie, che un miglio

Sotto la crosta di ghiaccio si celano e covano e attendono.
Dio aiuti il sognatore a cui le folli visioni rivelano
Lo sguardo morto appostato negli abissi di cristallo!

XVI. La finestra

La casa era antica, e da essa si diramavano ali intricate,
In cui nessuno avrebbe potuto orientarsi,
E c’era, in una stanzetta più o meno sul retro,
Una peculiare finestra anticamente murata con pietre.

Là, in un’infanzia da incubo, ero solito andare
Solo, nel regno oscuro e nebuloso della notte;
Fra le ragnatele mi facevo strada stranamente senza
Alcuna paura, e con sempre crescente meraviglia.

Vi portai un giorno dei muratori, intento a scoprire
La vista che i miei sconosciuti antenati si erano preclusi,
Ma appena sfondarono la pietra, un soffio d’aria

Irruppe dai vuoti alieni che si spalancavano dietro di essa.
Loro fuggirono — io invece guardai e vi trovai sviscerati
Tutti i mondi selvaggi di cui parlavano i miei sogni.

XVII. Un ricordo

Steppe vastissime e pianure rocciose
Sconfinate si stendevano sotto la notte stellata,
Ove dei falò alieni illuminavano flebilmente
Mandrie di bestie pelose con i loro campanacci.

A meridione la piana ampia declinava
Verso la linea scura e irregolare di un muro di cinta
Steso come un immenso pitone di certe epoche remote
Congelato e fossilizzato dal tempo.

Un brivido sinistro mi scosse nell’aria gelida e penetrante,
E mentre mi chiedevo dove fossi e come vi fossi giunto,
Una sagoma ammantata si stagliò dinnanzi ai fuochi del campo,

Prese ad avvicinarsi, e mi chiamò per nome.
Fissando sotto il cappuccio quel volto morto,
Cessai di sperare — poiché compresi.

XVIII. I giardini dello Yin

Oltre quella cinta, le cui torri muschiose
Furono innalzate quasi al cielo dagli antichi massoni,
Avrebbero dovuto esservi terrazzamenti fioriti, ricchi giardini,
E svolazzamento d’api, uccelli e farfalle.

Avrebbero dovuto esservi sentieri, ponti su laghetti di ninfee,
Templi riflessi sulla superficie dell’acqua tiepida,
E ciliegi dal fogliame delicato e i rami protesi
Verso gli aironi in volo nel cielo rosa.

Tutto ciò avrebbe dovuto esservi, poiché non è forse vero
Che l’impeto dei sogni spalanca le porte di quel labirinto di pietra
In cui i ruscelli tracciano pigri le proprie anse,

Trovando la via fra i grappoli sporgenti dai vitigni?
Mi affrettai — ma di fronte all’alto muro, sinistro e immane,
Scoprii che più non v’era alcun accesso.

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XIX. Le campane

Per anni ho sentito in lontananza quel suono cupo
Di campane portato dal vento tetro di mezzanotte;
Rintocchi di un campanile a me sconosciuto,
Che giungevano alterati, come da un’ampia traiettoria nel vuoto.

Cercavo indizi nei miei sogni e ricordi,
Nella mia mente risuonavano numerose visioni;
La tranquilla Innsmouth, dove i gabbiani indugiavano
Presso l’antica guglia che un tempo mi fu familiare.

Perplesso stavo a sentire quelle note lontane,
Finché la pioggia gelida e tremenda di una notte di Marzo
Mi riportò attraverso le spire della memoria

Ai battacchi impazziti di antiche torri campanarie.
Rintoccavano — ma i rintocchi provenivano dai fondali
Dimenticati e sommersi delle tenebrose maree notturne.

XX. Aridità notturne

Da che cripta siano strisciate fuori, non lo so,
Ma tutte le notti vedo quelle cose gommose,
Nere, cornute e agili, dotate di ali membranose,
E di code bifide simili a barbigli infernali.

Arrivano in legioni sospinte dal vento del nord,
E con una presa malefica che irrita e punge
Mi sequestrano per un viaggio mostruoso
Nelle grigie segrete dei mondi dell’incubo.

Vagano tra i picchi frastagliati di Thok,
Indifferenti ai miei tentativi di gridare,
E giù verso le profondità di quel turpe lago

In cui gonfi e sonnolenti si tuffano gli shoggoth.
Ma ehi! Se solo emettessero un suono riconoscibile,
O avessero un volto degno d’essere definito tale!

XXI. Nyarlathotep

Ed infine dall’entroterra d’Egitto venne
Lo strano Signore oscuro a cui s’inchinavano i fellahin;
Magro, silenzioso, misteriosamente fiero,
Avvolto di stoffe rosse come il sole infuocato.

Le folle lo circondavano, bramose dei suoi ordini,
Che difficilmente avrebbero potuto sentire in quella calca;
Ma il suo temuto verbo veniva diffuso in ogni nazione
E le bestie selvagge lo seguivano e gli leccavano le mani.

Ben presto dal mare sorse qualcosa di nocivo;
Lande dimenticate e guglie d’oro ammuffite;
Il terreno era crepato, e folli aurore crollavano

Tra le fortezze terremotate dell’uomo.
Poi, devastando ciò che avrebbe potuto modellare,
L’ignorante Caos soffiò via le ceneri della Terra.

XXII. Azathoth

Nell’insipiente vuoto il demone mi trasportò,
Oltre la massa lucente di spazio dimensionale,
Finché non fu più tempo né materia dinanzi a me,
Ma solo Caos, senza alcun luogo o forma.

In quell’oscurità il Dio di Ogni Cosa borbottò
Cose che aveva sognato e non poteva comprendere,
Mentre intorno a lui pipistrelli deformi e goffi svolazzavano
In volute ignoranti abbandonate alle correnti d’aria.

Danzavano come folli l’acuta e tagliente nenia
Suonata da zampe mostruose su un flauto crepato
Le cui insensate frequenze fluiscono in combinazioni casuali

Che determinano la legge eterna di ogni fragile cosmo.
“Io sono il Suo Messaggero,” disse il demone,
E come per spregio colpì la testa del suo Maestro.

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XXIII. Miraggio

Non so se mai sia esistito —
Quel mondo perduto che fluisce sulle correnti del tempo —
Eppure lo vedo spesso, in un’aura viola,
Risplendere sulla scia di certi sogni indefiniti.

V’erano strane torri e fiumi in piena,
Labirinti del mistero e arcobaleni,
E cieli accesi di fiammate rosse, simili a rami tremanti
Di malinconia al calar di una notte d’inverno.

Vaste brughiere delimitate da coste erbose disabitate,
Ove planavano enormi volatili, e su un colle spazzato dal vento
Stava un antico villaggio dal campanile bianco,

I cui rintocchi serali sento ancora echeggiare.
Non so dove si trovi quel paese — né trovo il coraggio
Di chiedermi quando o perché vi andai, o vi andrò.

XXIV. Il canale

Sperduto nei sogni c’è un luogo maledetto
I cui edifici alti e abbandonati si susseguono
Lungo un canale profondo, angusto, oscuro, odorante
Di oscenità, le cui correnti fluiscono oleose.

Vicoli stretti fra vecchi muri che quasi si toccano
Convogliano in strade note o forse ignote,
Mentre il chiaro di luna traccia tenui riflessi spettrali
Su lunghe file di finestre altrimenti buie e inanimate.

Non s’ode un passo, l’unico suono leggero
E’ quello dell’acqua oleosa che scivola
Sotto i ponti di pietra, e fra le sponde artificiali

Del suo letto inclinato verso un oceano ignoto.
Nessuno è sopravvissuto per raccontare l’inondazione
Che spazzò via quella regione persa nel mondo dei sogni.

XXV. San Toad

“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Lo udii gridare
Mentre mi arrischiavo in quei vicoli folli
Che degenerano negli oscuri e indefiniti labirinti
A sud del fiume in cui sta il sogno dei secoli antichi.

Era un figuro furtivo, gobbo e cencioso,
E in un lampo, barcollando, sparì dalla vista,
Così proseguii nella notte verso le ombre dei tetti
Degli edifici che si stagliavano maligni e irregolari.

Non esiste una guida su cui stia scritto cosa aspettarsi —
Ma ad un tratto udii le grida d’un altro uomo:
“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Mi sentii mancare,

E mi fermai, al che un terzo saggio gracchiò impaurito:
“Attenti alle campane rotte di San Toad!” Inorridito, corsi —
Finché all’improvviso comparve il campanile nero.

XXVI. I famigliari

John Whateley viveva a circa un miglio dalla città,
Lassù dove le colline si facevano impervie;
Pensavamo che avesse qualche rotella fuori posto,
Considerando lo stato di decadenza della sua fattoria.

Sprecava i suoi giorni su libri bizzarri
Recuperati da qualche parte in soffitta,
Finché strane rughe solcarono il suo volto,
Che a detta dei cittadini ora metteva a disagio.

Quando prese a ululare di notte, decidemmo
Di farlo rinchiudere prima che potesse nuocere,
Così tre uomini della fattoria di Aylesbury

Andarono a prenderlo — ma tornarono spaventati e senza di lui.
L’avevano sorpreso a parlare con due esseri rannicchiati
Che al loro ingresso spiccarono il volo con grandi ali nere.

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XXVII. Il faro dell’Anziano

Da Leng, dove le alture rocciose salgono desolate e spoglie
Sotto stelle fredde invisibili all’uomo,
Scaturisce al crepuscolo un singolo fascio di luce blu
I cui riflessi remoti fanno crollare in preghiera i pastori.

Si dice (ma non per esperienza) che provenga
Da un faro situato in una torre di pietra,
Ove l’Anziano trascorre la vita in solitudine,
Parlando al Caos mediante colpi di tamburo.

La Cosa, si mormora, indossa una maschera di seta
Gialla, le cui insolite pieghe sembrano nascondere
Un volto non di questa terra, benché nessuno osi

Anche solo immaginare le fattezze ivi celate.
Molti, durante la prima giovinezza, videro quel bagliore,
Ma ciò che scopersero nessuno saprà mai.

XXVIII. Aspettazione

Non so dire perché certe cose mi diano
L’impressione d’insondate e incombenti meraviglie,
O di un’incrinatura nel muro dell’orizzonte
Che si apre su mondi appartenenti ai soli dei.

C’è una soffocante, vaga aspettazione,
Come di grandi sfarzi che a mala pena ricordo,
O di avventure selvagge, incorporee,
Gravide d’estasi, libere come un sogno lucido.

Si può trovare in tramonti e strane guglie,
Antichi villaggi e boschi e rilievi brumosi,
Venti del sud, mare, basse colline e città illuminate,

Vecchi giardini, strofe di canti e vampe lunari.
Ma benché una tale chiamata valga il senso della vita,
Nessuno la riceve o immagina quale sia la contropartita.

XXIX. Nostalgia

Una volta all’anno, presi dalla malinconia autunnale,
Gli uccelli spiccano il volo sull’oceano deserto,
Chiamandosi e cinguettando con gioiosa frenesia
Alla ricerca di terre note alla propria memoria profonda.

Immensi giardini terrazzati in cui abbondano le fioriture
E filari di mango dal sapore delizioso,
E templi creati dagli intrecci degli alberi sopra freschi sentieri —
Tutte queste cose furono rivelate loro in sogno.

Perlustrano il mare in cerca della costa ancestrale —
Dell’alta città, chiara e turrita —
Ma solo una distesa d’acqua scorre dinanzi a loro,

Finché ad un certo punto si voltano per tornare.
Ancora una volta, nel fondo dell’abisso affollato da polipi alieni,
Non giunge alle antiche torri il canto perduto e mai dimenticato.

XXX. Retroterra

Non è possibile legarmi a cose nuove e fredde,
Poiché venni alla luce in una vecchia cittadina,
Dove dalla finestra scorgevo solo tetti delle case declinare
Giù fino ad un porto pittoresco foriero di visioni.

Strade con soglie di pietra dove i riflessi del tramonto
Inondavano i vetri di vecchie lunette e finestrelle,
E campanili Georgiani rifiniti con imposte dorate —
Queste erano le vedute che modellavano i miei sogni infantili.

Un tale patrimonio, custodito a lievitare per molto tempo,
Può sciogliere non soltanto le fragili catene dei fantasmi
Che spiccano il volo verso destini instabili e disordinati

Attraverso i confini immutabili della terra e del cielo.
Ma può strappare anche i legacci del tempo e rendermi libero
Di affrontare solitario l’eternità.

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XXXI. L’abitante

E’ stata antica quando Babilonia era nuova;
Nessuno sa per quanto abbia riposato sotto quei monti,
In cui i nostri scavi ne scoprirono infine
Gli edifici di granito e li riportarono alla luce.

C’erano ampi pavimenti e muri di fondazione,
Piani diroccati e statue, prova scolpita dell’esistenza
Di esseri fantastici di un tempo passato
Più remoto di quanto l’umanità possa ricordare.

E poi vedemmo quei gradini di pietra che portavano,
Attraverso un ingresso sigillato con dolomite istoriata,
Giù fino ad un rifugio avvolto in un’infinita notte

Turbata da iscrizioni ancestrali e segreti primitivi.
Sgomberammo un accesso — ma battemmo in ritirata
Quando da là sotto provenne un frastuono di passi.

XXXII. Alienazione

Il suo corpo carnale non si era mai allontanato,
Poiché ad ogni alba si ritrovava al solito posto,
Ma durante la notte il suo spirito amava scorrazzare
Fra insenature e luoghi lontani dal mondo comune.

Vide Yaddith, o così riteneva la sua mente,
E pure sopravvisse alla zona di Ghoor,
Quando in una notte calma fu scagliata dai vuoti abissali
La conduttura che risucchia nella curvatura dello spazio.

Si svegliò quel mattino come un uomo invecchiato,
E niente per lui fu più come prima.
Le cose gli fluttuano intorno opache e spente —

False, pallide imitazioni di una dimensione più vasta.
La sua gente e i suoi amici sono ora una folla aliena
A cui cercare di appartenere di nuovo è vana fatica.

XXXIII. Sirene portuali

Al di sopra dei vecchi tetti e delle guglie diroccate
Le sirene portuali fischiano per tutta la notte;
Strane bocche di porto, e spiagge lontane e chiare,
E oceani favolosi, organizzate in cori eterogenei.

Ciascuna estranea e sconosciuta all’altra, benché tutte,
Mediante una sorta di forza misteriosamente concentrata
Scaturita da insenature estranee alla rotta dello Zodiaco,
Siano fuse in un unica arcana vibrazione cosmica.

Tramite sogni oscuri inviano una serie scandita
Di ancor più oscuri disegni e cenni e scorci;
Echi dal vuoto spaziale, e indizi sottili

Di cose che in sé non potrebbero essere definite.
E sempre in quel coro, appena percettibili,
Cogliamo note mai emesse da alcuna nave terrestre.

XXXIV. Riconquista

La via seguiva un’oscura brughiera semi-boscosa
Puntellata dalle gobbe muschiose dei massi grigi,
E strane gocce, inquietanti e fredde,
Zampillavano da ruscelli nascosti in bacini sotterranei.

Non v’era alcuna traccia del vento, né di un suono
Fra i cespugli intricati, o fra quegli alberi dalle fattezze aliene,
Né alcuna veduta degna di nota — quando a un tratto,
Dritto in fronte a me, vidi un tumulo immane.

Quasi dall’alto del cielo incombevano le ripide pendici,
La cui armonia erbosa era interrotta da una scalinata
Di lava che arrampicava quell’altura del terrore

Con gradini troppo ampi per qualunque uso umano.
Gridai — e riconobbi la stella e l’era primitive
Che mi avevano rapito dall’effimera sfera dei sogni umani

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XXXV. Stella serale

La vidi da quella posizione nascosta e quieta
Dove il vecchio bosco racchiude una radura.
Splendeva fra tutte le glorie del tramonto — fioca
In principio, ma con un volto sempre più acceso.

Venne la notte, e quel faro solitario, color ambra,
Si impresse nei miei occhi come mai niente prima;
La stella serale — era divenuta nel frattempo un’ossessione
Mille volte più grande nel silenzio della solitudine.

Tracciava strane figure nell’aria tremolante —
Vaghi ricordi che hanno sempre colmato i miei occhi —
Grandi torri e giardini; mari e cieli curiosi

Dalla vitalità incerta — non saprei dire in che luogo.
Ma ora so che quei raggi, attraverso la volta del cosmo,
Erano un richiamo dalla mia casa lontana e perduta.

XXXVI. Continuità

V’è in certe cose antiche come una traccia vaga
Di essenza — più che di forma o di sostanza;
Un etere lieve, indeterminato,
Benché vincolato alle leggi di tempo e spazio.

Il debole, velato segnale delle continuità
Che un osservatore esterno non saprebbe descrivere;
Delle dimensioni rinchiuse contenenti gli anni trascorsi,
Accessibili solo mediante chiavi occulte.

La mia maggiore emozione è vedere i raggi del sole
Splendere sulle vecchie fattorie di una collina,
E colorare di vita le forme che indugiano da secoli

Su un sogno più reale del nostro qui presente.
In quella luce strana sento di non essere lontano
Dalla massa immobile sui cui lati poggiano le ere.

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Funghi di Yuggoth (I-XIV)

Versione amatoriale in versi liberi dei primi 14 sonetti di Fungi from Yuggoth.
L’originale qui: lovecraft.com – – PDF.

– – –

H. P. Lovecraft
Funghi di Yuggoth

I. Il Libro

Il luogo era buio e sporco e sperduto
Nel groviglio dei vecchi vicoli del porto,
Fetente di sconosciuti odori esalati dal mare,
Con strane volute di fumo menate dal vento dell’ovest.
In piccole finestre a losanga, offuscate da fumo e gelo,
S’intravvedevano i libri, in pile simili ad alberi marcescenti,
Ritorti dal pavimento al soffitto, in una congerie
Decadente di vecchia storia svenduta.

Entrai, avvinto, e in un mucchio di ragnatele
Presi il volume più prossimo e lo sfogliai a caso,
Tremando di fronte alle insolite parole che sembravano
Custodire una sorta di segreto, mostruoso se solo svelato.
Poi, in cerca di un commesso esperto del mestiere,
Non udii altro che una voce ghignante.

II. Inseguimento

Mi infilai il libro sotto il cappotto, nell’ansia
Di nasconderlo alla vista di un luogo del genere;
Gettandomi a capofitto fra le vecchie vie del porto
Con ansia mi guardavo ripetutamente alle spalle.
Opache, anonime finestre dentro muri traballanti
Mi puntavano in modo sinistro mentre fuggivo,
E immaginando quel che celavano, mi salì la nostalgia
Di uno scorcio redentore di limpido cielo blu.

Nessuno mi aveva visto rubare l’oggetto – ma ugualmente
Una secca risata riecheggiò come un vortice nella mia testa,
E potevo solo intuire i mondi ottenebrati dalla malattia
In agguato in quel volume delle mie brame.
Il cammino si fece bizzarro – anche i muri ammattivano –
E dietro di me, il rumore ovattato di passi lontani.

III. La Chiave

Io non ricordo più i negletti meandri
Delle rotte bizzarre che mi ricondussero a casa,
Ma fui sull’ingresso e tremai, pallido dalla fretta
Di rientrare e sprangare il portone.
Possedevo il libro che rivelava la via segreta
Attraverso il vuoto e fra gli schermi sospesi
Che controllano i mondi adimensionali,
E riportano gli eoni smarriti ai propri domini.

Finalmente mia era la chiave per quelle vaghe visioni
Di vette e boschi all’imbrunire che scaturivano
Fioche negli abissi oltre i confini di questa terra,
Celandosi come ricordi di infinito.
La chiave era mia, ma mentre sedevo meditabondo,
La finestra della soffitta fu scossa da un debole scricchiolìo.

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IV. Presa di Coscienza

Si era di nuovo fatto giorno, quando come un bambino
Vidi – solo per una volta – quelle vecchie querce incavate,
Grigie nella bruma bassa che le soffoca e ne avviluppa
Le forme sfuggenti pregne di follia.
Allo stesso modo – erbe folte e selvatiche
S’avvinghiavano a un altare la cui effigie scolpita invoca
Quell’Innominato a cui ascesero mille fumi,
Eoni defunti, da mucchi di cataste immonde.

Vidi il corpo disteso su quella pietra umida,
E seppi che gli esseri che vi banchettavano non erano umani;
Seppi che quello strano mondo grigio non apparteneva a me,
Ma a Yuggoth, al di là di vuoti stellari – e in quell’istante
Provenne dal corpo un grido atroce di morte,
E troppo tardi mi accorsi che quel grido era mio!

V. Ritorno a Casa

Il demone disse che mi avrebbe ricondotto a casa
Nell’indefinita, fosca terra che a malapena ricordavo
Come un alto sito terrazzato, cinto
Da balaustre di marmo sferzate dai venti,
Mentre miglia più in basso dedali di cupole
E di torri sovrapposte fra loro fino al mare si riversano.
Di nuovo, mi disse, sarei rimasto ipnotizzato
Da quelle antiche altitudini, dallo spumeggiare lontano.

Tutto ciò mi promise, e attraverso le porte del tramonto
Mi trascinò, oltre lo sciabordio dei laghi infuocati,
E i troni d’oro rosso di certi dei senza nome
Che gridano impauriti di fronte a un fato incombente.
Poi un golfo oscuro con il frastuono del mare nella notte:
“Tu dimoravi qui,” mi schernì, “quando ancora possedevi la vista!”

VI. La Lampada

Trovammo la lampada fra le grotte di scogliere il cui cesello
Sarebbe indecifrabile persino a un sacerdote di Tebe,
E dalle cui profondità spaventosi geroglifici
Ammonivano ogni creatura della genìa terrestre.
Non v’era altro – solo quella coppa bronzea
Contenente tracce di uno strano olio;
Ornata da una pergamena con decorazioni misteriose,
E simboli che richiamavano vagamente il peccato.

Noncuranti delle paure di quaranta secoli
Ci assicurammo quel magro bottino,
E quando poi lo analizzammo nella nostra tenda buia
Strofinammo un fiammifero per provare l’antico olio.
S’incendiò – buon Dio! … Ma le forme immense che vedemmo
In quel lampo folle hanno impresso il timore sulle nostre vite.

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VII. La Collina di Zaman

La grande collina incombeva sopra alla città vecchia,
A precipizio sul finire della via centrale;
Verde, alta, e boscosa, affacciata cupamente in basso
Verso il campanile sulla curva della strada statale.
Per duecento anni s’è mormorato a proposito
Di quanto accadde sull’impervio pendio –
Racconti a proposito di cervi o uccelli dilaniati,
O di ragazzini scomparsi e famiglie senza più speranza.

Un bel giorno il portalettere non vi trovò più alcun villaggio,
E nemmeno delle case o degli abitanti vi fu più traccia;
Molti arrivavano da Aylesbury per accertarsene –
Ma accusarono comunque il portalettere d’essere
Chiaramente pazzo a dire di avere scorto
Gli occhi voraci della grande collina, e le mandibole spalancate.

VIII. Il Porto

A dieci miglia da Arkham scovai il sentiero
Che segue il crinale sopra Boynton Beach,
E sperai di poter raggiungere giusto al tramonto
La cresta che affaccia su Innsmouth nella valle.
Laggiù in mare una vela si ritirava,
Sbiancata come da anni di antichi e forti venti,
Ma funesta come una sorta di portento taciuto,
Così non salutai con cenni della mano.

State al largo da Innsmouth! secondo la vecchia nomea
Dei tempi passati. Ma ora rapidissima la notte
Si avvicina, ed io ho raggiunto l’altitudine
Da cui tanto sovente scruto la città distante.
Le guglie e i tetti sono là – ma ecco! La tenebra
Cala sulle vie buie, oscura come una tomba!

utpatel innsmouth

Innsmouth by Frank Utpatel

 

IX. Il Cortile

Era la stessa città che già conobbi;
L’antica, lebbrosa città in cui moltitudini bastarde
Pregano dèi bizzarri, e percuotono campane sconsacrate
In cripte situate sotto turpi vicoli presso la riva.
Le marcescenti, ostili costruzioni mi spiavano
Sporgendosi, ubriache e semi-incoscienti,
Mentre fra il sudiciume oltrepassavo il cancello
D’ingresso al cortile desolato dove avrei trovato l’uomo.

I muri neri mi circondarono, e forte bestemmiai
Per essermi ritrovato in un simile covo,
Quando d’improvviso alcune finestre esplosero
D’una forte luce, e s’affollarono di uomini danzanti:
Pazza, silente baldoria di striscianti cadaveri –
E non un corpo che avesse ancora mani o capo!

X. Gli Addestratori di Piccioni

Mi presero nei bassifondi, dove sottili muri di mattoni
S’incurvano trasudando il male di cui sono pregni,
E volti deformi, ammassandosi sporchi e ottusi,
Comunicano con un dio e un diavolo estranei.
Milioni d’incendi divampavano nelle strade,
E dalle altane un manipolo furtivo di addestratori
Faceva volare uccelli malandati nel cielo aperto
Mentre tamburi nascosti rullavano con battiti costanti.

Sapevo che quei fuochi predicevano cose mostruose,
E che quegli uccelli spaziali erano stati Aldilà –
Mi chiesi in quali anfratti oscuri del pianeta facessero la spola,
E cosa portassero da Thog fra le proprie ali.
Gli altri risero – e poi subito ammutolirono
Per quel che s’intravvide in uno dei becchi malvagi.

XI. Il Pozzo

Seth Atwood il contadino aveva più di ottant’anni quando
Provò a scavare quel pozzo profondo accando alla sua porta,
Con il solo Eb ad aiutarlo a perforare e perforare.
Noi ne ridevamo, e speravamo che rinsavisse presto.
E invece, al contrario, anche il giovane Eb impazzì,
Così lo spedirono alla fattoria della contea.
Seth sigillò bene con i mattoni la bocca del pozzo –
Poi si tagliò un’arteria del suo artritico polso sinistro.

Dopo il funerale ci trovammo d’accordo
Nell’andare al pozzo e spaccare i mattoni,
Ma ciò che scovammo furono solo pioli di ferro fissati
Giù nel buco nero fino a una profondità impensabile.
Quindi posammo di nuovo i mattoni – Perché ritenemmo
Quel buco troppo fondo per qualsiasi scandaglio.

XII. L’Urlatore

Mi dissero di non imboccare il sentiero di Brigg’s Hill
Che fungeva una volta da strada maestra per Zoar,
Poiché Goody Watkins, impiccato nel 1704,
Lasciò dietro sé una sorta di eredità mostruosa.
Tuttavia quando disobbedii, e giunsi alla vista
Del casolare presso i vigneti del pendio roccioso,
Non stavo pensando a olmi né a corde appese,
Ma a come potesse la casa sembrare ancora così nuova.

Fermatomi un istante a contemplare la sera,
Sentii deboli ululati, come da una stanza di sopra,
Quando fra l’edera che ricopre i vetri un ultimo raggio
Di sole penetrò, e colpì di sorpresa l’ulratore.
Bastò uno sguardo – e fuggii rapidamente da quel posto,
E da un essere quadrupede dal volto umano.

utpatel yuggoth back

Fungi from Yuggoth (back) by Frank Utpatel

 

XIII. Hesperia

Il tramonto invernale, che da una sfera opaca
Getta fiamme attraverso le guglie e i camini a schiera,
Apre immensi varchi a certe epoche
Di antico splendore e divini desideri.
Imminenti prodigi ardono in quei fuochi abbondanti,
Gravidi d’avventura, e non privi d’un velo di timore;
Una sequenza di sfingi laddove mena la strada
Verso mura e torri che tremano alle distanti lire.

E’ la terra da cui sboccia il significato della bellezza;
Da cui origina ogni ricordo incollocabile;
Da cui sgorga il grande fiume del Tempo
Che scorre nell’immenso vuoto stellato delle ore.
Ci avviciniamo in sogno – ma recita un detto antico
Che mai queste vie furono calpestate da anima viva.

XIV. Brezze Stellari

E’ un istante specifico di ombre crepuscolari,
Specie in autunno, quando la brezza stellare si riversa
Nelle strade di collina, nelle verande deserte
Dalle cui stanze interne filtra inattesa le luce artificiale.
Le foglie morte vorticano in modo bizzarro e fantasioso,
Ed il fumo dai camini s’alza in volute di grazia aliena,
Ubbidienti a geometrie di spazi lontani,
Mentre Formalhaut cala fra le nebbie del sud.

Questo è l’istante in cui i poeti folli vengono a conoscenza
Dei funghi autoctoni di Yuggoth, e dei profumi
E delle tinte floreali proprie dei continenti di Nithon,
Che i miseri giardini terrestri mai sprigionarono.
E per un sogno che su queste brezze giunge a noi,
Altri a decine vengono da esse spazzati via!

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‘Alle montagne della follia’

Testi di H.P.Lovecraft
“At the mountains of madness”
(www.hplovecraft.com/writings/texts/fiction/mm)

Dipinti di Nikolaj Roerich
(www.roerich.org)

– – –

Roerich Snowy Ascent

It was young Danforth who drew our notice to the curious regularities of the higher mountain skyline—regularities like clinging fragments of perfect cubes, which Lake had mentioned in his messages, and which indeed justified his comparison with the dream-like suggestions of primordial temple-ruins on cloudy Asian mountain-tops so subtly and strangely painted by Roerich. There was indeed something hauntingly Roerich-like about this whole unearthly continent of mountainous mystery.

Roerich Everest Range

Roerich Lake of the Nagas. Kashmir

The sky above was a churning and opalescent mass of tenuous ice-vapours, and the cold clutched at our vitals. Wearily resting the outfit-bags to which we had instinctively clung throughout our desperate flight, we rebuttoned our heavy garments for the stumbling climb down the mound and the walk through the aeon-old stone maze to the foothills where our aëroplane waited. Of what had set us fleeing from the darkness of earth’s secret and archaic gulfs we said nothing at all.

Roerich Mountain Pass. Storm

Roerich Suget Pass

Something about the scene reminded me of the strange and disturbing Asian paintings of Nicholas Roerich…

Roerich Three Glaives. Images on Rock. Lahul

Roerich Tibet. Himalayas

Great low square blocks with exactly vertical sides, and rectangular lines of low vertical ramparts, like the old Asian castles clinging to steep mountains in Roerich’s paintings.

Roerich tibetan fortress

Roerich western himalayas

Alcuni bozzetti e disegni:

Roerich Sketch of island

Roerich Sketch of landscape

As we drew near the forbidding peaks, dark and sinister above the line of crevasse-riven snow and interstitial glaciers, we noticed more and more the curiously regular formations clinging to the slopes; and thought again of the strange Asian paintings of Nicholas Roerich.

Roerich Composition sketch for “The Dead City” (1918)

Roerich Sketch for “White Stone”

On some of the peaks, though, the regular cube and rampart formations were bolder and plainer; having doubly fantastic similitudes to Roerich-painted Asian hill ruins. The distribution of cryptical cave-mouths on the black snow-denuded summits seemed roughly even as far as the range could be traced.

Roerich Composition sketch for “The Most Sacred”

Yet long before we had passed the great star-shaped ruin and reached our plane our fears had become transferred to the lesser but vast enough range whose re-crossing lay ahead of us. From these foothills the black, ruin-crusted slopes reared up starkly and hideously against the east, again reminding us of those strange Asian paintings of Nicholas Roerich; and when we thought of the damnable honeycombs inside them, and of the frightful amorphous entities that might have pushed their foetidly squirming way even to the topmost hollow pinnacles, we could not face without panic the prospect of again sailing by those suggestive skyward cave-mouths where the wind made sounds like an evil musical piping over a wide range.

Roerich Composition sketch for “Ecstasy” (1933)

For we had, of course, decided to keep straight on toward the dead city; since the consequences of loss in those unknown foothill honeycombings would be unthinkable.

Roerich “The Dead City”

The Dead City
1918
Oil on panel

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